Alterazioni: nove annate di Barbacarlo

giuan brera

di Giampiero Pulcini

“Guardo ogni volta commosso le colline pavesi, che sono il mio dolce orizzonte di pampini.
La terra padana si ondula come un immenso mare sfrangiato in profili per me familiari fin dall’infanzia.
Le onde sono di intenso verde e via via si fanno violette azzurre celesti fino a confondersi, appunto, con il cielo. Le colline emergono roride fuori dai bassi vapori di Aprile, lunghe trecce di filari ne compongono le strane e pur simmetriche pettinature.
La vite è di un tenero verde a Primavera; il grano di un verde metallico, quasi azzurrino. I temporali dilavano l’aria. Le colline si laccano talora di colori brillanti, qualche costone è fatto calvo dal sole.

Come le argille nude mettono sete, viene la vendemmia e i pampini arrossano ai primi brividi d’Autunno. Macchie di querce e castagni oppongono terre bruciate, verdi marci, sontuose ocre gialle. E quando il gran soffio del fiume dirada la nebbia, appaiono i dossi bianchi delle colline sorprese dalla neve; ma spesso vi brilla il sole.
Le acque dei nostri fiumi sono sinistramente gelide e mettono voglia di stufa. Le colline invece dilatano il respiro, sono imminenti e lontane, familiari e pur favolose.
E il vino è la loro sintesi arcana.”

Gianni Brera

Si fa presto a dire Barbacarlo, col nome da cartone animato cha fa tanto osteria, amicizia, tagliere.

Gli occhi inciampano sul Moleskine tirato a notte fonda sul tavolo in sala, sommerso di libri, bollette, cd musicali; non è lo studio di Lino Maga, è casa mia, ma il casino è più o meno lo stesso.

Certo mancano le foto con Brera e Veronelli, i riconoscimenti polverosi, le buone cose di pessimo gusto. Eppure trovo nella creatività del disordine un appiglio alla voglia, al divertimento di tirar giù due ricordi di un pomeriggio bellissimo.

Grazie a Novella, a Marco, a quelli che c’erano.

Mentana, 5 Ottobre 2013

lino maga

2010
Partenza da tamarro al semaforo col GTI truccato da corsa. Ti attacchi al sedile, storto a tossire, in accelerazione senti la cola ma forse è Red Bull, poi fumo (le gomme?), cardamomo e un frutto turgido stilizzato che pare un disegno. Pulizia, fittezza e amaro finale ricamato da uno spillo di sale. Durerà trent’anni ma chi se ne fotte, le mie bottiglie intanto le stappo che domani chissà.

2006
Un assist per i detrattori. Cupo e ridotto, non può far a meno di tirare fuori la terra ma è una terra su cui è appena passata una mandria. Si aggiusta nel tempo, in bocca è caldo e pasciuto pur restando un po’ fuori fuoco. Giunonico, golosone, va bene così. Fuorviante a berlo da solo, illuminante messo in fila con gli altri.

2005
Lo yin e lo yang. In posa senza sorridere, non infastidito ma poco incline all’eloquio; il cubo di Rubik quando stai per completare le facce e sai che potresti non farcela. Resina, curry e chinotto impastati di umori nebbiosi, fluviali. Grasso di estratti e ossuto di spalla, schizza rapido di contagiri ma a tratti gratta nel cambiare di marcia. Cuscino morbido in fodera ruvida, ricorda quasi un Barbacarlo.

2002
Un cassetto polveroso da aprire in punta di dita, sotto cui cova una mineralità allampanata. Briosità discreta, che in dissolvenza svela un tratto segaligno, essenziale; sfuma risolto e proporzionato. A prenderlo in simpatia può piacere più di quanto sia buono, didascalico testimone di un’annata piccola ma non per questo minore.

2000
Dattero e oliva, curiosamente mediterraneo: oltre Po, insomma, ma di parecchio. Evoluto anche al retronaso, ribadito da un tocco d’uva passa e cacao. Basso di culo e svelto di passo, scarica sulla lingua la ferocia di una vigna fatta di privazioni, che pochi hanno visto e molti ammirato, e che proprio non riesce a dare uve arrendevoli quale sia l’avversità climatica che la bersaglia: Porrei ma non posso. La frustata sapida con cui si licenzia chiarisce che resterà questo per altri dieci anni, ma non prenderà nulla che lo faccia migliore.

1996
Una trincea, una frontiera. Chi ne neghi la grandezza sieda dall’altra parte del tavolo, chi non prenda posizione esca dalla stanza. Un sibilo ascendente e stizzito riposiziona il concetto di vibrazione applicato ad un liquido: porcino e corbezzolo su un letto di sassi, frequenze di un urlo silenziato dalla profondità della fonte. Affilato, crudo, graffiante, impone di pensare quanto duri intimamente l’esperienza di un assaggio.

1994
Creatura mitologica con corpo di Lambrusco e testa di Nebbiolo, spericolato antidoto a ogni vino noioso. Tortuoso e durissimo, al limite del rustico, s’aggrappa alla scia di una carbonica vista arpionata a un tannino che mena a mano aperta. Terra e mare avvinti in una trama croccante, grumosa; mandorla e cicoria di rimbalzo, poi un turbinio indistinto a cui non sai dare un nome. Forse si chiama ‘anima’, nel dubbio posi la penna e abbozzi un sorriso.

1989
Fa tremare a ogni sorso l’elastico delle mutande, e potremmo chiudere qui. Ma due parole vanno spese per questo succo granato e reattivo, di smerigliata eleganza, carezzevole di rosa fané, cipria, tabacco e tartufo. Un divenire inesausto la cui grandezza non sta nel cambiare se stesso bensì la percezione di ciò che gli è intorno: sguardi, frasi, sorrisi.
Qualcosa che incide una traccia nel momento esatto in cui passa, inchiodato al sapore da un’acidità da fachiro, intriso di un bello che trascende il passare del tempo pur servendosene per impreziosire l’inquietudine con la complessità.

1986
Impegnativo da seguire e facile da bere: il barbaparadosso mina la concentrazione e molla a fissare il nono bicchiere della serata con occhio bovino. Pare ci sia finito dentro un vecchio Riesling, arzillo d’agrumi e benzina; finezza senza sfarzo, sviluppo gagliardo e finale asciutto tendente all’asciugato. Persistenza più gengivale che aromatica a suggerire che l’altopiano non è infinito. Rallentato ma lucido, caparbio. Tutto suo padre.

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5 commenti to “Alterazioni: nove annate di Barbacarlo”

  1. Frotte condividono, nessuno commenta. Lo faccio io e mi arrischio: questo è un brano di critica enologica di quei quattro o cinque letti in questi anni che spostano la prospettiva di visione. Non per lo stile, stupefacente per quanto è nuovo (e non mi esimo dal dire ai ragazzi di Porthos che c’è vita oltre ‘quello’ stile, e la vita è nella vostra penna: dategli aria); non per lo stile, dicevo, ma per l’attitudine. Che bagnando il vino nel calamaio della letteratura, lo riabilita dopo anni di quasi – quasi – plebiscitaria sottomissione al commercio e alle logiche di coinvolgimento dei criticati alla cattedra della critica. Una cattedra che nei casi migliori, come questo, ha la stessa forma dei banchi di chi legge o ascolta, perché intorno a un bicchiere vero non c’è che una folla di discenti, e nessuno che insegna. Io in questi anni, questo ho capito.
    Grazie Giampiero.

    (il prode Armando ha commentato in modo fortunoso, dal cellulare, mentre si trova in terra di Borgogna: ci ha dunque pregato di mettere il suo nome al posto del nickname che per molto tempo ha usato su WordPress, ndr)

    • Difficile ringraziare quando si resta ammutoliti.
      Sternkoenig, non so chi tu sia né se ho il piacere di conoscerti; ma se un giorno ci incontreremo – come spero – sappi che ti devo una bottiglia buona.
      giamp3374@gmail.com

  2. Condivido e la descrizione delle annate e il commento di Armando. E credo che la grandezza del Barbacarlo stia molto nella leggibilità, quasi didattico, e nell’essere sempre riconoscibile e sempre diversissimo da un anno all’altro, da una bottiglia a un altra, da un sorso a un altro, dall’apertura fino al fondo in continuo mutamento.

  3. Questo è, anche prima e al di là della critica enologica, un brano che sposta (muove).

    Posso finanche interpretare benevolmente la sproporzione tra condivisioni e commenti: qui abbiamo effettivamente un quid novi, la novità lascia deliziati e sbigottiti, difficile esprimere in un comune commento quanto sottile, quanto profondo è il piacere nel leggere simili brani.

    Più semplice, più facile, cionondimeno dovuta e molto sentita la più concisa delle attestazioni: grazie.

    Grazie.

  4. … momenti di poesia del vino e non solo: sempre più inusuali.
    PS: Barbacarlo non è un vino intelleggibile … è schietto e sincero, burbero e irruento ma non semplice da interpretare. Bisogna avere la mente aperta e con dote di “ascolto”…

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