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		<title>Futura*</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 07:40:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alterati]]></category>

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		<description><![CDATA[di Raffaella Guidi Federzoni I russi, i russi, gli americani&#8230; ora anche i cinesi ed i brasiliani. Son qui che ci penso, dopo una giornata passata dietro al solito banchetto. Un bicchiere dopo l&#8217;altro, versare e parlare, in inglese, in francese, infilando quelle due parole di russo che conosco. Insieme a me tanti altri produttori. [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2752&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/disco-di-dalla.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-2755" alt="Disco di Dalla" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/disco-di-dalla.jpg?w=543&#038;h=350" width="543" height="350" /></a></p>
<p><strong>di Raffaella Guidi Federzoni</strong></p>
<p>I russi, i russi, gli americani&#8230; ora anche i cinesi ed i brasiliani. Son qui che ci penso, dopo una giornata passata dietro al solito banchetto. Un bicchiere dopo l&#8217;altro, versare e parlare, in inglese, in francese, infilando quelle due parole di russo che conosco. Insieme a me tanti altri produttori. Io ho già un importatore, che mi fa girare le scatole, che dopo tante parole ci mette un secolo a mandare un ordine, che sono venuta qui a bacchettare e a ricordargli l&#8217;esistenza del mio vino nel suo vasto catalogo.<span id="more-2752"></span></p>
<p>Altri sono venuti sperando di trovarlo, l&#8217;importatore, hanno lasciato vigna e cantina, speso soldi senza la certezza che torneranno indietro con uno straccio di contratto. Accade in Russia, ma negli USA, in Cina, in Brasile, non è diverso. Il vino è il nostro mestiere, ci deve far mangiare, nutrire il corpo, non solo l&#8217;anima. I tempi sono grami, la competizione altissima, l&#8217;offerta supera la domanda.</p>
<p>Non è però solo questo che mi impedisce di dormire. Le difficoltà del “mercato” &#8211; lo scrivo fra virgolette per superare la censura dei duri e puri che considerano la parola qualcosa di sporco – le conosco da un pezzo. Finiti ormai da più di un decennio i tempi delle vacche grasse, ci siamo attrezzati anche mentalmente per sopravvivere ed andare avanti.<br />
Ciò che mi turba sono due considerazioni amare.</p>
<p>La prima riguarda i pilloloni di saggezza buttati là da uno dei soliti soloni. Come fare il vino per venderlo, cambiando lo stile a seconda delle mode, un anno va il frutto e il dolce, la stagione successiva siamo sull&#8217;acido e il minerale. Buttarsi sul mercato cinese, ma in fondo anche la Mongolia è un paese emergente.</p>
<p>Imparare le lingue, anche se stai in cantina la maggior parte del tempo e ti si chiede di non mandare a puttane quel che c&#8217;è nelle botti, devi pur almeno pronunciare <em>“My wine is beautiful, wanna buy it?”</em> La comunicazione in questi tempi così virtuali e per niente virtuosi va talmente veloce che non si fa pari a stargli dietro. Più leggo e più m&#8217;intristisco, nel vedere come una certa visione sbandierata per definitiva e sostanziale sia in realtà così lontana dalla vita e dal lavoro di tutti i giorni.</p>
<p>La seconda considerazione è ancora più amara, perché non ha risposta. Penso a tutti coloro che si dannano a produrre un vino onestamente, non importa in quale categoria esso venga incasellato, convenzionale, naturale, bio, libero. La scelta di vita che sta dietro a tante bottiglie è anche una scelta etica. A volte ereditata, a volte cercata. Davvero, la stragrande maggioranza di chi conosco in questo mondo, è composta da persone per bene. Penso a tutti le battaglie mediatiche riguardo alla trasparenza ai diritti del consumatore finale. Penso alle due autobiografie che ho letto recentemente. Due giovani che hanno investito esistenzialmente per vivere e produrre in un certo modo. Penso a tutti i blog e forum che seguo e a tutti i milioni di parole spese pro o contro.</p>
<p>Penso alle belle bottiglie che rappresentano tutto questo, ambasciatrici di fatica e onestà. E poi penso a quel grasso suino in veste umana, che con una mano brandisce il bicchiere colmo e con l&#8217;altra accarezza il fondoschiena della signorina anoressica che gli sta accanto.</p>
<p>Lo so, sono una bacchettona moralista, ma a volte è deprimente realizzare che tutto quello di tuo che metti nel vino, verrò sgargarozzato da qualcuno che se ne serve solo per imbenzinare il proprio ego e anche qualcos&#8217;altro.</p>
<p>* Il titolo e l&#8217;<em>incipit</em> li ho rubati a Lucio Dalla. Mi auguro che la Siae non se ne abbia a male.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://accademiadeglialterati.com/category/alterati-2/'>Alterati</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2752/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2752/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2752&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Amarcord &#8211; prima parte</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 08:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alterati]]></category>
		<category><![CDATA[Lucidi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giancarlo Marino Non riuscendo a convincermi a buttare le oltre cento bottiglie vuote che facevano bella mostra di se sui mobili della cucina, alcuni anni fa mia moglie decise che era venuto il momento di rifare la cucina. Inutile dire che quelle bottiglie non fecero più ritorno, dando vita alla raccolta differenziata di rifiuti [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2737&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/amarcord-a-tavola.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2744" alt="amarcord a tavola" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/amarcord-a-tavola.jpg?w=525&#038;h=383" width="525" height="383" /></a></p>
<p><b>di Giancarlo Marino</b></p>
<p>Non riuscendo a convincermi a buttare le oltre cento bottiglie vuote che facevano bella mostra di se sui mobili della cucina, alcuni anni fa mia moglie decise che era venuto il momento di rifare la cucina. Inutile dire che quelle bottiglie non fecero più ritorno, dando vita alla raccolta differenziata di rifiuti più carica di significati che si ricordi. Da quel giorno, con grande accondiscendenza, mia moglie mi ha riservato un piccolo angolo della cucina nuova, sufficiente per una quindicina di bottiglie, che si alternano quando una nuova vuota prende il posto di una più vecchia. Di più non mi è concesso.</p>
<p>La dipartita non era indolore, anche perché non ho mai avuto la costanza di registrare tutte le bottiglie di vino bevute nell’arco di oltre trenta anni di esperienze alcoliche. Prima di buttare via i vuoti, decisi quindi di raccogliere il maggior numero possibile di etichette, poi amorevolmente conservate in un raccoglitore per una occasione che, prima o poi, si sarebbe verificata.<span id="more-2737"></span></p>
<p>L’occasione si materializza qualche giorno fa, quando l’amico alterato Fabio Rizzari mi ha chiesto di parlare dei miei vini italiani del cuore. In mancanza di appunti e con la memoria che comincia a zoppicare, ho dovuto riprendere in mano quel raccoglitore. Ho passato diverse ora a sfogliarlo e ammetto di averlo fatto con insospettabile piacere. Da ogni etichetta è balzato fuori un  ricordo, un aneddoto, una riflessione, un amico che non c’è più, ma anche un altro vino che non ricordavo di aver bevuto e la girandola dei ricordi riprendeva così in modo sempre più vorticoso.  In poche ore ho ripercorso molte delle mie  esperienze di appassionato, l’evoluzione delle mie  preferenze, i corsi e i ricorsi, le persone e le bottiglie che hanno avuto un significato.</p>
<p>Non è facile scegliere tra tanti vini. Ho pensato che sarebbe stato noioso, snob e anche inutile sceglierli secondo gerarchia, anche perché i sentimenti non sempre vanno di pari passo con la presunta grandezza dei vini.</p>
<p>La scelta testimonia quindi alcune grandi bevute, altre forse meno grandi ma dense di significati, altre ancora meritevoli di una riflessione oggi più consapevole.</p>
<p><b><i>Vini che non bevo più, ma che vorrei  riprendere a bere se….</i></b><br />
<i><span style="text-decoration:underline;">Bricco dell’Uccellone 1982 Braida.</span></i>  Confesso di non avere mai avuto una passione particolare per la Barbera, ma questo vino scardinò alcune delle mie convinzioni più granitiche dell’epoca. Anche da questo vitigno un po’ bistrattato si potevano ottenere grandi vini, e per molti anni Giacomo Bologna produsse Barbera straordinarie, originali, raggiungendo a mio avviso il vertice assoluto con il<i> Bricco della Bigotta 1989</i> e con <i>Ai Suma 1989</i> (etichetta). Forse sono cambiato io, o forse sono cambiati questi vini, ma da molti anni non ritrovo più le sensazioni di allora e, a pensarci bene, mi mancano.</p>
<p><i><span style="text-decoration:underline;">Granato 1991 Foradori.</span></i> Per il Teroldego potrebbe valere quanto detto per la Barbera. Di questa annata avevo comprato un numero spropositato di bottiglie, ma era talmente buono che, pur resistendo in cantina  per una decina di anni, da molto tempo non ne ho più. E anche uno dei pochi vini che mi è capitato di riconoscere alla cieca,  merito della sua spiccata personalità. Mi mancano anche vini come questo.</p>
<p><b><i>Vini che non bevo più, senza un motivo apparente, ma che mi piacerebbe  riprendere a bere se….</i></b><br />
…non temessi di rimanere deluso, come quando accade di incontrare, a distanza di tempo,  la donna che abbiamo tanto amato, e che ci sembrava bellissima.</p>
<p><i><span style="text-decoration:underline;">Venegazzù riserva Capo dello Stato Conte Loredan Gasparini</span></i>. Purtroppo non ne ho conservato l’etichetta, peraltro una delle più belle che siano mai state concepite,  e quindi non ricordo l’annata esatta; ma si trattava con certezza di una bottiglia della metà degli anni settanta. Dopo quella, si susseguirono molte delle altre annate a seguire. Ad un certo punto del mio percorso, però, gli uvaggi bordolesi (anche se in questo caso, oltre a Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot dovrebbe esserci un saldo di Malbec)  iniziarono a perdere appeal e questo vino pagò probabilmente per colpe non sue. Il rischio di averlo idealizzato è effettivamente alto, allo stesso modo come  potrebbe accadere con il primo amore,  ma questo  è uno di quei casi in cui varrebbe la pena correrlo, perché credo sia uno dei più grandi bordolesi italiani mai prodotti, a mio umile giudizio.</p>
<p><b><i>Movimento ondulatorio sussultorio</i></b><br />
Corsi e ricorsi, dicevo prima. Il mio rapporto sentimentale con i vini a base Nebbiolo non è mai stato tranquillo, alternando momenti di sereno a temporali burrascosi, perfino all’oblio. Da qualche tempo, però, mi capita sempre più raramente di andare in cantina e uscirne fuori con una bottiglia di Nebbiolo. Sfogliando l’album delle etichette ho però capito che si è trattato un rapporto vero, profondo, e che alcuni di questi vini hanno avuto un peso determinante nella mia evoluzione.</p>
<p><i><span style="text-decoration:underline;">Barbaresco Santo Stefano 1982 Giacosa</span></i></p>
<p><i><span style="text-decoration:underline;">Barbaresco Sorì Tildin 1985 Gaja</span></i></p>
<p><i><span style="text-decoration:underline;">Barolo Gran Bussia 1982 riserva Aldo Conterno</span></i></p>
<p>A questi vini dovrei aggiungere, e forse proprio come primo della lista, il <i><span style="text-decoration:underline;">Barolo Collina Rionda 1982 Giacosa</span></i>, la cui bottiglia vuota troneggia sullo scaffale in  cucina. E’ stato sufficiente uno sguardo alle etichette per ricordare più chiaramente quei  vini meravigliosi, assoluti, pietre miliari della grandezza del vino italico. Mi sono quindi chiesto il perché di questi alti e bassi nel gradimento del Nebbiolo, e sono arrivato alla conclusione che il motivo era riconducibile al fatto che i Nebbiolo mi hanno quasi sempre dato del LEI, mantenendo le distanze senza concedersi completamente.</p>
<p>Ne ho trovato conferma nel recente passato.</p>
<p>Scena. Serata conviviale allo Château de Chorey Les Beaune, per far conoscere il vino italiano a produttori e affini del luogo. Non ne ho testimonianza documentale, perché le bottiglie ancora oggi sono in bella mostra su uno scaffale della sala da pranzo del castello. Non potevamo non portare anche alcuni Nebbiolo e giunse quindi il momento di bere questi tre vini: <i><span style="text-decoration:underline;">Barolo Monfortino 2001 Giacomo Conterno, Barolo Monprivato 2001 Giuseppe Mascarello, Gattinara Osso San Grato 1999 Antoniolo</span></i>. “<i>Ma è meraviglioso! Sembra un Borgogna” </i>(ah! la grandeur francese&#8230;)<i>  </i>oppure “<i>dove si trova questa vigna, devo andare assolutamente a vederla</i>”, e ancora “<i>vino di complessità aromatica pazzesca, non avevo idea che in Italia si facessero vini così</i>”. Avevano gradito, era evidente, ma quei vini avevano colpito anche me.</p>
<p>A ripensarci oggi il motivo è più chiaro: tutti e tre, ciascuno a modo suo,  mi avevano dato del TU, si erano concessi senza riserve, mi avevano preso per mano e mi avevano portato a correre a piedi nudi per i prati odorosi di quei luoghi. E poiché ricordo chiama ricordo, per affinità mi sono ricordato di vini come il <i><span style="text-decoration:underline;">Barolo Monprivato 1989 e 1996</span></i>, alcuni vecchi o vecchissimi Monfortino, alcuni altri vini dell’<i><span style="text-decoration:underline;">Alto Piemonte</span></i>.</p>
<p>Si tratta delle classiche eccezioni che confermano la regola?  O forse, nell’incessabile rincorrersi dei corsi e ricorsi storici?</p>
<p><b><i>Vini che non bevo più, perché purtroppo non esistono più</i></b><br />
<i><span style="text-decoration:underline;">Fiorano Semillon 1971 e 1975</span></i>.  La storia della Tenuta di Fiorano del Principe Ludovisi Boncompagni è nota a qualsiasi appassionato. Sarebbe bello pensare all’araba fenice, sperando che non di mitologia si tratti ma della realtà dei fatti, ma nutro qualche dubbio. Il Semillon è sempre stato il mio preferito dei tre vini  che venivano prodotti e che ho bevuto in lungo e in largo negli anni ‘80. Poi l’oblio, fino a pochi anni fa, quando l’amico alterato Armando Castagno mi ha fatto nuovamente bere alcune vecchie annate del Semillon (a dirla tutta, anche qualche Fiorano rosso dal tappo improbabile ma dal contenuto eccellente).  In cucina svetta oggi una bottiglia del 1975, strappata  agli altri che l’avevano bevuta con me, splendido esempio di una viticoltura colta, nobile e romantica. Ma è impossibile non ricordare il 1971, bevuta nello stesso periodo,  probabilmente il più grande vino bianco italiano che mi sia mai capitato di bere. Inutili gli aggettivi per descrivere le sensazioni donate da quel vino, mi limito a dire che l’integrità e la freschezza erano inimmaginabili per un vino bianco di quaranta anni. Un vino che ha ridisegnato i confini dei limiti umani.</p>
<p><b><i>Vini che non bevevo più e che invece…</i></b><br />
…eccoli di nuovo (tranquilli, non parlerò di Shel Shapiro). Negli anni delle mie prime bevute i soldi in tasca erano pochi. Andavo spesso in Liguria, Riviera Ligure di Ponente, e nelle trattorie che frequentavo bevevo sempre lo sfuso della casa, rigorosamente Rossese di Dolceacqua, fresco di cantina. Con i primi soldi arrivarono i primi vini in bottiglia e lo sfuso scomparve all’orizzonte. Dopo oltre venti anni il Rossese ricompare grazie ai consigli di qualche amico; un altro periodo in stand-by, poi una prima gita galeotta a Dolceacqua, la conoscenza di Filippo, Giovanna, Maurizio, Nino, Roberto (in ordine strettamente alfabetico, e ne dimentico altri), ancora una volta i consigli e le opportunità offerte dagli amici Armando Castagno e Giampiero Pulcini e…..il gioco è fatto.</p>
<p>Negli ultimi anni la letteratura sul vino ha probabilmente sovraesposto il Rossese di Dolceacqua, con il risultano anche di scatenare diversi pasdaran, strenui difensori delle gerarchie acquisite, che hanno preso a spernacchiare chiunque osasse valutare in termini entusiastici alcuni vecchi Rossese. Sono convinto che per i produttori di Dolceacqua il difficile venga ora, costretti come saranno, per tale sovraesposizione, a non sbagliare un colpo. Evito di gettarmi nella mischia e mi limito ad alcune brevi considerazioni.</p>
<p>Dolceacqua è un luogo incantato, come hanno saputo descrivere mirabilmente Francesco Biamonti e Ennio Morlotti, e i produttori che ho conosciuto sono belle persone, con una passione autentica per il luoghi, la storia, le tradizioni,  la loro attività di vignaioli, e con un raro senso dell’ospitalità. Al di là dei vini, quindi, non credo possa essere smentito da nessuno (tranne quelli, ovviamente, che non ci sono mai stati) il fatto che è difficile trovare in altri luoghi quella alchimia di paesaggi, atmosfere e persone. Ciò detto, mi è capitato di bere giovani e vecchi Rossese di Dolceacqua meritevoli di entusiastica segnalazione. Un caro amico, che forse più di altri è riuscito a penetrare l’essenza di questi vini, li descrive come “ellittici”, un insieme di contrasti e di vuoti.</p>
<p>Ometto di parlare delle annate più recenti, o dei produttori ancora in attività, e focalizzo il discorso su un vino che non c’è più (è una fissazione, me ne rendo conto, ma che volete fare….sopportatemi). <i><span style="text-decoration:underline;">Rossese di Dolceacqua Vigneto Curli 1979 e 1982 Croesi</span></i>. Non l’avrei detto per non sentirmi dire per l’ennesima volta che la Borgogna è per me una fissazione, ma fu proprio Gino Veronelli a dire che il vigneto Curli era la Romanée Conti italiana, quindi lo dico: il 1979 non ha nulla da invidiare a una grande versione di Romanée St. Vivant e il 1982 a una altrettanto grande versione di Richebourg. Ma, ed è forse questo che rende davvero grandi nella loro unicità questi vini, si colgono i profumi e i colori delle colline e del mare di Dolceacqua. Giovanna Maccario si è assunta un compito arduo ed entusiasmante allo stesso tempo, ne riparleremo, da parte mia aspetto con ansia di provare il Curli 2012.</p>
<p>Ora spernacchiatemi senza problemi, non cambio idea.<br />
<em>[segue]</em></p>
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		<title>Anteprima  Memorie Enoiche Italiche</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 20:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sulla falsariga (a proposito, qualcuno può spiegarci che vuol dire falsariga?) degli apprezzatissimi post marineschi &#8211; nel senso di Giancarlomarineschi &#8211; di memorie storiche borgognone, giovedì andrà in rete il loro pendant italico. Vini conterranei di elettrica capacità emozionale, in un intenso excursus storico dalle prime esperienze stappatorie fino ai tempi nostri. Difficilmente perdibile. Anzi: [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2735&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2012/07/strillone1.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-1199" alt="strillone" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2012/07/strillone1.jpg?w=302&#038;h=265" width="302" height="265" /></a></p>
<p>Sulla falsariga (a proposito, qualcuno può spiegarci che vuol dire <em>falsariga</em>?) degli apprezzatissimi <em>post</em> marineschi &#8211; nel senso di <em>Giancarlomarineschi</em> &#8211; di memorie storiche borgognone, giovedì andrà in rete il loro <em>pendant</em> italico. Vini conterranei di elettrica capacità emozionale, in un intenso <em>excursus</em> storico dalle prime esperienze stappatorie fino ai tempi nostri. Difficilmente perdibile. Anzi: <em>a-perdibile</em>.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://accademiadeglialterati.com/category/alterati-2/'>Alterati</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2735/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2735/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2735&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Memorie dall’enofronte: una valanga di pr vi seppellirà</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 06:59:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Mugelli Ci sono atteggiamenti, momenti, situazioni, strani fenomeni che osservo in questo mondo enoico che mi fanno sentire ciò che in realtà sono: un ali-eno. La misura la dà il fatto che sono venti minuti che mi dico: finiscono le idee. Finiscono i giorni. Finiscono gli amori. Perché non dovrebbero finire anche i [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2729&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/pr-2070.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2731" alt="PR 2070" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/pr-2070.jpg?w=439&#038;h=297" width="439" height="297" /></a></p>
<p><strong>di Daniela Mugelli</strong></p>
<p>Ci sono atteggiamenti, momenti, situazioni, strani fenomeni che osservo in questo mondo enoico che mi fanno sentire ciò che in realtà sono: un <em>ali-eno</em>.<span id="more-2729"></span></p>
<p>La misura la dà il fatto che sono venti minuti che mi dico:</p>
<p>finiscono le idee.</p>
<p>Finiscono i giorni.</p>
<p>Finiscono gli amori.</p>
<p>Perché non dovrebbero finire anche i giornalisti?</p>
<p>E infatti finiscono. Perché una valanga di <em>pr</em> li seppellirà. Tanto che chi si occupa di comunicazione alla fine mi pare si ritrovi a mandare spesso comunicati stampa e inviti a chi fa lo stesso mestiere.</p>
<p>La chiusura di giornali (o di editori che pagano adeguatamente, verrebbe da pensare) ha di sicuro sollecitato l&#8217;allegra migrazione dall’informazione alla comunicazione. E la promiscuità tra le due cose. Bisogna pur mangiare, è ovvio, e l&#8217;italiano tiene sempre famiglia. Il problema dunque non è quello di scrivere di un vino o di un&#8217;azienda. Che può essere bella o brutta, interessante o insulsa. Il problema è capire perché un giornalista che non fa il giornalista dovrebbe occuparsene. Se tutti i giornalisti si bombardano a vicenda di comunicati, chi e perché dovrebbe pubblicarli o leggerli? Così sbocciano e fioriscono i blog in cui ciascuno recensisce i propri clienti o potenziali tali. Vetrine espositive fatte da, per e su il proprio <em>carnet</em> clienti. Autoreferenziali. Anacronistiche. Noiose. Sulla qualità della scritttura, poi, spesso meglio stendere un velo pietoso.</p>
<p>In un mondo <em>United States of Marketing</em>, velinato, pettinato, ritratto, fotografato, accomodato, perché si dovrebbero leggere giornali e guardare siti internet o trasmissioni TV se è tutto un&#8217;unica grande continua marchetta? Non esisterà più soluzione di continuità tra un articolo e un redazionale, tra i consigli per gli acquisti e un pezzo di informazione. E allora benvenuto <em>zapping</em> libero, anche nella lettura.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://accademiadeglialterati.com/category/alterati-2/'>Alterati</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/category/interventi/'>Interventi</a> Tagged: <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/clienti-o-potenziali-tali/'>clienti o potenziali tali</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/e-infatti-finiscono/'>e infatti finiscono</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/mi-fanno-sentire/'>mi fanno sentire</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2729/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2729/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2729&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>For lunch but not for dinner</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 07:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alterati]]></category>

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		<description><![CDATA[di Raffaella Guidi Federzoni È opinione comune ed errata che la popolazione più arrogante del globo terracqueo sia quella francese. Beninteso, non tutti i francesi, solo una minoranza che non perde occasione per sbattere in faccia allo straniero quanto loro siano superiori in tutto, nel saper vivere, cucinare, produrre vino- beni di lusso-alta moda – [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2720&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/british-gentlemen.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2722" alt="british gentlemen" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/british-gentlemen.jpg?w=516&#038;h=293" width="516" height="293" /></a></p>
<p><strong>di Raffaella Guidi Federzoni</strong></p>
<p>È opinione comune ed errata che la popolazione più arrogante del globo terracqueo sia quella francese. Beninteso, non tutti i francesi, solo una minoranza che non perde occasione per sbattere in faccia allo straniero quanto loro siano superiori in tutto, nel saper vivere, cucinare, produrre vino- beni di lusso-alta moda – letteratura – poesia – cinema.</p>
<p>Ebbene, mi permetto il dissenso alterato, per me la quintessenza dell’arroganza nobile, quella che neanche si preoccupa di giustificarne i motivi, appartiene al ceto alto britannico.</p>
<p><span id="more-2720"></span></p>
<p>Il senso di superiorità albionico è talmente radicato che non ha bisogno di sforzi nel dimostrarlo, a differenza di quello gallico. Una frase che ben la rappresenta è quella del titolo del mio post.</p>
<p>Cosa vuol dire “<em>A pranzo, ma non a cena”</em>? Sta a significare che la commistione per motivi d’interesse commerciale con persone considerate inferiori è accettata nelle ore diurne, sopportata con degnazione durante una colazione di lavoro, ma rifiutata la sera a cena. Questo è uno dei motivi dell’esistenza dei Club privati, isole felici in cui da secoli si ritrovano persone che condividono censo, educazione, interessi, visioni politiche, sesso (!).</p>
<p>Mettendo da parte l’arroganza e lo snobismo di cui sopra, riprendo il concetto del ritrovarsi a cena per l’unico motivo di avere qualcosa in comune, senza secondi fini. Sono questi i momenti che rendono la vita degna di essere vissuta altrove che in una grotta o convento. A me capita sempre più spesso che il calcio d’inizio, lo sparo a salve, la scintilla d’accensione, sia il vino. Però, ben presto, la bottiglia si trasforma da personaggio principale a secondario, fino a limitarsi ad un ruolo di sfondo.</p>
<p>Chi nel mondo del vino ci lavora e ne trae mezzo di sostentamento alla fine cerca una fuga da un argomento che sottende anche rogne, difficoltà, fatica. Bevuto il primo sorso, reso omaggio al liquido, la conversazione si allarga, cresce, a volte vola. Non si tratta più di un match fra chi deve convincere – a comprare, ad apprezzare, a valutare – e chi è restio a cedere. Partendo dal terreno comune enoico, per creare un’amicizia o confermarla c’è bisogno di altro, un nutrimento di esperienze e di comune sentire ben oltre l’appartenenza alla stessa corrente di pensiero vinoso. Può essere uno scambio di pettegolezzi o di battute leggere e persino stupide, oppure un approfondimento riguardo ai massimi sistemi dell’universo, basta che non si parli ancora di “quello”.</p>
<p>Per questo, lo confesso, quando viaggio per lavoro, mi capita di cenare da sola. Piuttosto che prolungare la sofferenza di un colloquio monotematico, preferisco scansare l’invito con una scusa e nascondermi dietro ad un libro, seduta nel ristorantino accanto all’albergo, sperando che il manager mi compri il vino, ma che no, non me ne parli.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://accademiadeglialterati.com/category/alterati-2/'>Alterati</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2720/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2720/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2720&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Italy saved me</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 07:15:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
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		<category><![CDATA[da farmi urlare]]></category>
		<category><![CDATA[roasted turkey]]></category>
		<category><![CDATA[vomitare dietro alberi fronzuti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Raffaella Guidi Federzoni Pubblico con piacere la lettera ricevuta da Emily Jo Wolfsson, seguita dalla mia traduzione. Ho pensato di lasciare la versione originale integra, per renderne il senso completo. Dear friends from the Accademia, I have been following your blog for a while and, despite the amount of subjects that you have touched, [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2713&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/rockwell-thanksgiving.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-2715" alt="rockwell thanksgiving" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/05/rockwell-thanksgiving.jpg?w=286&#038;h=365" width="286" height="365" /></a></p>
<p><strong>di Raffaella Guidi Federzoni</strong></p>
<p>Pubblico con piacere la lettera ricevuta da Emily Jo Wolfsson, seguita dalla mia traduzione. Ho pensato di lasciare la versione originale integra, per renderne il senso completo.</p>
<p><em>Dear friends from the Accademia, I have been following your blog for a while and, despite the amount of subjects that you have touched, there is something missing. I think that my experience should bring to your attention another viewpoint, the one of a born and raised middle class American.</em><span id="more-2713"></span><br />
<em> I grew up in one of the many town in the Midwest. My parents were able to provide a good education to me and my brother. They paid for College and University. We lived in a suburban house with a lovely garden in a leafy street. Mum and Dad were so typical, I realize now, that I could screem. Typical in the povery of talks, typical in their drinks of every weekend, and their composed drunkness afterwards. During working days there were no bottles on the table and everybody ate whenever it felt needed.</em><br />
<em> Saturdays and Sundays we had barbecues in Spring and Summer, or roasted turkey for Thanksgiving. Endless boring meals with whatever plonk was available, as long as it was strong, heavy and alcoholic.</em></p>
<p><em>Once able to drink and drive I did what all the teens I knew did, got drunk every weekend. Slept with whoever I fancied or fancied me. Vomited behind tall leafy trees before getting back home .</em><br />
<em> College and University brought no difference. Same nights, just more sophisticated, I was becoming a snobbish intellectual, marking this evolution with the choice of more expensive wines or cocktails. The aim was to get pissed as quick as possible. No drunkness, no fun.</em><br />
<em> I moved to New York City and started a career. In Manhattan I discovered many Italian restaurants in which the wine was part of the meal, not a separate entity. Something was beginning to change. But is was still the ritual of going out for dinner, in my appartment I had a fridge full of junk food, vodka and a forgotten bottle of sparkling stuff.</em></p>
<p><em>This was until I landed in Italy for a long planned break. I wanted to run away from a world in which I felt uneasy. I choose Italy blindly, I had no connection, just a copule of acquaintances. It took me two weeks to settl,e somewhere in Central Italy, in a town like many others, ancient, apparentely sleepy and magically beautiful.</em><br />
<em> I was invited, it seemed so easy, no fuss, they just said “Why don&#8217;t you come for dinner tonight?” So I went. I found myself sitting between Grandma and a teen who was able to speak my language. Three generations all together. Bread and bottles of wine on the table. Everybody drunk, even the couple of granchildren. Everybody talked all at once. The meal took at least a couple of hours. I left exhilarated for the conversation, of which I understood very little, the food and the wine. Exhilarated, not drunk.</em></p>
<p><em>That was the turning point, since then I sat many times with Italians, aged from sixteen to over ninety. I sat and ate and drunk and felt merry. I learnt the difference of the complicated hierarchy in the Italian denominations and productions. I learnt to appreciate wines from their specificity and not for their glamour.</em><br />
<em> I never got pissed anymore. Now I don&#8217;t need to numb myself to afford life and the next morning.</em></p>
<p><em>Italy saved me from selfdestruction, I have no more to say.</em><br />
<em> Thank you</em><br />
<em> Emily Jo Wolfsson</em></p>
<p>Cari amici dell&#8217;Accademia, seguo da un po&#8217; il vostro blog e, nonostante la quantità di argomenti che avete toccato, c&#8217;è qualcosa che manca. Credo che la mia esperienza possa portare alla vostra attenzione un altro punto di vista, quello di chi è nato e cresciuto nella classe media americana.</p>
<p>Sono cresciuta in una delle molte cittadine del Midwest. I miei genitori furono in grado di provvedere ad una buona educazione per me e mio fratello. Pagarono per il College e l&#8217;Università. Abitavamo in un quartiere residenziale, una casa con un bel giardino in una strada alberata. Mamma e papà erano così tipici, mi rendo conto adesso, da farmi urlare. Tipici nella miseria delle conversazioni, tipici nelle bevute di ogni fine settimana, e nella loro composta ubriachezza successiva. Durante i giorni lavorativi non c&#8217;erano bottiglie sulla tavola e ognuno mangiava quando ne sentiva la necessità</p>
<p>Il sabato e la domenica c&#8217;era la grigliata in primavera ed estate, e tacchino arrosto per il Giorno di Ringraziamento. Noiosi pasti senza fine con qualsiasi vinaccio a disposizione, basta che fosse forte, pesante ed alcolico. Non appena in grado di bere e guidare, feci quello che tutti gli adolescenti di mia conoscenza facevano, ubriacarmi ogni fine settimana. Dormire con chiunque mi piacesse o a cui piacessi. Vomitare dietro alberi fronzuti prima di rientrare a casa.<br />
Gli anni del College e dell&#8217;Università non furono differenti. Le stesse notti, solo più sofisticate. Stavo diventando una <em>snob</em> intellettuale, marcando questa evoluzione con la scelta di vini o <em>cocktail</em> più costosi. L&#8217;obiettivo era di ubriacarsi più velocemente possibile. Senza sbronza, nessun divertimento.</p>
<p>Mi trasferii a New York e iniziai una carriera. A Manhattan scoprii molti ristoranti italiani in cui il vino era parte del pasto, non un&#8217;entità separata. Qualcosa cominciava a cambiare. Ma era ancora il rituale di cenare fuori, nel mio appartamento il frigorifero era pieno di <em>junk food</em>*, vodka e una bottiglia dimenticata di qualcosa frizzante.<br />
Tutto questo fino a quando non atterrai in Italia per una pausa a lungo pianificata. Volevo scappare da un mondo in cui mi sentivo a disagio. Scelsi l&#8217;Italia a caso, non avevo contatti, solo un paio di conoscenze. Mi ci vollero un paio di settimane per ambientarmi, da qualche parte nell&#8217;Italia centrale, in una cittadina come molte altre, antica, apparentemente addormentata e magicamente bella.</p>
<p>M&#8217;invitarono, molto semplicemente, senza cerimonie, mi chiesero <em>“Perché non vieni a cena questa sera?”</em>. Così andai. Mi ritrovai seduta fra la nonna ed un adolescente in grado di parlare la mia lingua. Tre generazioni tutte insieme. Pane e bottiglie di vino sulla tavola. Tutti bevevano, pure i due nipoti. Tutti parlavano contemporaneamente. Il pasto durò almeno un paio d&#8217;ore. Me ne andai esilarata per la conversazione, di cui avevo capito ben poco, per il cibo ed il vino. Esilarata, non ubriaca.</p>
<p>Quello fu il punto di svolta. Da allora mi sono seduta tante volte con italiani, di età dai sedici ad oltre novant&#8217;anni. Mi sono seduta, ho mangiato, bevuto e sentita contenta. Ho imparato le differenze nella complicata gerarchia delle denominazioni e produzioni italiane. Ho imparato ad apprezzare i vini per la loro specificità e non per il loro prestigio.<br />
Non mi sono più sbronzata. Ora non ho bisogno di stordirmi per affrontare la vita ed il mattino dopo.<br />
L&#8217;Italia mi ha salvata dall&#8217;autodistruzione, non ho altro da dire.<br />
Grazie</p>
<p>Emily Jo Wolfsson</p>
<p>* ho preferito mantenere la definizione di “cibo spazzatura” in lingua originale, suona meglio.</p>
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	</item>
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		<title>Dizionario dei sinonimi</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 06:42:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alterati]]></category>
		<category><![CDATA[non contento prosciuga]]></category>
		<category><![CDATA[non giurerei]]></category>
		<category><![CDATA[si accaparra]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabio Rizzari L’etichetta pare del 1902, se non del 1802, ma il vino era del 2002. Con gli anni molti ricordi vengono rimpastati, smontati e rimontati, quindi non giurerei sulla nitidezza della mia memoria su certi vini. Di bianchi di Borgogna, grazie alla divinità benigna, ne ho bevuti; e tra le bottiglie posso contare [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2704&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/04/chassagne-colin-2002.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-2705" alt="Chassagne Colin 2002" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/04/chassagne-colin-2002.jpg?w=316&#038;h=252" width="316" height="252" /></a></p>
<p><strong>di Fabio Rizzari</strong></p>
<p>L’etichetta pare del 1902, se non del 1802, ma il vino era del 2002. Con gli anni molti ricordi vengono rimpastati, smontati e rimontati, quindi non giurerei sulla nitidezza della mia memoria su certi vini.<br />
Di bianchi di Borgogna, grazie alla divinità benigna, ne ho bevuti; e tra le bottiglie posso contare – senza scriverlo con la maniacalità del collezionista che cerca ossessivamente di arricchire il suo <em>cursus honorum</em> – pezzi rari e sublimi.<span id="more-2704"></span></p>
<p>L’eccelso <em>Chassagne Montrachet Les Caillerets <em>2002</em> di Marc Colin </em> bevuto sabato sera, al netto di paragoni fuori luogo in termini di peso estrattivo, sta perfettamente alla pari con molti di quei ricordi. Come in un sogno, un bianco completo, caleidoscopico, che permette l’uso di qualsiasi aggettivo (tranne forse <em>edificabile</em> e <em>bariatrico</em>). Si accaparra tutta la lunga teoria dei descrittori dinamici: fresco, scattante, vibrante, l’immancabile minerale, salino, ritmato. Non contento, prosciuga anche il serbatoio opposto e complementare: avvolgente, morbido, dal tatto vellutato, burroso, nocciolato, carnoso, etc etc. Emozionante.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://accademiadeglialterati.com/category/alterati-2/'>Alterati</a> Tagged: <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/non-contento-prosciuga/'>non contento prosciuga</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/non-giurerei/'>non giurerei</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/si-accaparra/'>si accaparra</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2704/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2704/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2704&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Chassagne Colin 2002</media:title>
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	</item>
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		<title>Orgoglio senza pregiudizio</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 08:19:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alterati]]></category>
		<category><![CDATA[convinti erroneamente]]></category>
		<category><![CDATA[in un luogo ristretto]]></category>
		<category><![CDATA[riservati a ciò]]></category>
		<category><![CDATA[tanto e molto di ciò]]></category>

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		<description><![CDATA[di Raffaella Guidi Federzoni Alla fine di aprile di venticinque anni fa ero al Greppo. Non erano giornate normali, l&#8217;eccezionalità consisteva nei preparativi per la celebrazione del Centenario del Brunello. Le quattro bottiglie conservate in un luogo ristretto e scarsamente illuminato della cantina portavano scritta sulle etichette la data 1888. Il vino chiamato Brunello era [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2692&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/04/cartello-stradale.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2694" alt="cartello stradale" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/04/cartello-stradale.jpg?w=500&#038;h=306" width="500" height="306" /></a></p>
<p><strong>di Raffaella Guidi Federzoni</strong></p>
<p>Alla fine di aprile di venticinque anni fa ero al Greppo. Non erano giornate normali, l&#8217;eccezionalità consisteva nei preparativi per la celebrazione del Centenario del Brunello. Le quattro bottiglie conservate in un luogo ristretto e scarsamente illuminato della cantina portavano scritta sulle etichette la data 1888. Il vino chiamato Brunello era sicuramente nato molti anni prima, ma quelle bottiglie erano la testimonianza più antica, ancora viva e presente. Per questo si preparavano ad essere ricordate.<span id="more-2692"></span></p>
<p>L&#8217;evento non avrebbe però coinvolto solo la proprietà della famiglia Biondi Santi. L&#8217;intera comunità di Montalcino si era attivata sotto la conduzione dell&#8217;allora sindaco. Non mi voglio soffermare sui dettagli di quel momento, a cui ho già accennato in un post precedente. Quel che mi interessa e che riporto con l&#8217;affetto e la nostalgia riservati a ciò che era e che forse non è più, era il sentire orgoglioso di un luogo, di una storia e di un passato, condensato in un vino. Il Brunello di Montalcino era un vino già conosciuto da un&#8217;élite di appassionati. Un mondo trasversale ed internazionale piuttosto nutrito, che presto sarebbe diventato molto più vasto, così come si sarebbe allungato l&#8217;elenco dei produttori e delle cantine.</p>
<p>Con un bel salto arrivo ai giorni nostri. In queste due decadi e mezzo è accaduto tanto e molto di ciò non è stato bello. Le notizie negative fanno presto a girare il mondo e marchiano la reputazione di un posto e di una denominazione. Gli aspetti positivi e particolari che rendono questo paese così unico e per me tanto amato vengono trascurati o al massimo dati per scontati.<br />
Eppure fra i tanti motivi per cui io, sì, sono orgogliosa di scandire nelle due o tre lingue che conosco <em>“abito a Montalcino e rappresento un&#8217;azienda produttrice di Brunello”</em> non c&#8217;è solo il senso di appartenere ad una comunità anche litigiosa, ma viva e solidale quando serve. Non c&#8217;è solo la stupefazione quotidiana della bellezza di un paesaggio composito.</p>
<p>C&#8217;è la comprensione di cosa vuol dire un passato radicato profondamente come le radici delle vigne più vecchie, c&#8217;è la visione di un futuro nei figli e nipoti di agricoltori che a suo tempo riscattarono il podere dalla mezzadria e adesso lo hanno reso una gemma splendente fra vigne ed olivi. C&#8217;è la conoscenza di altri non Natives come me, persone curiose arrivate per caso, o per scelta, e poi rimaste, cittadini del mondo che hanno deciso di crescere i figli qui. Altri sono andati via, alcuni dopo aver sbagliato i loro calcoli speculativi, convinti erroneamente che il vino sia un&#8217;operazione economica di rapida risoluzione.</p>
<p>Tutto quanto scritto avrebbe meno senso se non avessi un paio di punti di riferimento. Due uomini maturi che rappresentano la continuità, orgogliosamente espressa nella conduzione delle loro proprietà, ricevute dalle generazioni precedenti. Due persone che mi onorano della loro amicizia. Per uno ho lavorato in passato e per l&#8217;altro continuo a farlo fieramente anche adesso. Jacopo Biondi Santi e Stefano Cinelli Colombini sono il volto del Brunello di Montalcino nobile, la cui nobiltà non è tanto derivata da un albero genealogico, piuttosto dalla volontà di rimanere qui e di tramandare il dono di un vino che non è solo liquido alcolico, ma soprattutto la testimonianza di una storia toscana, italiana, universale.</p>
<p>PS Rimando volentieri anche al <a href="http://www.vinoalvino.org/blog/2013/04/preoccupazioni-sul-futuro-del-greppo-niente-paura-sara-sempre-un-biondi-santi-a-restare-al-timone.html" target="_blank">bel post</a> recentemente pubblicato da Franco Ziliani sul suo blog Vino al vino.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://accademiadeglialterati.com/category/alterati-2/'>Alterati</a> Tagged: <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/convinti-erroneamente/'>convinti erroneamente</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/in-un-luogo-ristretto/'>in un luogo ristretto</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/riservati-a-cio/'>riservati a ciò</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/tanto-e-molto-di-cio/'>tanto e molto di ciò</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2692/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2692/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2692&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Tirando a Campà(nia), seconda parte</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 13:37:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alterati]]></category>
		<category><![CDATA[deliberatamente pretestuosa]]></category>
		<category><![CDATA[empatia con il consumatore]]></category>
		<category><![CDATA[floreale femminilità]]></category>
		<category><![CDATA[pallagrullo]]></category>
		<category><![CDATA[senza asciugare]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giampaolo Gravina Squaw Piedirosso, femmina con grinta I quattro lettori che hanno colto la valenza umoristica dell’accostamento tra il nome di una squadra di basket universitario come Indiana e il vino Piedirosso mi esortano a desistere. «Lascia l’ascia e accetta l’accetta» è stato il commento più benevolo (vi risparmio gli altri). Proverò dunque ad [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2682&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/04/squaw-con-bottiglia-di-piedirosso.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-2685" alt="squaw con bottiglia di piedirosso" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/04/squaw-con-bottiglia-di-piedirosso.jpg?w=303&#038;h=503" width="303" height="503" /></a></p>
<p><strong>di Giampaolo Gravina</strong></p>
<p><b>Squaw <i>Piedirosso</i>, femmina con grinta</b><br />
I quattro lettori che hanno colto la valenza umoristica dell’accostamento tra il nome di una squadra di basket universitario come <b>Indiana</b> e il vino <b>Piedirosso</b> mi esortano a desistere. «Lascia l’ascia e accetta l’accetta» è stato il commento più benevolo (vi risparmio gli altri). Proverò dunque ad alzare un po’ il tono.<span id="more-2682"></span></p>
<p>«Sterminator Vesevo», cantava Leopardi nella <i>Ginestra</i>, e opponeva all’«arida schiena» del vulcano e alle sue «ceneri infeconde» i «cespi solitari» dell’«odorata ginestra». Proprio a partire dal Vesuvio, una vena di floreale femminilità percorre le più interessanti espressioni del Piedirosso fuori dei confini flegrei: una femminilità schietta, grintosa, tutt’altro che leziosa e banalmente disponibile.</p>
<p>È il caso del Pompeiano <i>Frupa</i> 2011 di Benny <b>Sorrentino</b>, giovane e determinata enologa dell’omonima azienda di famiglia: un Piedirosso pimpante nel registro di aromi primari e quasi didattico nella sua immediatezza. Esemplare anche il vino delle sorelle Anna Chiara e Paola <b>Mustilli</b>, il più convincente dei Piedirosso sanniti nelle ultime vendemmie: si presenta con note di geranio, ma quell’ombra vegetale non disturba, anzi prepara una bocca succosa, dove torna un carattere fragrante e una chiusura piacevolmente rustica, senza asciugare.</p>
<p>Sarei per contro tendenzialmente più cauto a chiamare in causa il controverso paradigma della femminilità nel commentare la nuova etichetta <i>Ficonera</i> che la cantina <b>San Giovanni</b> ha appena presentato all’ultimo Vinitaly: un Piedirosso in purezza ottenuto da piante di 35 anni e prodotto nella tiratura limitata di soli 870 esemplari. Come tutti gli esordi, va giudicato in prospettiva e chi ha già apprezzato la notevole qualità dei vini di Ida Budetta e Mario Corrado fa bene a nutrire ottimistiche aspettative. Al momento, però, se devo essere sincero, tanto il <i>Castellabate</i> 2011, con la sua ricca scorta di frutto e spezie (mirtilli e pepe) dall’effetto naturale e coinvolgente, mi era parso “incisivo”, quanto quest’ultimo <i>Ficonera</i> (almeno stando al nome e ai rimandi di rosa) rischia di rivelarsi “canino”.</p>
<p><b><i>Pallagrello</i></b><b> al centro</b><br />
A ben guardare, nel successo di un vino la questione del nome non va sottovalutata: al contrario, come è ben noto al bevitore alterato, il nome gioca spesso un ruolo decisivo come veicolo di affermazione non soltanto di una singola etichetta, ma di un intero comparto produttivo. Prendiamo ad esempio il Pallagrello: se non fosse per quei richiami insieme sportivi e agrumati evocati da un nome di siffatta originalità, se l’<i>appeal</i> comunicativo dovesse venire interamente affidato alla sola indicazione <i>Terre del Volturno</i>, per quanto geografica e tipica che sia, l’empatia con il consumatore ne uscirebbe alquanto ridimensionata.</p>
<p>Inutile rivendicare la priorità del territorio sul vitigno quando è in campo un vino come il Pallagrello, dal nome <i>catch &amp; shoot</i>, giocoso e rotondetto, soffice e plastico insieme. Il bianco appare versatile negli uvaggi (<i>pallagrillo</i>, <i>pallagreco</i>); il rosso, invece, si mostra non di rado piuttosto sensibile al metodo delle <i>vendanges entières</i> (<i>pallagraspo</i>). In entrambi i casi, il Pallagrello garantisce comunque quell’ineffabile quota di bizzarria e lunaticità (<i>pallagrullo</i>) che propizia le espressioni più imprevedibili delle versioni <i>bio</i>. In una parola: è ganzo.</p>
<p>Sprofondato nella boscosa magia del <i>resort</i> <a href="http://www.aquapetra.com/it-it/" target="_blank"><b>Aquapetra</b></a>, in occasione di questo primo appuntamento di <i>Campania Stories</i> ho degustato le versioni di riferimento del Pallagrello caiatino. Mi ha colto un po’ di sorpresa l’assenza di due aziende come <b>Crapareccia</b> e <b>Rao</b>, autentiche <i>outsiders</i> della tipologia, che si sono distinte nelle scorse vendemmie per una sequenza di vini di sicura personalità, magari insofferenti alla disciplina della grammatica enologica (<i>pallagrezzi</i>?) ma non per questo meno vitali e convincenti. Da simpatizzante e quasi “tifoso” del lavoro di Tommaso Mastroianni, anche ottimo produttore di olio da varietà caiazzana, confido di tornare a degustare i suoi vini (come pure quelli di Rao) nelle prossime sedute d’assaggio.</p>
<p>Ho invece ritrovato con estremo piacere il Pallagrello di Giovanni Ascione, in arte <b>Nanni Copè</b>: pluridecorata nell’estate scorsa, la versione 2010 del suo <i>Sabbie di sopra il Bosco</i> si lascia apprezzare a mio giudizio come il Pallagrello più buono mai assaggiato fin qui. A rigore, un piccolo saldo di uve aglianico e casavecchia impedisce di considerarlo come un Pallagrello in purezza, ma poco importa: la purezza, come diceva Kierkegaard, appartiene più ai gigli nei campi che non alle uve nei tini. E in ogni caso, <i>Sabbie</i> 2010 resta un vino molto espressivo ai profumi, dal respiro floreale, slanciato al palato, dinamico e rinfrescante.</p>
<p>Meno trascinante la prova degli altri Pallagrello, ineccepibili sotto il profilo della confezione enologica ma un po’ frenati nell’energia e allineati nella personalità. Saturo nel colore, prevedibile nei profumi, <i>Ambruco</i> 2010 di <b>Terre del Principe </b>si riscatta in bocca con un frutto più tonico e saporito; compatto il Pallagrello Nero 2009 di <b>Vestini Campagnano</b>, ma asciugato sul finale e in debito di dettagli; come pure tendenzialmente asciugato e unidimensionale nell’espressione il Pallagrello <i>Hero</i> 2010 di <b>Selvanova</b>.</p>
<p><b>La città di re Luigi</b><br />
Quindici giorni fa, nella prima parte del post, avevo evocato la <i>March Madness</i>. Nel frattempo il torneo <i>Ncaa</i> si è concluso: la squadra dell’università di <b>Louisville</b> ha vinto la finale contro Michigan ed è stata proclamata campione del <i>college basket</i> statunitense per la stagione 2012-13. Louisville, come è noto, è la città del Kentucky che ha dato i natali a Muhammad Ali (e a Rajon Rondo). Il nome è una dedica a Luigi XVI di Borbone, sovrano di Francia deposto dai rivoluzionari nel 1792 e ghigliottinato l’anno dopo. A mio giudizio, il re Luigi dell’Aglianico di oggi è <b>Luigi Tecce</b> e Paternopoli è la sua Louisville. Mi piace chiudere questa ricognizione del rosso campano, senz’altro parziale, incompleta e deliberatamente pretestuosa, con un richiamo ai suoi vini.</p>
<p>Intendiamoci: Tecce è un Luigi con la testa ben altrimenti salda sulle spalle, e Paternopoli non assomiglia per niente a Louisville (né tanto meno a Versailles). Però nella sensibilità interpretativa del vignaiolo irpino ritrovo un talento analogo a quello di Rick Pitino, l’unico allenatore nella storia a vincere il titolo <i>Ncaa</i> con due squadre diverse (il precedente con Kentucky nel 1996). Come il <i>coach</i> dei <i>Cardinals</i>, anche Tecce sembra in grado di valorizzare al meglio, e talvolta perfino di esaltare, il materiale che si ritrova per le mani: se l’annata è propizia e promettente come nel 2008 (e ancor più nel 2010) ecco un <i>Poliphemo</i> complesso e tridimensionale; se l’annata è problematica e insidiosa come nel 2009 (o perfino peggio nel 2012) ecco un <i>Satyricon</i> dalla motricità inarginabile.</p>
<p>Giovedì mattina ero nella cantina di Luigi e ho assaggiato con lui qualche campione da botte: non so se dare la colpa a Voltaire o a Rousseau, ma un paio di vini sfoggiavano una bellezza rivoluzionaria. E un’energia da <i>Nba</i>.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://accademiadeglialterati.com/category/alterati-2/'>Alterati</a> Tagged: <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/deliberatamente-pretestuosa/'>deliberatamente pretestuosa</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/empatia-con-il-consumatore/'>empatia con il consumatore</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/floreale-femminilita/'>floreale femminilità</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/pallagrullo/'>pallagrullo</a>, <a href='http://accademiadeglialterati.com/tag/senza-asciugare/'>senza asciugare</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2682/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/accademiadeglialterati.wordpress.com/2682/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2682&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Politicamente scorretto</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Apr 2013 07:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Rizzari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alterati]]></category>
		<category><![CDATA[monolite difficile]]></category>
		<category><![CDATA[passare per trogloditi]]></category>
		<category><![CDATA[scaccolarsi occasionalmente]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rizzo Fabiari Si cresce, enologicamente parlando, affaticati da un reticolo di norme vincolanti, dogmi, luoghi comuni. Si teme di passare per trogloditi se si sgarra dal galateo del buon bevitore e dal politicamente corretto (il territorio come nume tutelare e indiscutibile, ah quanto sono meglio i piccoli vignaioli, magari ottantenni, ah quanto è meglio [&#8230;]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=accademiadeglialterati.com&#038;blog=20737950&#038;post=2629&#038;subd=accademiadeglialterati&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/04/antica-arte.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-2630" alt="antica arte" src="http://accademiadeglialterati.files.wordpress.com/2013/04/antica-arte.jpg?w=283&#038;h=426" width="283" height="426" /></a></p>
<p><strong>di Rizzo Fabiari</strong></p>
<p>Si cresce, enologicamente parlando, affaticati da un reticolo di norme vincolanti, dogmi, luoghi comuni. Si teme di passare per trogloditi se si sgarra dal galateo del buon bevitore e dal politicamente corretto (il territorio come nume tutelare e indiscutibile, <em>ah quanto sono meglio i piccoli vignaioli, magari ottantenni, ah quanto è meglio il vitigno dimenticato, ah quant’è poetico bere nelle vecchie osterie di paese</em>).</p>
<p>Poi ci si rompe i coglioni e si comincia a essere liberi; o almeno, un po’ più liberi. <span id="more-2629"></span>Ecco un repertorio incompleto di atti liberatori, che tali in realtà non sono del tutto, mancando in radice la volontà di provocare o di rivendicare lo <em>status</em> di eccentrico a tutti i costi. Ed essendo ben poca cosa rispetto ad azioni davvero incisive, come ricoprire di tonnellate di stallatico la fabbrica della Del Monte.</p>
<p>Allungare il vino con l’acqua. Se il malcapitato si becca a tavola un monolite difficile anche da masticare, un po’ d’acqua restituisce una frazione minima di voglia di bere.</p>
<p>Bere qualsiasi vino su qualsiasi piatto. Le dissonanze stridenti sono davvero poche: un Barbaresco invecchiato con una sogliola alla mugnaia, per dire (e non è detto fino in fondo: metti che si tratti di un Barbaresco tutto trine e merletti, poco tannico&#8230;). Per il tutto il resto faccio come mi pare.</p>
<p>In forza del punto precedente, liberarsi della visione monomaniacale dell’appassionato chi spacca il capello in frazioni sempre più minute (<em>“con le ostriche fines de claire, meno saline e più iodate, non ci vedo uno Champagne di Cramant, che ha sentori gessosi più pronunciati, meglio uno di Ay, purché di dégorgement non inferiore a 18 mesi”</em>)</p>
<p>Tagliare i vini. Lo fanno da secoli i produttori, perché non dovrei farlo io? Se nel bicchiere mi sono rimaste due dita di Verdicchio e ho il fondo di bottiglia di un bianco alsaziano, me lo verso e basta.</p>
<p>Scaccolarsi occasionalmente a cena, con discrezione. Usando solo la punta del pollice, non è per me affatto disdicevole; sebbene, ammetto, sia  poco rispettoso come atto sociale e piuttosto sgradevole esteticamente. E a maggior ragione non è disdicevole se la tavolata sta parlando della nuova capogruppo dei Cinque Stelle alla Camera.</p>
<p>Quando è il caso, avere l’indipendenza di giudizio di trovare cattivo <em>tout court</em> il vino della divinità di turno; quella della quale si pronuncia il nome sottovoce, con deferenza. Ho bevuto vini deludenti di Jayer, figuriamoci se non càpita con qualche reuccio nostrano.</p>
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