La Champagne sentimentale

Manifesto storico 

di Giampiero Pulcini

 “C’erano tratti, anche lunghi, di pur guardinga spensieratezza, di euforico abbandono; l’ombra del pericolo rimasta indietro, quando ci pareva di correre più in fretta del sole, della vita.”
(Carlo Fruttero, La linea di minor resistenza)

Le strade si stringono, la terra corruga colline che paiono ripide solo grazie al piattume che le ha precedute. Spuntano case che sanno d’antico e di nord: minute, verticali, sbilenche, irregolarmente profilate da spigoli che pungono un silenzio increspato dal vento.

Il grigio mescola tetti spioventi, finestre malmesse, mattoni intrisi di freddo; le vigne attese nel verde incerto del bosco ora corrono ai lati dei finestrini, punteggiate da piante piccine ma tozze, chinate di lato a ricordare una fatica perenne. Indurrebbero tenerezza se non fossero le cartucce di una corazzata dai fatturati stellari, capace di far convivere tradizione, modernità, contraddizione e coerenza come nessun’altra zona vinicola al mondo.
Non sarebbe un gran bel vedere, ma è la Champagne.

 Epernay è un dedalo anonimo in cui l’aspetto antico di alcuni edifici stenta ad armonizzarsi con la modernità di altri, squadrati da un pragmatismo poco incline a speculazioni estetiche. Fa meno freddo del temuto – è pur sempre febbraio – ma vento e pioggia suggeriscono di cercare un posto dove infilarsi per cena.

I neon diluiti nell’asfalto bagnato guidano ai consueti ristoranti che a un italiano sanno di belle époque, coi tavoli semplici arredati di fiori e di flute, il cameriere col gilet liso che ti chiama monsieur, lampade e specchi che in patria diresti son vecchi e qui invece hanno un tono d’antan.

Sgranati come l’Ave Maria, rognone, lumache e animelle ritmano le proposte della gastronomia locale; gli amanti del genere affrontano senza indugi l’andouillette de Troyes, capace di togliere l’appetito ai detrattori con la forza del solo odore.
A sdrammatizzare l’intensità di pietanze così impegnative, lo Champagne arriva più provvidenziale del solito.

Schiarire, alleggerire: prima che indurre discettazioni su zone, vitigni e stili, questo vino ha l’inarrivabile capacità di allargare un sorriso. Apparentemente zavorrato da clichés di cui si serve per perpetuare un successo planetario, esso irride ogni tentativo di inquadramento dall’alto del suo essere oltre.
Lo Champagne, essenzialmente, è un sentimento.

E’ la lente attraverso cui, per il breve volgere di qualche sorso, l’attimo appare brillante. Qualcosa d’altro dal calore consolatorio di un rosso o dalla fragranza sorridente di un bianco; no, stappi una bottiglia di Champagne e ti senti un signore. Qui e adesso: una parentesi effimera, benefica più per ciò che sa tener fuori rispetto a quel che c’è dentro.

“Ma sì, un altro goccio. Non vedi come piove?”

 

Lasci la Champagne dal tuo primo viaggio e l’unico elemento che hai chiaro è la lista delle cose che non capirai mai.
L’inestricabile stratificazione di annate, vigne e vitigni classicamente contenuta in una bottiglia, addizionata di elementi esogeni necessari al processo, confina spesso il giudizio in un dicotomico ‘buono/non buono’ mutilato dalla possibilità di risalire puntualmente ai perché.
E forse, in fondo, va bene così. Il paradosso di un luogo ostile e al contempo straordinario per la viticoltura, il cui talento sarebbe rimasto muto senza il perfezionamento di una tecnica visionaria, suggerisce di godere la caleidoscopica unicità dei suoi frutti senza perdersi in un labirinto di congetture.

Tale convinzione vacilla bussando alla porta dei récoltant-manipulant, quelli cioè che il vino se lo fanno in famiglia a partire dal campo. La maggior trasparenza rispetto alle maison più celebrate, data dalle dimensioni contenute e dall’artigianalità del fare, rende appassionante inseguire le differenze tra cuvée talora prodotte in quantità confidenziali. Balena a tratti l’illusione, seduti a quei tavoli, di capirci qualcosa.
L’impossibilità di attingere a un parco-vigne tale da assicurare ogni anno pesi e contrappesi nella materia prima esclude la metronòmica regolarità dei colossi, offrendo però vini chiaroscurali, emotivi, partecipi.

Champagne di più stringente aderenza al terroir – nel senso borgognone del termine – ma non per questo maggiormente rappresentativi della storia dell’AOC, laddove tale modello “in scala” è scaturito da contingenze critiche verificatesi negli anni ’20 e ’70 del XX° secolo: il prezzo dell’uva conferita ai grandi produttori era sceso al punto da non da ripagare i vignaioli del lavoro speso per ottenerla, inducendoli così a mettersi in proprio.

Non abitano palazzi solenni e stravaganti che ostentino distanza, mimetizzati nella routine imperturbabile di Reims. Non dispongono di chilometriche gallerie sotterranee da esibire su prenotazione, previo pagamento del ticket alla hostess poliglotta. Non propinano merchandising per tutte le tasche, dall’ombrello alla glacette, tirato a lucido in vetrinette da gioielleria.

I récoltant-manipulant vivono in case accorpate alle cantine, più o meno curate ma in ogni caso normali, contigue a villaggi anacronistici circondati da vigne. Ricevono in salotto – eccetto qualcuno più organizzato – e ciò trasmette una vicinanza che si riflette nel vino.

C’è chi pare pendere dalle altrui labbra e chi ha l’aria d’essere impermeabile a qualsiasi giudizio, forte di un ‘tutto venduto’ con prezzi in ascesa. C’è chi ti mitraglia di assaggi quasi all’ora di cena, senza neanche un grissino ad arginare il languore, e chi di prima mattina lentamente cadenza i vin clair accostandoli a un vassoio di pain au chocolat (al che, se destrutturazione dev’essere, chiedi un goccio di liqueur d’expedition che ci sta meno peggio).

Visite stringate, meno verbose rispetto ad altre parti di Francia.
“Sì, sapido, dritto, ma questa lieve ossidazione al naso? Sarà l’annata o il dosaggio? O forse quella parcella più ricca d’argilla?”
Sovviene il pensiero che si possa andar oltre, serenamente, senza per ciò scadere nel qualunquismo.

Lo Champagne, in fondo, è questione di stile.
Il terroir in cui è prodotto costituisce un puzzle di inimitabile forza marcante, ma a differenziare sopra ogni cosa un bicchiere dall’altro è l’infusione di un’idea.
Non è la stessa cosa avere le vigne su gesso, sabbia o calcare, così come esposizioni, età delle piante e vicinanza col bosco non mancano di dire la loro. Ma affinare in acciaio oppure in legno, inibire o meno la malolattica, dosare a 8, a 4 o per niente son scelte – per citarne alcune – che possono ribaltare ogni premessa modellando in modo decisivo il risultato finale.

Se resta impenetrabile il processo che porta ciascuna delle migliaia di bottiglie di Krug o Bollinger a essere se stessa e buonissima, è nei récoltant-manipulant che tale aspetto – in quanto più traballante – risalta con paradossale chiarezza.
Tra gli Champagne dei grandi e quelli dei piccoli passa la differenza che c’è tra lirica e jazz. Corali e compassati i primi, figli di un disegno in cui nulla è lasciato al caso; umorali e irregolari i secondi, in cui a contare è anzitutto l’estro dell’interprete e solo poi la qualità dello strumento.

La singolare possibilità di miscelare sposta sull’uomo – qui più che altrove – la determinazione degli esiti, come autorizzandolo a restituire una visione cubista del luogo che presidia.
Nessun tradimento della nobiltà del vino, se il produttore è onesto negli intenti. Abbia toni algidi o crepuscolari, opulenti o radenti, non c’è calice che non restituisca il senso d’appartenenza a un concetto prodigioso: unire per attingere a una purezza che sa di integrità.
Ci vuole un grande sforzo, a volte, per consentire a una vocazione di concedersi.

Verzenay, Montagne de Reims, pomeriggio.
L’azzurro squillante del cielo stende un che di glorioso su ciò che è sotto. Non molto, a dire il vero, eccetto un mare declinante di vigne macchiato da ciuffi di case. Vastità, respiro; un granello di mondo che satura la testa di bellezza scarnificata.

Nulla agita la scena, tutto pare sospeso. Le nostre ombre oblique intagliano un muro ruvido, pare Piazza d’Italia di De Chirico ma siamo in Francia e di metafisica c’è solo la sete.
Suoniamo il campanello, da una porticina in ferro sbucano due occhi vispi tenuti bassi. Il proprietaire-recoltant avrà quarant’anni, indossa un maglione troppo grande e dà risposte in codice Morse.

Il tour della cantina non dura un minuto: il tempo di scostare una tenda in plastica, fare tre passi, ruotare su se stessi e spargere sguardo su venti metri quadrati di buio. Saliamo le scale per rapidi assaggi, un paio d’ettari di vigna fruttano Champagne sodi e raccolti, disposti più a scaldare che a farsi ammirare.
Buoni, ma non riesco a metterci mente; vorrei solo uscire e fondermi a una luce candida, dilatante. Infilarla in tasca, servirebbe.

Resta qui ancora un po’.
Non pensare, non adesso.

 

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One Comment to “La Champagne sentimentale”

  1. Una bellissima lettura trascinante.

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