Siamo tutti rosati

polaroid di edward sharp

di Giampiero Pulcini

Sarà capitato a molti.
Tornare in un posto legato alle estati più lunghe e più belle, dove da bambini s’è diventati ragazzi; tornarci dopo anni passati altrove a diventar uomini – provarci, almeno – prendendo a morsi la vita arsi da una bulimia cieca di luoghi e di gente.
Il tempo per aprire gli occhi più di quanto speravi di fare, fino a focalizzare qualcosa che ti stava davanti ma che scavalcavi lanciando lo sguardo al di là, a cercare dell’altro che pensavi importante senza nemmeno sapere che fosse.
Te lo dicevano in tanti, a lungo l’hai liquidato con brevi occhiate distratte. Questo: non finisci mai di imparare e però tutto finisce. Tutto.

Qui sta la fregatura, at the end of the road. Nel tempo negato, nel vicolo cieco di una verità che ti stringe subito addosso come una camicia due taglie più piccola.
Avrai sempre più fame di quanto potrai mai mangiare, lo capisci rovistando tra gli odori e i silenzi di un paesino che riesce ancora a commuoverti quando alla terza curva in salita avvisti il campanile che fa da segnaposto al tuo cuore.
L’hai amato al punto da rinnegarlo, come fai con tua madre e tuo padre, per poi sentire di doverci far pace perché è lì, è solo lì che vuoi stare, almeno un po’.
La vita è da un’altra parte, hai pensato, e avevi pure ragione. Ma se la vita è un riannodare continuo delle esperienze che fanno la trama casuale di ciò che ci copre, ci sono fili che quando li tiri viene via parecchia parte di maglia. E torni a sentirti leggero, fresco di testa e di spirito.

Immagini che schizzano via da un flusso distante di suoni e colori, da spazi riempiti ora soltanto di oggetti.
Il bar del paese, venticinque anni fa: il giornale, il gelato, le sigarette, il caffé. Roba fatta di niente, da consumare senza costrutto a battere il ritmo di improduttive giornate d’estate.
Fuori, sul lembo di marciapiede toccato dall’ombra, tre tavolacci targati Peroni reggevano ore di vivacissimo ozio, di chiacchiere al vento, di sogni troppo grandi per potersi avverare.
Oggi un gazebo di vetro fa da cappa a quel marciapiede; dentro sgabelli minimal-chic chiamano svelti il drinkino per lui e il succhino per lei, profanando i venti metri quadrati dove una volta birre e sambuche volavano come coriandoli a carnevale.
Il proprietario invecchiando è dimagrito, eroso da un mare piatto di chiacchiere, abitudini, compagnie, solitudini. Il figlio è ingrassato ed è oggi la copia di ciò che fu il padre, quasi che la vita stringendolo ogni giorno dentro lo stesso stampino abbia finito per dargli la forma di lui.

La piazza, la sagra, sul banco del vino la gentilezza corre veloce.
“Biancorossorosato?”
“Rosato!”
Ho un debole per il rosato, lo cerco tutte le volte che posso. È il bicchiere da bisboccia che disseta e riscalda, l’abbrivio per le merende impreviste che si allungano a cena.
Occupo una panca aspettando i panini, mi porto avanti coi lavori e comincio a stappare. L’occhio casca sulla retroetichetta: “da consumare senza lasciare invecchiare”. Testuale.
Ne verso due dita nel bicchiere di plastica, punto da improvviso fastidio; accosto il naso al ruotare del polso mescolando il vino ai pensieri.
Annuso, stacco, riannuso, ci vorrebbe molta fantasia per andare oltre una Big Bubble alla fragola. Va giù bene e m’accontento di questo: due bicchieri a digiuno – le nove di sera oramai – semplificano le cose da qualsiasi parte si guardino.
Da buona sagra paesana il cibo arriva tanto e tutto insieme, dopo un’attesa che pare infinita, evitando d’un soffio il terzo giro alcolico a secco che avrebbe fatto la capriola col quarto. È Luglio ed è sabato, casa è a duecento metri: domani assomiglia una pagina bianca senza nemmeno le righe e voglio che tale rimanga.

Pane e salsiccia, capra stufata, spiedini di pecora. Tutta salute: il dottore in tv raccomanda di mangiare variato e bere parecchio, certi consigli vanno presi alla lettera.
Rimetto il vino come si fa con l’acqua, distrattamente, solo per non ingolfarmi.
Bum! Fiori, limone, succo di pomodoro: mezz’ora in bottiglia per liberare una semplicità bizzarra e vivace. Carruba, anice, melograno, hai capito il vinello. È bastato solo aspettare.
Senza volerlo tornano in mente i rosati maturi bevuti, meno scalpitanti ma più profondi, da cui è nato un divertimento così intenso da lambire la gioia. Loira, Provenza, Abruzzo, Toscana: chissà quanti altri ce ne sono e quanti ne perderò.
Giro la bottiglia. Rileggo e sorrido.

Per assurda associazione di elementi, fulmina in testa un’idea chiara e strampalata: siamo tutti rosati.
Dovremmo anche noi consumarci senza invecchiare, privi come siamo della purezza di un bianco o della fittezza di un rosso; vivere col brio indistinto dell’adolescenza, cavalcarne l’onda in favore di vento scivolando leggeri sopra la superficie delle cose.
Poi però gli anni vanno per tutti, e a starci a mollo qualcosa di bello succede comunque.
Succede di fondere le tante facce indossate in superfici più strette e più riflettenti; evolvere velocemente senza imbarazzi, aderendo con tonalità originali e sfumate alla volubile forma del tempo.
Proprio come i rosati: fantasiose e genuine Polaroid di un momento – qui, adesso, mai più così – straordinariamente vicine a noi che già domani ci sveglieremo diversi.

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10 commenti to “Siamo tutti rosati”

  1. Bravo, Giampero, maremma diavola, bravo.

  2. Non credo sia normale, o sano, pensare così tanto alla Vita leggendo di vini rosati.
    E pensarci con tale commozione e stupore.

  3. Intendevo in senso buono eh, e parlavo di me.
    Ovvero: bravo Giampiero ma mannaggia a te che mi fai stare così. :-)

  4. Magari riuscire ad essere più rosati

  5. Scritto e cancellato più volte quello che evidentemente non avevo da dire, mi unisco all’applauso e mi accingo a rileggere una ennesima volta.

  6. Se il vino scatena tali emozioni, ricordi, nostalgie, ha un motivo in più per essere avvicinato e fare parte della nostra vita.
    Persino quello rosato.
    Non è che sia molto d’accordo sul “dovremmo anche noi consumarci senza invecchiare”,
    personalmente preferisco “invecchiare senza consumarmi.” ma sono dettagli.

  7. Mo’ to ‘o dico io.

    Giusto Armando l’ha detta ‘n poco.

    ‘N ‘ciamo capito ‘na pippa.

    Nella nostra ignoranza e lenta comprensione, codesto solo possiamo (plurialia othelimitatis, ovviusli) dirti:

    εὕδουσι δʼ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες
    πρώονές τε καὶ χαράδραι
    φῦλά τʼ ἑρπέτ’ ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα
    θῆρές τʼ ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν
    καὶ κνώδαλʼ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·
    εὕδουσι δʼ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων

    Io, singolarmente e privatamente invece, posso dirti solo che l’unico tempo che non rimpiangerai alla fine dei tempi è solo e soltanto quello speso a pensare inutilmente le cose che già sai, per la seconda volta, assaporandone il gusto e comprendendone quindi un’anticipazione vaga di significato. Bianca, talvolta, talaltra rossa. Mai rosata.

    Solo quello non è tempo perso.

  8. Leggendo il titolo non ho potuto fare a meno di pensare al nostro caro Bruno. Già solo per questo valeva la lettura.

  9. Mi viene in mente una cosa.

    Quel finissimo volpone di Sant’Ignazio.

    Lo incomodo qui impunemente per una metafora laica, un estratto improprio dai suoi Esercizi Spirituali. Dove parlava di elezione. Tanto, anche rileggendo una quarta volta, vado sempre a finire là:

    “El ojo de nuestra intenciòn debe ser simple.”.

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