Di corsa

Renault de Beaune

di Giampiero Pulcini

Una botta col palmo di mano zittisce la sveglia, una ginocchiata sul comodino mi sveglia per bene.
Scosto la tenda dalla finestra: ha appena smesso di piovere, il cielo è carico di nuvole avviate a disfarsi e sull’asfalto pozzanghere spesse fanno da specchio alle case. Non è ancora giorno del tutto, nel silenzio rappreso dall’ultimo sonno le poche macchine in giro per Beaune vanno più forte di quanto dovrebbero.

Scendo le scale, Luca è seduto su un divano da night con la faccia pietrificata dall’impossibilità di un caffé: il bar dell’albergo apre tra un’ora, e noi tra un’ora dovremo essere belli e tornati.
La porta automatica rompe frusciando il tepore ovattato della reception, la prima cosa a cambiare è il volume dei vrooom al passare delle auto; non si muore di freddo, ma tira il vento che basta e l’umidità è quella delle grandi occasioni.
“Vai, un paio di giri di quelli di ieri, poi giù per lo stradone a sinistra che c’è da fare un lavoro di cui hai parecchio bisogno.”
Di tutte le cose di cui avrei bisogno penso che svegliarsi alle 6 per una corsa non sia esattamente in pole position, specie dopo la cena da uomo-che-non-deve-chiedere-mai in una trattoria ai confini del bosco incombente su Nuits. La terrina di paté de campagne lasciata dall’ostessa direttamente sul tavolo – con tanto di cazzuola per il self-service – ha fatto definitiva chiarezza su quanto il maiale possa fungere da animale da compagnia, a giudicare dall’insistenza con cui l’ha tenuta a me per tutta la notte.

Sgargianti come animatori di un party caraibico, sgambettiamo su marciapiedi e piste ciclabili dribblando cani entusiasti che trascinano padroni appena scossi dalla fluorescenza della nostra livrea. “E questi?!”
Ci vuole mezz’ora di trotto per accettare di essere in strada anziché sopra un letto a racimolare le briciole dell’ennesimo sogno. La luce comincia a schiarirsi, le gambe a sgranchirsi; è un farsi giorno col giorno.
Correre in un posto non è la stessa cosa che camminarci, ne amplifica la percezione fino a includere dettagli altrimenti invisibili: dal rettilineo innocente con pendenza in salita al chihuahua diabolico con colite in discesa.

Non conta quanto forte si vada, ognuno ha la sua fatica e il suo modo di farsi attraversare da essa; come in tutte le cose in cui si è chiamati a dar molto di sé, alla fine è soprattutto una questione di spirito.
Deviamo dal centro imboccando una strada che mira dritta le vigne; il sole è uscito alle spalle, la strada bagnata s’è fatta brillante di rivoli argentei.
Di fronte, improvvisi, binari ordinati di viti salgono per traiettorie decise ma morbide. Credo sia Grèves, ma non è questo che conta; uno spettacolo semplice di luce e natura da vivere abbandonandosi muti al tanto che dà.

corsa_alterata

Percorso dall’energia che la terra in Borgogna risveglia, sento di poter proseguire più di quanto speravo di fare. Ma tocca fermarsi, prendere fiato e tirare dieci allunghi sui duecento metri con tutta la forza possibile. Non sapevo, non volevo.
Al terzo sprint penso che farò colazione in ginocchio; al quinto ne ho la certezza; al settimo comincio a temere che non arriverò a far colazione.
“Sì, vabbé, però c’è bisogno che tu spingi di più…”
La voce di Luca sibila filtrata dal ronzio che ho nelle orecchie, dalla nettezza urbana che svuota un cassone, dal traffico ormai circolante d’un giorno ordinario di scuole e di uffici.
Finisco il lavoro senza sapere perché, sovrastato da una fatica paradossalmente attutita dalla sua stessa durezza. Allungo la schiena che ho ancora il fiatone, qualche goccia che scende dal viso torna a bagnare il fazzoletto d’asfalto davanti alle scarpe.
Dimentico un attimo dove mi trovo, frangente in cui potrei essere ovunque.

Guardo intorno. Ragazzi incappucciati col broncio, le cuffie alle orecchie sparano musica di chissà quale rapper; coppie di ragazze scherzano allegre tra loro, devono aver preso meglio l’idea d’un mattino tra i banchi di scuola. Scendono dai pullman, dalla Citroen di maman, da motorini che paiono moto.
Un risveglio collettivo assecondato dal quieto avviarsi di bar e boulangerie, coi loro caffè che non sanno di niente e quelle baguette che paiono clave.
E il vino? E’ ovunque, dentro enoteche, ristoranti e cantine; è negli occhi della gente venuta da lontano per berne, nelle mani di quella che non s’è mossa da qui per continuare a farlo.
Eppure, curiosamente, all’inizio d’una giornata d’Inverno smette d’essere qualcosa di eccezionale. Il vino normale, metabolizzato, acquisito.

Forse è questo che sentono, che vedono gli abitanti di Beaune.
La conferma, netta e agrodolce, arriva volgendo gli occhi alle vigne: belle, già brulicanti di furgoni e trattori, fronteggiate da tre anonime palazzine di un condominio che fa sembrare lontana anni luce la magia intatta della mairie di Vosne.

Torniamo in albergo di corsa leggera per evitare che il sudore si freddi di dosso. L’ultima stilla vitale è per una Renault che da dietro ci sfiora veloce col clacson pigiato, ricambiata da un labiale il cui significato è chiarito dal braccio teso a mano aperta che ne accompagna l’invio.
Ora è giorno davvero. Doccia volante, colazione rotante, Giancarlo ci aspetta e ridacchia sornione.
Ecco: le risate, le cazzate, i discorsi seri, stare lì insieme. Questo resta.
Non è la Borgogna, coi suoi vini magnifici, a farsi ricordare in momenti così.

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8 commenti to “Di corsa”

  1. Complimenti per la scelta del quadro, direi un autentico Poussin

  2. Poussin Ammazzée, per la precisione.
    Essendo raffigurato tale Renault de Beaune, mi pare tutto torni (cfr. epilogo).

  3. Oltre al quadro e alla foto c’è un racconto bello e scattante, da leggere per farsi venire il fiatone. Bravo, grazie, ancora.

  4. …… racconto, ad esser restrittivi, poetico ……..

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