Il Franciacorta Satèn: difficile ricerca di una identità


Vestito in cire satin, Schiaparelli ca 1930

di Armando Castagno

Il piacere della ricerca incessante e lo spostamento continuo degli orizzonti d’attesa – scriveva Lyotard – “aprono le vie infinite del sublime”. Ora, senza arrivare a simili iperboli visto che tratteremo non dei motori primi dell’universo o del dualismo gnoseologico in Platone ma del Franciacorta Satèn, è certo che una delle maniere più veloci per allargare i propri confini di conoscenza è occuparsi di ciò che non si apprezza appieno, o che non sembra corrispondere al proprio gusto, piuttosto che crogiolarsi nella morbida coperta del certo e dell’acquisito. È stato, lo confessiamo, il nostro caso con questa tipologia. Continuiamo a ritenere che, salve poche e luminose eccezioni, il Franciacorta Satèn, tra volteggi del disciplinare, incertezza terminologica e una spiazzante varietà di stili abbia sempre camminato lungo la linea di un confine impreciso, beandosene perfino e in definitiva quasi puntandoci, sbandierando una piacevolezza che è termine troppo vago per significare davvero qualcosa.

Tuttavia, con diverse delle cuvée storiche nella tipologia arrivate a doppiare la boa dei 15 millesimi usciti in commercio, era tempo che ci rivolgessimo con lo sguardo all’indietro, scegliessimo il Satèn che più ci pare incarnare l’ipotesi “filologicamente” da additare ad esempio, e grazie alla disponibilità dell’azienda che lo produce lo assaggiassimo in un colpo solo in ciascuna delle sue edizioni, sin dalla prima.

Il vino ci ha insegnato molto, mostrando trasformazioni sorprendenti, sempre attendibili, e riflettendo anche dopo diversi anni i caratteri del millesimo e le scelte stilistiche coeve alla sua gestazione; e ponendo a nudo la sostanziale inconsistenza di taluni nostri preconcetti. Peraltro, come detto, questo vino è a nostro giudizio – anzi, a nostro pre-giudizio – la punta dell’iceberg qualitativo del Franciacorta Satèn, e quindi fa testo fino ad un certo punto; il punto dove arriva lui, che è piuttosto alto, in verità.


Un vino nuovo
Il Satèn è un prodotto moderno. Nasce come esigenza tipologica nel 1989 e come nome registrato l’anno successivo, per l’intuizione di una società (la SGA di Giacomo Bersanetti e Chiara Veronelli) che aveva già dato prova di saperci fare, in quella branca del marketing che quelli bravi chiamano “naming” – cioè l’ideazione di nomi efficaci e suggestivi, brevi e memorizzabili. La scelta, fatta su commissione di Bellavista, e portata avanti negli anni successivi da altre tre aziende-pilota, Ca’ del Bosco, Cavalleri e Monterossa, è geniale. “Satèn” è la pronuncia del francese satin, che significa “raso” (non, come si legge spesso, “seta”, che si dice “soie”).

Anche in inglese “raso” si dice “satin” (mentre “seta” è “silk”), e quindi la parola era destinata a funzionare in tutto il mondo; anche da noi, ovviamente, visto che oltre all’evidente assonanza con “seta” e “setoso” evoca direttamente termini come “satinato” e, per i più maturi, lo svolazzante tessuto femminile di seta leggerissima che negli anni Cinquanta e Sessanta si chiamava “satinella”. Un virtuosismo fonosimbolico, insomma, perfetto per evocare i caratteri del vino da ribattezzare. Nel 1989, infatti, era avvenuto che con il regolamento Cee numero 2045 il termine prima utilizzato, “Crémant”, venisse limitato dal legislatore europeo ai vini francesi e lussemburghesi.

Il lemma identificava i Franciacorta elaborati in modo da risultare, in una parola, più morbidi; soprattutto per via di una pressione più bassa, che lasciasse sviluppare spuma meno insistente e più delicata. Essendo stato confinato in patria a tutte le regioni produttrici di spumanti salvo la Champagne, effettivamente il Crémant francese (de Loire, de Bourgogne, d’Alsace, eccetera) si poneva sul mercato come lo spumante più tenero e affusolato. Più cremoso, appunto. Come ottenere qualcosa di simile in Franciacorta?

Protocollo

Il disciplinare del Franciacorta è cambiato varie volte; varato nel 1967 come DOC e nel 1995 come DOCG, è stato poi modificato nel 1996, nel 2004, nel 2008 (due volte), nel 2010 e nel 2011. In questo “avanti e indrè” anche la tipologia “Satèn” ha subito variazioni non marginali. Restiamo al dato odierno e rileggiamo. Il “Franciacorta Satèn” è tipologia a sé stante nel quadro normativo; è una delle cinque possibili, le altre quattro essendo il Franciacorta tout court, e i Franciacorta Rosé, Millesimato e Riserva. È la sola per la quale sia espressamente vietato l’utilizzo del Pinot Nero (è uno Chardonnay con saldo di Pinot Bianco al massimo del 50%); si coglie in questo divieto l’espressione, apprezzabile, di un dato territoriale sul quale è difficile dissentire.

È certo che in non pochi distretti della Champagne, zona con la quale, volenti o nolenti, ci si trova a fare conti e confronti, sia proprio il Pinot Nero a fornire al vino quella morbidezza domestica, quell’avvolgenza cercata nei Satèn, ed è invece lo Chardonnay, che dei Satèn venne scelto come cardine, a garantire allo Champagne la sua mineralità soda ed energetica. E va sottolineato che in Franciacorta sono le vigne più fresche ad accogliere, da decenni, gli impianti di Pinot Nero, e non viceversa, come in Champagne e in tutta la Borgogna.

Torniamo a noi; le prescrizioni successive riguardano l’elaborazione del vino, e per il Satèn, nell’intento di non esagerare con la pressione interna, si limita ad un massimo di 20 grammi per litro il “tirage”; l’affinamento sui lieviti segue i dettami delle altre tipologie superiori di Franciacorta, cioè minimo 24 mesi per il Satèn ordinario, 30 se millesimato, 60 se “Riserva”. Quanto al profilo organolettico sommariamente descritto nel testo di legge, l’aggettivo qualificante per il Satèn, affiancato a “sapido”, “fine” e “armonico”, è – significativamente – “cremoso”. I parametri analitici sono “di salvaguardia”: 11,5 gradi alcolici svolti, 5 grammi/litro di acidità, 14,5 grammi per litro di estratto secco, e quel che più conta 5 atmosfere di pressione massima consentita; per tutte le altre tipologie la pressione massima non è prevista dal disciplinare. Il Satèn può essere infine prodotto solo come “Brut”, cioè con un tenore zuccherino pari o inferiore a 12 grammi per litro. E ci mancherebbe anche che venisse incentivata la produzione del Satèn Demi-Sec!

Interpretazione 

Stabilito il protocollo mediante il quale il Satèn viene realizzato, viene il bello, o il brutto a seconda del punto di vista: cercare nel bicchiere un riflesso di tutto quanto progettato e normato. In realtà, stappando e degustando i Satèn di oggi e di ieri, si trova di tutto: la maggioranza dei vini hanno ahinoi acidità fiacca e maturità spinta, sono spesso marchiati dal legno dolce dell’elévage, con dosaggi vicini al limite, si compiacciono di un tono generale scorrevole e ammiccante tra citazioni vanigliate, mellite e caramellose.

Viene persino da pensare che alcuni siano progettati in modo così svenevole per un “pubblico femminile” (sentita dire da diversi produttori, questa, purtroppo) che forse, se per assurdo esistesse in quanto tale, non sarebbe affatto d’accordo. Ce ne sono tuttavia alcuni grintosi e di personalità, alquanto strutturati, in grado di affiancare millesimati e riserve ordinarie nel compito pure non semplice di testimoniare le specificità territoriali e stagionali. In teoria, parlando dell’ipotesi meno affascinante, ci pare lecito domandarci come sia possibile ottenere un prodotto così diverso da un Franciacorta tout court semplicemente limitando la pressione nel vino e tenendone fuori il Pinot Nero.

Acclarato che non è possibile, resta una sola spiegazione: la scelta vendemmiale, o per dire meglio la scelta della massa da destinare alla spumantizzazione col protocollo del Satèn. E a quel punto (non parliamo delle dieci o quindici aziende di maggiore qualità e autocoscienza della Franciacorta, ma di quanto resta), un conto è scegliere, selezionando vini di base semplicemente più profumati e disponibili, un altro è selezionare come base spumante un vino con acidità modesta, più sottile e più fragile, o un vino che presenti sentori dei quali si ritiene che facciano l’occhiolino al consumatore, come quelli boisé, resinosi, vanigliati, caramellosi o tabaccosi, aromi dilavati dalle barrique e che nessuna spumantizzazione sfortunatamente è in grado di azzerare.

Ed ecco che il Satèn, da prodotto basato in teoria sull’equilibrio, sul pieno bilanciamento, sulla grazia e sulla completezza, risulta sovente a fine procedimento un vino più labile degli altri, più banale, più dolciastro, squilibrato in senso opposto ai “classici” Franciacorta imperniati sulla sacrosanta alleanza di durezze acido-sapide che anche ai Trento e agli Alta Langa migliori, alle Blanquette de Limoux, e ovviamente ai capisaldi della Montagne de Reims, dell’Aube e della Côte des Blancs danno un significato autentico e profondo.

Introduzione all’assaggio 

Come accennato in premessa e nello svolgimento del nostro ragionare, esistono versioni di Satèn che si pongono al di sopra di qualsiasi speculazione sullo stile. Sono vini schiettamente territoriali, abili nel consegnare il carattere dell’eventuale annata di vendemmia. Per comune sentire, uno di questi è il Satèn de Il Mosnel, prodotto per la prima volta con la vendemmia 1996 e da allora uscito in ciascun millesimo.

La verticale che troverete qui di seguito è completa, e riguarda dunque l’evoluzione di quindici annate consecutive di uno stesso Satèn, secondo un protocollo che dall’inizio è cambiato pochissimo. Il Mosnel è cantina storica; la proprietà è nelle mani della stessa famiglia dal 1836, e con questo nome, che in dialetto indica semplicemente un cumulo di ciottoli e sassi, si imbottiglia e si etichetta uno dei vini di maggiore personalità dell’intero distretto franciacortino dal 1976.

I titolari di oggi, Lucia e Giulio Barzanò, sono i figli di Emanuela Barboglio; colei che, a diciotto anni, si prese carico nel 1950 di traghettare la cantina familiare verso un’epoca nuova. Erano anni di svuotamento progressivo delle campagne; in controtendenza, Emanuela mise invece le radici a Camignone, frazione di Passirano, ponendo a dimora i primi impianti attorno alla cascina. Il luogo è splendido: poste a circa 250 metri di altitudine, le vigne sono al centro dell’areale, equidistanti dal lago d’Iseo, da Rovato, da Erbusco e da Cellatica.

Il Satèn è stato storicamente ottenuto da quattro vigneti, tutti insistenti sul tipico complesso morenico della zona e tutti comprendenti anche una quota di Pinot Bianco, non utilizzata però per questo vno. I nomi dei cru sono Mosnèl (vigneto ciottoloso, di 4 ha, piantato nel 1992 a 4.000 ceppi/ettaro; da qui arriva uno degli Chardonnay più maturi tra le vigne aziendali), Larga Cani (7,5 ha circa di cui oltre la metà a Chardonnay; è simile al Mosnel per composizione ed esposizione), Camilì (piccolo vigneto di circa 1 ha, lievemente più alto come tenore di argilla) e Tesa (sorta di prosecuzione del Mosnel ma più fresco, il cui ultimo contributo al Satèn è relativo alla vendemmia 2009, prima del sovrainnesto a Pinot Nero sullo Chardonnay).

Il vino è ottenuto, come accennato, da solo Chardonnay; le uve vengono vinificate parte in acciaio inox (60%) e parte in barrique (40%). Svolta la malolattica, la cuvée viene imbottigliata a marzo del nuovo anno con aggiunta di una quantità molto sobria di liqueur de tirage; passano poi almeno tre anni di presa di spuma (che sono in genere almeno tre e mezzo), quindi arrivano sboccatura, dosaggio, imbottigliamento definitivo, affinamento in vetro per qualche mese. La produzione delle ultime dieci annate oscilla tra le 25.000 e le 43.000 bottiglie circa. La degustazione è stata effettuata in azienda lungo un’intera giornata il 27 novembre 2014.

Ringraziamenti

L’autore intende qui rivolgere un ringraziamento alla famiglia Barzanò per l’accoglienza calorosa e amichevole, oltre che ovviamente per avere acconsentito all’apertura di bottiglie rare appartenenti alla riserva familiare tanto da consentirci la prima verticale completa del loro Satèn; a Paola Repetto e a tutta la Thurner PR per la impeccabile organizzazione della degustazione; infine a Flavio Polenghi, Nicola Bonera e Renato De Bartoli per aver condiviso le loro opinioni sui vini e per la loro amicizia.

Franciacorta Brut Satèn Il Mosnel
Tutte le annate prodotte: 2010-1996

Verticale di Saten Il Mosnel

2010
Colore intenso dai riflessi argento. Profilo disponibile: balsamico e resinoso, con tocchi di nocciola, mandorla e burro, un che di radicoso e autunnale, per un insieme riccamente maturo. All’assaggio ha un fare più timido del previsto, una pausa a centro bocca, un finale scorrevole; uscita linda. Il tono generale, salvo che non decida di “metter su ciccia” in bottiglia, è quello di un eccellente aperitivo, più versatile che complesso, di struttura snella, frusciante, di non straordinaria incisività. La verticale dimostrerà che è un’eccezione, nella storia dell’etichetta. Il Satèn più pronto mai prodotto al Mosnel; parabola già vicina all’apice. Sboccato nel luglio del 2014.

2009
Satèn intrigante e inquieto, più umbratile del 2010. Spuma fine e tenace, carbonica assai attiva; al naso sventaglia bouquet di idrocarburi, pistacchio, albedo di limone e alloro, con sfumature minerali e metalliche di gran carattere. La sintesi aromatica è coinvolgente anche all’assaggio, sostenuto dalla fragranza dei lieviti e dalla trama estrattiva, corposa; esce su note di una certa classe, tra fiori bianchi carnosi e qualche divagazione marina. Lo abbiamo trovato in beva perfetta; dovrebbe presentare questo tipo di fisionomia almeno per altri cinque anni e forse più. Sboccatura: luglio 2013.

2008
Oro chiaro smagliante. Naso d’impatto, che nel bicchiere nero potrebbe far pensare a un Bourgogne Rouge; uva spina, pino mugo, verbena, susina, lampone, poi una ventata floreale di incenso, glicine, lavanda e iris, qualche sfumatura di pasticceria e un vapore alcolico; il profilo compendia il meglio dei due vini precedenti ed è ad entrambi superiore per varietà. Notevole presenza fisica all’assaggio, ben ritmato e piuttosto denso, avvolgente e setoso, slanciato in un buon finale sapido. Gran bottiglia, tuttora in fase di “decollo”. Sboccatura: giugno 2012.

2007
Colore oro tenue, invitante. Colpisce il suo delizioso profumo floreale e agrumato, nitido e fresco; puro all’assaggio, graduale e levigato; filtrano note di melone invernale, uva spina, pepe bianco e lichene. Al sorso vibra di una effervescenza misurata e rilancia in fondo su suggestioni marine, muschiate e pietrose; persistenza insieme lunga e complessa. In crescita eclatante sulle due ore: anche salendo di temperatura non arretra di un centimetro. Sboccato nel giugno 2011.

2006
Colore teso e ancora giovanile, schiettamente franciacortino nella “schiumosità” insistente e vitale; ma esaurita la nota di testa di susina gialla, apre un bouquet baritonale, profondo, screziato di scuro, con qualche accenno alla corteccia, alle erbe aromatiche, al pane di cereali, in un quadro tracciato dalla “tostatura” dei lieviti. Anche all’assaggio ha potenza superiore alla grazia, irrompe al palato e squaderna vasta dotazione aromatica; finale ricco e speziato, persistente ed espressivo. La sboccatura risale all’aprile del 2010.

2005
Oro bianco, chiaro, luminoso. Profuma di crosta fiorita, zucchero grezzo, orzo, ginestra, palmito, cedro candito, pescanoce; profilo caratteriale e inconsueto ma compiuto, serrato in una sua armonia, oggi probabilmente al meglio. All’assaggio è altrettanto convincente; il legno è sparito, lasciando spazio ad un equilibrio perfetto della componente zuccherina e ad un allungo sapido davvero qualificante, sciolto alla fine in una mineralità che rammenta la selce e la silice.
Sboccato a giugno del 2009.

2004
Senza girarci troppo intorno, uno dei migliori Satèn mai assaggiati da chi scrive; peccato che l’azienda abbia iniziato a costruirsi un “archivio” di vecchie annate a partire dal millesimo successivo. Ha naso di frutta croccante e asprigna, fiori bianchi come il gelsomino, mandorla e pepe, zenzero, gesso. Perfette la calibrazione del gusto e la pressione dell’effervescenza, estesa la persistenza; il coacervo è di piena soddisfazione e istiga a riempire il bicchiere. Dégorgement risalente all’ottobre 2008.

2003
Veste color oro lucido, perlage fine. Ha una nota estiva di paglia e fiori gialli, frutta esotica, cenni minerali e la classica citazione di mandorla; nulla che ricordi il cognac o altro di flambé, anzi. Il sorso lo trova a un punto di maturazione ottimale; l’acidità è rimpiazzata dalla forte salinità nel ruolo di pilastro strutturale, l’insieme ha una certa vigoria e tiene la nota nel finale pur senza aprire a complessità particolari. Risultato lusinghiero da una vendemmia sfavorevole per vini basati sulla grinta acido-sapida. Evoluzione, come per molti 2003, ibernata. Sboccato a marzo del 2007.

2002
Prestazione in chiaroscuro nonostante la solida fama della vendemmia in Franciacorta. Oro netto con riflessi bruniti; è grasso e statico al naso, su sensazioni di olio essenziale di mandorla e nocciola, legno dolce, fiore di acacia, vaniglia, miele e propoli, poi con l’aerazione anche carne frollata e un lieve tocco organico come di “brett”. Morbido e lasco al sorso, che tende ad allargarsi più che cercare la profondità; lascia al contrario la sensazione di avere argomenti solo per la prima parte dell’assaggio,; finale ordinato e saporoso, ma monocorde. Sboccato a ottobre 2006.

2001
Primo  vino della serie a mostrare un tono ossidativo, sebbene sia ancora piantato per terra. Sa di gomma vulcanizzata, lilium, frutta ammaccata, pepe nero, fieno e, purtroppo nettamente, di legumi e della loro acqua. Al gusto è crudo, acido, frizionato dagli estratti, salmastro in fondo, dove presto esaurisce la spinta. Quello che gli manca è una connessione degli elementi, ognuno vagante per suo conto lungo traiettorie casuali. Piccola vendemmia, esito interlocutorio. Era stato sboccato peraltro a luglio del 2005, e dunque al momento dell’assaggio si era già sorbito 110 mesi di vetro.

2000
Come molti bianchi italiani di pari età, mossi o fermi, ha una silhouette aromatica limitata, un po’ bloccata e complessivamente non del tutto franca; lievito di birra, caramella mou, fiori fané, salsedine e saggina al naso, e un che di cupo all’assaggio, in cui la carbonica non spinge più a sufficienza per tenere il vino in tensione. L’uscita è su toni cortecciosi e fungini, la frazione fruttata dolce e appiccicosa, la persistenza di ordinario impegno e la complessità non più che media. Dégorgement datato giugno 2004.

1999
Ipotesi affascinante del Franciacorta Satèn; la stoffa morbida che richiama con la sua soffice tattilità risulta ancora oggi, a 135 mesi dalla sboccatura, piena di colori. Un lieve lascito di carbonica forma ancora un sottile perlage; il naso, stupendo, è delicatamente minerale e puro, tra note di salgemma, arachide, mare, tartufo bianco, ma anche girasole, pesca e corteccia di eucalipto. Piena apertura al sorso, cremoso ed aggraziato; una specie di luce chiara qualifica l’uscita. Sboccatura a giugno del 2003. Uno dei vertici dell’assaggio, e tutto sommato un archetipo della tipologia, purtroppo difficile da reperire ed esaurito da tempo in azienda.

1998
Tonico e in forma. All’analisi olfattiva, la sola censura cui presta il fianco è relativa ad un alcol sopra le righe; il resto della dotazione di profumi si porge intatto, e migliora lasciando il vino un’ora all’aria. Vaniglia e tostatura in partenza, ma poi cuoio, balsa e tabacco, e finalmente un bel tono fruttato candito accompagnato da note di fiori gialli, erbe officinali, assenzio, catrame caldo e pasticceria. Coesione e carisma anche all’assaggio, scandito dal pungere di una carbonica minutissima; modulazione acida bilanciata e uscita lunga e classica, esente da logorree speziate e decisamente fresca. Assaggiato a 147 mesi dal dégorgement; tanto di cappello.

1997
Giallo dorato acceso compatto; inavvertibile il contributo della carbonica. Il bouquet si rivela dopo qualche minuto e appare maturo e vasto, su toni estivi di ginestra e pesca, cereali e bergamotto, poi genziana e anice, e una nota petrolchimica (pneumatico, elastico, nafta). Assaggio prevedibile: entra baldanzoso, poi perde progressivamente mordente e succo, e nel finale si asciuga. Per il millesimo, riuscita diremmo didascalica; e, come spesso tocca rilevare, deludente. Era stato sboccato nel primo autunno del 2001.

1996
Oro netto, fitte catenelle di carbonica. Naso tipico per la vendemmia, cioè verde, aspro e nervoso, caratterizzato da un pungente tono agrumato che quantomeno lo rinfresca e che si staglia sulle altre risorse aromatiche di cui dispone (lanolina, melissa, pesca spaccarella, anice). Ha un bel sapore teso, una buona articolazione, ed è ormai libero dal sostegno della carbonica; una materia fitta e concreta è qui infusa di acidità, che quasi la fonde. Prima annata prodotta, con data di dégorgement risalente all’ottobre del 2000, cioè circa 170 mesi prima dell’assaggio.

NOTA Un ringraziamento sentito da parte dell’autore va ad Alessandro Franceschini, direttore di ViniPlus Lombardia, semestrale per i soci AIS Lombardia, sulle cui pagine questo testo è apparso nel marzo di quest’anno.

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