di Daniela Mugelli
Ci sono atteggiamenti, momenti, situazioni, strani fenomeni che osservo in questo mondo enoico che mi fanno sentire ciò che in realtà sono: un ali-eno.
di Daniela Mugelli
Ci sono atteggiamenti, momenti, situazioni, strani fenomeni che osservo in questo mondo enoico che mi fanno sentire ciò che in realtà sono: un ali-eno.
di Mario Crosta
Vimodrone, nebbia, 1978. La carriolata di pasta con la piovra, che la moglie di Carlo ci aveva preparato col peperoncino fresco, era affogata in una cisterna di Tocai del Collio, ma è stato il caviale a farmi male e c’è voluta tutta la bottiglia di vodka che avevo portato in treno dalla Polonia per pisciarlo sui gerani della recinzione. Carlo nel chiudere la porta cadde sulla moglie (stavolta senza volerlo proprio), mentre io inciampai nella ciotola del cane perché non avevo centrato bene il vialetto del giardino e non distinguevo una zucca da una zecca.
di Faro Izbaziri
Dopo un concerto Sergiu Celibidache, il più grande direttore d’orchestra della storia della nostra squallida razza – dagli umanoidi di Kubrick a oggi (oggi alle nove e mezzo di mattina) – a una tizia inutilmente trillante che continuava a ripetergli “è stato bellissimo, maestro”, disse lapidario: “no, signora, non è stato bello: è stato vero”.
Questa potrebbe essere una buona distinzione anche per i vini: vini veri e vini finti. Non dico vini falsi, che è un’altra faccenda ancora: un falso Latour, un falso Pétrus e simili. Dico finti rispetto a veri: quelli ottenuti con molte manipolazioni e artefazioni e quelli ottenuti con pochi passaggi essenziali.
Ma mi rendo conto che anche così non si arriva al nocciolo. “Valutare caso per caso” rimane l’unica ricetta universale.
Di solito non leggo Playboy. Capisco, nessuno legge Playboy; si guardano solo le foto. In questo specifico caso sono proprio andato a leggere un articolo, ovviamente coprendomi pudicamente gli occhi quando gli stessi volevano giocoforza cadere su dosi industriali di gnocca.
Tutta questa faticata per arrivare a leggere l’intervista allo chef Davide Scabin del Combal Zero di Rivoli. La segnalazione mi era arrivata da una cara amica, chef anch’ella, che sottolineava la forte affermazione dell’intervistato “Uno chef come cucina, tromba!” Tale assunto, che potremmo definire da adesso Teorema di Trombagora, aveva anche due corollari per niente scontati “Ci sono cuochi che non trombano come cucinano” e “si può capire come tromba uno chef da come cucina”.
Indubbiamente c’era materiale su cui riflettere e questo ho fatto. Eccovi i risibili risultati.