Il vino sincerissimo

di Giampiero Pulcini

Il vino della casa: il quartino minuto e slanciato servito in trattoria, col vetro appannato se bianco, inchiostro denso se rosso.
Il vino di casa: il bottiglione che santifica il pranzo della domenica, raramente di stazza inferiore ai due litri.
Entrambi da bere col bicchiere “da acqua”, basso e svasato che si prende meglio e appoggia un sorso robusto, come si deve.

Il vino che resta vino senza farsi notare, che non distoglie dalla conversazione ma che se non ci fosse la conversazione sarebbe meno brillante; il vino che sta in tavola come ci sta il pane e il sale, da non girare di continuo dentro calici in bilico che porcaputt…!, lo sapevo, s’è rotto, corri lo scottex sennò faccio un casino.
Niente a che vedere coi lussuosi V.d.t. imbottigliati, etichettati, da approcciare con una cautela, un tono, chessò; per non parlare dei DOC, da riciclare col dottore a Natale che per noi è sprecato e almeno si fa bella figura.
Questi stanno a quelli – quelli caserecci, dico – come il cavallo sta all’asinello. Bello il cavallo, altra classe, ma la simpatia e la confidenza dell’asinello vuoi mettere, ci son giorni che hai bisogno solo di quelle.

Non sempre è buono, anzi, quando è cattivo può cambiarti i connotati.
Gesti di irruente, “irrifiutabile” ospitalità: bottiglia impugnata dal collo e vigorosamente ribaltata nel bicchierozzo. “Che ne pensi? Bello corposo eh, senti come impasta…”
Rendi a quello sguardo orgoglioso un sorriso a mezz’asta, mentre rumini una pappa nera bruciante e dentro di te sboccia l’Urlo di Munch.
Il bianco, croce e delizia.
Se è croce, è una croce che pesa: ostinato e sinistro, s’artiglia al retronaso come un gatto in amore, due fette di pane a sorsata non bastano per rifarti la bocca.
Se è delizia, proprio una delizia non è, ma sa essere garbato, guizzante, lasciare la bocca pulita e la scia di un ricordo gentile.

Ultima domenica d’inverno dagli zii di campagna, marito e moglie, due persone più buone del pane che fino a qualche anno fa ancora facevano.
In tavola l’assortimento totale dei vini di casa: un rosso, un nero, un giallino e un oro brunito. Quest’ultimo – in bottiglia con pàmpano stampato e tappo basculante – a occhio era quello per cui giocarsi la carta di un’astenia incipiente, una gastrite galoppante, una patente zoppicante.
Scusa rimasta in canna, disinnescata dall’aggettivo usato in presentazione e reso disarmante dalla ruspante inflessione umbra: “questo qui c’ha tre anni, è singerissimo.”
Sincerissimo. Bello, mai sentito, ecco il bicchiere.
Profumava di uva spremuta, appena aromatica, lo sfondo dolce attraversato dalla vena acidula di una volatile in libera uscita.
Assaggio omeopatico. Buono: secco di gusto e largo di fianchi, fatalmente perfetto sul pollo arrosto di casa tirato fuori dal forno a legna. Oddio, a rompergli le palle non avrebbe toccato i 70 punti, ma sarebbe stato come fare l’analisi grammaticale a una poesia in vernacolo.

Ho provato a tradurre.
Nitido, netto… macché… corretto, preciso… per carità.
No, quel vino era proprio sincerissimo. Anzi, singerissimo.
Nessun maquillage, nessun mistero, quel po’ che sentivi era tutto quel che poteva.
Naif, forse, ma suona un po’ troppo snob. Vestiva il magnetismo sbilenco delle cose genuine e imperfette, frutto di scrupoli ingenui messi in atto con strumenti inadatti.
Uve raccolte tardi, di passaggio, da una vigna abbandonata di un contadino che non c’è più; un ginepraio di piante vecchissime che danno ancora qualcosa, messo in una bottiglia tanto kitsch da far tenerezza e finito in un bicchiere che una volta era della Nutella.
Ciononostante, o forse proprio per questo, millimetricamente dimensionato all’armonia semplice di quella tavola, ben più di quanto sarebbe stato un vino “importante” perché troppo buono, fuori misura come un frac alla pizza del sabato capace di creare più impaccio che ammirazione.

Veniva tutto da lì, da quella gente lì.
Era questo a dare a ogni cosa un sapore speciale.

Annunci

18 commenti to “Il vino sincerissimo”

  1. Prima di ogni considerazione complimenti per l’articolo e la fluidità. Mi hai fatto rivivereil mio passaggio dall’adolescenza al consesso dei “maschi” cadenzato dalla espressione tra il burbero e il mistico (per quanto possa essere mistico un rude fattore marchigiano) di mio zio che mi conduceva nella cantinae mi faceva degu-pardon-tracannare il vino di famiglia (10 botti gigantesche riposte su due file dirimpettaie, 5 di rosso e 5 di bianco) secondo la misura un bicchiere a occhio (ergo 2) per ogni botte, e quando accusavo segni di stanchezza mi rimbrottava “Porco Dindro!!! Bevi che sei omo!!!”. Ho ancora i ricordi di come il rosso, decisamente non un campione di eleganza, si legava a meraviglia con le spuntature di maiale alla brace, i vincisgrassi, il fritto misto con gli gnocci di crema. Oggi da buon parveneu direi cucina di territorio abbinata a vino di territorio in maniera tale da render buono anche ciò che intrinsecamante non lo è (provate voi a mangiare come portata conclusiva prima del dolce un fritto di abbacchio con gnocchi alla crema!!!). Vino Scorrettissimo quindi, cibo da ictus eppure…. nostalgia canaglia.
    Questo è l’altro lato della medaglia del vino: vino corretto (di cui si è discusso nel post precedente) vino scorretto. Del primo si è abbondantemente dissertato, sul secondo la posizione mi sembra piuttosto chiara; ma questi sono i due estremi. E la via di mezzo? quella che io mi smazzo per cercare ogni giorno comandato in terra? Quella dei contadini che hanno capitio come si fa un vino di territorio e tradizione con una gestione poco invasiva in vigna, un trattamento altrettanto poco invasivo in cantina per arrivare a:”no triks, just wines”?
    Leggo guide, articoli, punteggi, recensioni eppure proprio questa categoria, tutto sommato silenziosa, sembra non trovare spazio in una battaglia che da gustativa è divenuta culturale: da un lato l’industria meccanizzata che sforna vinelli e vinoni tutti “pettinati” dall’altro l’industria che si maschera da vignaiolo arcadico che si avvale di candide vergini che, condotte le uve in cantina, vi si immergono senza pressarle e peruna forma di transustanziazione laico-new age divengon vino eccellente che si autoimbottiglia, tappa, sigilla e compare per miracolo sugli scaffali di ristoranti, enoteche et similia.
    Se questi sono i poli della discussione su cui i “falchi” di entrambi gli schieramenti spingono le relative posizioni………. aridateme zio Angelo (Dio l’abbia in Gloria)

  2. Trovo perniciosissima la moda del bicchierone da degustazione, e ho già scritto in materia proponendo la fondazione di un “comitato di liberazione dal bicchierone tondo” (CLBT). Ecco il relativo collegamento:

    http://vino.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/05/10/per-una-fondazione-del-clbt/

    Liberiamoci dalle fioriere. Viva il bicchiere da osteria.

  3. Arte.

  4. Quando ce vo’, ce vo’.
    Siamo fortunati di aver avuto uno zio o parente lontano così. O anche solo uno conoscente che abbiamo visitato anni fa. Il vino bevuto in loco, dividendo la tavola con un ospite generoso nella sua semplicità, ci è rimasto dentro più di tante bevute acculturate.
    Viva la singerità.

  5. Comunque, Giampiero, scrivi davvero da Dio.

  6. Mi associo ai complimenti sulla scrittura. Avevo aperto il link da iphone e mi son dovuto fermare con la macchina per leggere con calma.
    Mi hai riportato all’infanzia, il vino singerissimo mi ha cresciuto in casa (un gutturnio frizzante che pigiava mio padre con il suo amico Emilio, a Castell’Arquato).
    Quel vino è sempre stato il “Milietto” come si soprannominava l’amico, direttore Ricerca e Sviluppo della Glaxo dal lunedi al venerdi, e aiuto contadino il week end e l’estate…
    Le gite domenicali nell’oltrepo’ regalavano scene tipo le vostre, Pulcino e Fabbretti, con pranzi micidiali “alleggeriti” da inchiostri frizzanti che legavano da dio con salumi e fritti.
    E, incredibile ma vero, mai un mal di testa il giorno a venire.

  7. Non mi pare del tutto superfluo specificare il nome degli zii.
    Gildo e Pasqualina, due colonne.

  8. Singerissimamente godi della mia più profonda stima di Oste

  9. Giampiero, ti devo un bicchiere di quello buono.

    Quello buono: un bicchiere del Cacchione “vagamente” acetico che mi dovetti ingollare a bicchieroni interi quando mi arresi ed acconsentii ad essere ospite di Fabio, compagno di banco del liceo, ma a casa dei suoi nonni paterni, nell’agro pontino, nel luglio del 2002, proprio mentre a Genova bruciavano le ultime rimanenze dell’occidente.

    Oh, ero l’appassionato di vino e noto alcolista notturno compagno di classe del nipote secchione e filosofo, mica potevo esimermi dal buttare giù tutto. Io avrei buttato giù tutto eccome, ma sull’insalata! Purtroppo questo non si poteva fare e nemmeno dire, manco si fosse trattato di segreti massonici da iniziati del 33° grado, tipo l’effettivo residuo zuccherino del Kurnì o l’esatta composizione ampelografica dei Sorì di Gaja.

    Ironia del destino, in camera riposava un’intera cassa di Cristal 1990, che avevo comperato su ebay alla vertiginosa cifra di 90.000 lire a bozza, e che avevo ritirato dal venditore alla stazione di Genova Porta Principe, motivo per cui mi ero trovato a passare da Genova andando a Latina.

    Durante quel breve soggiorno avrei approfittato per andare più volte ad Anzio, da Del Gatto, dove comperai vecchie bottiglie di Coulée de Serrant e Sémillon di Fiorano a prezzi irrisori (“famo k’amo scherzato”, diceva il padre del titolare) e nuovissime bottiglie degli allora furoreggianti Masseto, Redigaffi, Bricco dell’Uccellone, pure loro a prezzi ottimi rispetto alla follia speculativa che allora investiva il vino parkeriano anziché il debito pubblico nazionale.

    Eppure quel Cacchione Ponti style (“acetoooo Pontiiiiiii: il grande aaaaceto di viiiino!”) si era conquistato il suo angolo di memoria e di cuore. Ricordo che addirittura una sera, ubriaco duro dello Chardonnay in legno di Casale del Giglio, farneticando con l’amico filosofo di come mai si potesse riuscire ad uscire heideggerianamente nella pianura dell’essere in un posto come l’agro pontino, invasato dalla bellezza adolescente della figlia del gestore del winebar di Latina dove stavamo spendendo la serata, cominciai a chiedermi se il destino del vino laziale potesse essere infine riscattato da questo nobilissimo fra i vitigni.

    Quando con questo felicissimo argomento cominciai ad attaccare il bottone peggio dissimulato della storia del corteggiamento umano con la bellissima (parliamo di una bellezza corrispondente all’assunzione di circa due bottiglie di vino, mica pizze e fichi…) figlia del titolare del wine bar, mi guadagnai da lei il titolo di Re dei Cacchioni, ma forse ero troppo ubriaco per ricordare esattamente, può essere che la dizione corretta fosse leggermente diversa…

    Il mio destino alterato aveva cominciato a palesarsi.

  10. Voglio segnalare proprio un vino che ho bevuto ieri sera in una trattoria maremmana, tra l’altro uno dei pochi posti ancora veri rimasti, che mi ha fatto quell’impressione li’ del vino singerissimo: Ansonica di Celestina Fe’ (Moira Guerri vigneronne nostrale, produttrice di Morellino anche lui singerissimo). Trattasi di Ansonica color oro, dal tannino possente e rinfrescante, dove non andare a cercare aromi o profumi spericolatemente fruttati, ma che piano piano nel bicchiere si libera di qualche rigidita’ inziale e tira fuori un corredo di erbe e di macchia mediterranea deliziosi. La bocca è tosta, inizialmente, ma poi si concede alla beva, che puo’ essere “pericolosamente” facile.
    Mi ha veramente ricordato quei vinazzi nostrli di Ansonica che erano i vini della casa e i vini di casa (e del contadino della porta accanto). Forse un vino non per tutti, ma a me è piaciuto tanto.

  11. Ormai siamo sull’Amarcord alterato spinto e ci devo mettere del mio. Ricordando in modo struggente non il vino singerissimo del contadino, bensì quello altrettanto singero del prete. Il Parroco di Camigliano, frazione di Montalcino. Don Otello, ora ormai ultraottantenne, Agli albori della mia scoperta dei luoghi ilcinesi mi capitò di conoscerlo. Il sacerdote, imbenzinato dalla novità di una femmina cittadina corredata da fidanzato albionico a sua volta munito di fratello fricchettone, ci invitò ad una visita semi-clandestina della sua cantina, locata sottoterra e raggiungibile da una botola. In tale sito degustammo un vino rosso giovane e superbo, proveniente da vigne curate dallo stesso uomo di Chiesa.
    Alla nostra ingenua domanda “quanto è rimasto in botte?”, egli in tono solenne rispose “L’unico legno che ha visto è quello della vite.”
    Inutile dire che ci sgargarozzammo in piedi diverse bottiglie, finendo con la sua grappa, micidiale e purissima. Purtroppo la cura della vigna gli fu tolta, la Pieve a cui appartenenva venduta e trasformata in ristorante. Non tutti i salmi finiscono in gloria.

  12. State scrivendo cose bellissime, grazie davvero.

  13. Grande! Superfluo ogni commento, ma mio zio Peppe sicuro ti incornicerebbe.

  14. Un articolo in stile Mario Soldati, che ha riportato a galla i vini ‘sinceri’ di cui si sentiva immediato lo spunto, come diceva mio nonno umbro, ‘ha preso di settembrino’.

  15. Semplicemente grazie.
    Poesia pura.

  16. Non riesco a non rileggerlo una volta al giorno, questo pezzo mirabile, sempre con quel sorriso beato di quando incontri una cosa dovuta, che dovevi trovare, che ti aspettava per forza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...