Fatti non foste a viver come sfusi

Tanica di Chianti

di Giampiero Pulcini

M’ha sempre fatto strano, lo sfuso.
Dev’essere l’approvvigionamento, che poi in fondo è la cosa più bella: una fila di gente (tutti uomini, taluno irsuto) ordinatamente disposta con tanica in mano, in paciosa souplesse, trattenuta da un chiacchiericcio rallentato e sagace. Più o meno come a uno sciopero di benzinai a Ferragosto, ma senza tensioni.

Ecco, la tanica. Non la damigiana, la tanica: contenitore che nel mio immaginario devìa senso e funzione al contenuto, facendo del vino un carburante. A una risata, un rutto, una pennichella, poco cambia.

In una gamma aziendale, lo sfuso è la tipologia che più avvicina produttore e consumatore.
Per forza: se lo vuoi tocca andare in cantina, telefonando prima per farne scansare quei venti litri d’assaggio per capire se prenderlo o no. Inopportuno discettare sulla bontà dell’annata, eventualmente tarata sul grado alcolico del propellente; più naturale accennare al figlio che studia, alla moglie che strilla, al bisnonno che campa.

Due parole veloci a coprire il glu-glu che scende dal silos, coi soldi in mano preparati al centesimo che non c’è resto né POS. Felice epilogo, l’imbottigliamento in garage: altro rito, altra scusa per impataccarsi in compagnia slalomando alticci tra moscerini ed imbuti.

Qualcuno a Pasqua torna in azienda col suo bottiglione, glorificandone il prodigio sul liquido violaceo a chi magari smaniava di levarselo entro Natale dalle palle.
“Lo riconosci? E’ LUI!”.
“… te pensa…”
E via una riga sopra il nome dell’affinatore, che l’anno prossimo per stare in pace forse la tanica non gli si riempie.

Il buon selvaggio non esiste: il vino sfuso non è più genuino dell’imbottigliato.
Ne girano esemplari sciagurati capaci di far detonare in un bicchiere il concetto di tristezza, contagiando come un virus lo stomaco e la testa. Sgraziati, artefatti, piagati da chi ha fatto del “basta-che-si-beve” un target produttivo e da chi, sedendosi a tavola, ha elevato lo stesso motto a grido di battaglia.
Ce ne sono di buoni e di buonissimi, però.

Fare uno sfuso sano e schietto vuol dire amare il vino per davvero, rispettarne l’essenza dalle fondamenta diffondendo al tempo stesso un’idea partecipata di fruizione. Diverse realtà oggi affermate sono partite da qui, dalla vendita diretta a quattro gatti più imparentati che appassionati. In corso d’opera qualcuno ha ampliato il listino distribuendolo come Vino da Tavola, con tappo a vite e bottiglia di tono disimpegnato ma non troppo. Scelta commerciale ineccepibile, che non ha inciso la sostanza dei prodotti migliori; anche il prezzo è rimasto spesso equivalente al netto dei maggior costi di packaging.

Resta lo stacco culturale, sottile ma indicativo, dell’adeguamento a una domanda sbrigativamente ritenuta più evoluta e su cui invece qualche osservazione potrebbe muoversi.

Sostituire un prodotto senza confezione, distribuito solo alla fonte, con uno finito in ogni aspetto e reperibile più o meno ovunque significa precisare una distanza, un di qua e un di là del registratore di cassa. Richiedere questo, legittimamente, da chi va in enoteca o al ristorante vuol dire cercarci dentro una tutela.

Solo un segno dei tempi e questi non son tempi da sfuso, oggi che non si beve più l’acqua del rubinetto, che sulle scatole leggiamo le calorie ma non gli ingredienti, che un bollino di garanzia a caso illude di poter silenziare ogni domanda.
Epoca schizofrenica in overdose di comunicazione e astinenza da dialogo, brava a dirsi le cose per interposto smartphone, in cui molta socialità è sterilizzata da un individualismo seriale declinato per moduli prestampati di comportamento. A rimetterci è il senso stesso dello stare insieme, chiamato di volta in volta a giustificarsi con un motivo specifico quasi che il piacere di farlo in sé sia un capriccio per chi ha tempo da perdere.

Vabbé, ma lo sfuso? No, infatti, lo sfuso non c’entra; non entra materialmente – ingombrante com’è – nel kit tascabile di pronto soccorso relazionale. Non affida a un’etichetta il compito di qualificare sé e di riflesso una situazione, risolvendo la destinazione d’uso in una fisicità generosa ma muta. E sta proprio nell’anonimato il suo valore aggiunto, perché liberata la tavola da ogni interessantissimo discorso relativo al territorio, al varietale, al produttore e all’annata, non resta che guardarsi in faccia e parlare di altro, cioè di tutto. E dissetarsi di presenze, finalmente.

Il vino anonimo, tutto qua; mica sempre, ogni tanto.
Sfuso o in bottiglia, pure d’alto lignaggio, purché coperto e non svelato alla fine. Resti il mistero di quel che era, a puntellare la verità che saperlo non cambierebbe il volto di un incontro o di una giornata.
Non perdiamoci.

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One Comment to “Fatti non foste a viver come sfusi”

  1. Testo di rara felicità espressiva, che apprezza ma non idealizza. Kit tascabile di pronto soccorso relazionale è finissima.

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