Il Madeira immaginario

Holidays in Madeira

di Giampiero Pulcini

 “Se puoi sognarlo, puoi farlo.(Walt Disney)

Questo Madeira non esiste. O magari sì, ma io non l’ho mai bevuto.
Forse riposa in una bottiglia tozza nascosta in qualche cantina di Funchal; oppure ronza all’incrocio tra fantasia e memoria, dove i colori della prima abbelliscono i rigurgiti della seconda. Eppure mi pare d’averlo avvistato, una sera di primavera, come un marinaio che sporgendo dalla prua gridi “terra!” all’equipaggio. Da solo, in macchina, cento chilometri prima di toccar casa con arrotolata in mano una multa anziché una mappa.

Ne avevo appena assaggiati otto in fila.
Fino a quel giorno non erano stati più di quattro o cinque, a episodi, spillati da vetri nudi e verdi riportanti vitigno, tipologia e produttore. Un paio citavano anche il millesimo: 1962 e 1979, ricordo bene. Azzerarono al palato il vino fluito in precedenza, che era stato tanto e – diciamolo – di un certo tono; serviti in fine, giusto un goccio, a sigillare con una vampata la chiusura di serate esagerate. Ero avanti di cottura come se in un’estufa ci fossi finito io anziché il Madeira, ma fu sempre suo il profumo che trovai in bocca al risveglio.

Immaginario, dunque.
Inevitabile per un vino arduo da reperire, di cui so pochissimo, fatto su un’isola spersa in cui non son stato mai. Otto fortificati a digiuno ti riducono batacchio in una campana e un vinho da roda non può che giovarsene, stante l’antica dimestichezza ai beccheggi. Così ne è apparso uno, fuso da tutti, mélange di raffinatezze ricamate su un tessuto ruvido e spesso.

Da uve sercial, verdelho o magari terrantez. Bual no, suona gonfio; malmsey neanche, troppa ricchezza.
Colore giallo non particolarmente brillante. Naso sibilato di whisky e genziana; poi noce, smalto, tabacco, un tocco affumicato, aria di mare. Spazia ma non divaga, sollevato da una volatile che ne aguzza i contorni.
Sorso asciutto, stringato, lungo cui occhieggiano note di mandorla e cedro. Dà il meglio di sé schiacciando la lingua al palato, acceso da un bolo alcolico che macina sapore mentre ti chiedi quante ‘b’ possa contenere la parola ‘bono’.

Disteso senza essere algido, come invece certi Vin Jaune; generoso senza prevedibilità, che può invece zavorrare più d’un Marsala. Il Madeira immaginario è fatto di schegge che brillano sopra le ombre. Delizia senza croce: come attingere dal meglio di tutte le donne avute o agognate, ad libitum, per colmare vuoti di volta in volta diversi.
Che esista o no è questione marginale, in fondo. Conta tener vive la fantasia e la curiosità di cercarlo, con la speranza inconfessabile di non trovarlo: sarebbe la fine del viaggio e con esso della trepidazione, degli errori, del guardare avanti.
Resta dove sei, Madeira immaginario.
Mi servi lì, in quell’angolo in alto che non riesco a raggiungere ma di cui ho bisogno per tenere gli occhi svegli e il cuore mai stanco.

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One Comment to “Il Madeira immaginario”

  1. Un Madeira letterario. Sembra quasi uscito da un romanzo di Dickens. Senza materializzarsi :-)

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