Il vino genuino

luna-liquida

di Giampiero Pulcini

Mentre una notte se n’annava a spasso, la vecchia Tartaruga fece er passo più lungo de la gamba e cascò giù co’ la casa vortata sottinsù. Un Rospo je strillò: – scema che sei! Queste so’ scappatelle che costano la pelle – – Lo so: – rispose lei – ma prima de morì, vedo le stelle.
Trilussa

Ho sempre diffidato della definizione di ‘vino naturale’, trovandola generica al limite del fumoso. Preferisco, per dirla col Cavalier Maga, quella di ‘vino genuino’: equivalente per il vocabolario, impossibile da regolamentare ma meglio aderente a un’intima sostanza che scavalchi polverosi disciplinari e attestazioni da pagare un tanto al chilo. La genuinità attinge a monte: alla storia delle persone, al loro percorso in vigna e nella vita.

Non è misurabile né riproducibile in laboratorio ed è elemento fondante dell’emotività del vino, decisiva almeno quanto la sua territorialità; entrambe sono specchi in cui si riflette un’origine, ma solo nel primo riesci a vederci anche te stesso. Un vino è emotivo quando dà per intero quel che ha, accettando che non tutto possa essere in ordine. È il quadro di un pittore che ami più il colore delle linee; una foto venuta mossa nel tentativo di catturare uno slancio, un sentimento.

Il vino genuino non si compiace narcisisticamente della sua natura. Non spunta, non è ossidato né brettato; non puzza né profuma. Odora di cose che riconosci familiari, aspre o delicate che siano. Nessun sentore arriva idealizzato: aderisce alla realtà e si pone come appendice di materia, cambiandone stato ma non senso.

Il vino genuino non ostenta conversioni certificate né si proclama ribelle o resistente: una vera trasparenza include sempre il senso della misura, anche nelle parole. Il vino genuino è individualista, pacatamente anarchico, coerente nel non assomigliarsi mai. Chi lo produce non pensa di essere migliore degli altri; di solito, è uno che si fa i cavoli suoi.
“È un vino normale”, dirà mentre ti rabbocca il bicchiere.

bottiglie

– Trebbiano d’Abruzzo DOC Damigiana 2014, Rabasco (lievito e fieno; energico, crudo)
– Romangia IGP Bianco 2015, Dettori (elicriso e miele di corbezzolo; aggraziato, carismatico)
– Bianco di Toscana IGT Vita 2014, Massa Vecchia (salsedine e resina; ruvido, spigoloso)

Eccone tre di vini genuini, tutti bianchi. Trebbiano abruzzese, Vermentino sardo e Malvasia di Candia da vigne non toccate dalla chimica, allevate a tendone, alberello, sbilenchi guyot. Nati da fermentazioni spontanee con le bucce, senza controllo di temperatura; nessuna filtrazione, zero solfiti aggiunti e brevi affinamenti in damigiana, cemento, legni esausti.

Non è una ricetta ma questi son fatti così: equilibristi senza rete, figli di pratiche che importano un alto margine di rischio. Il dato combinato di ph, alcol e volatile potrebbe disegnare il profilo di vini discutibili; il bicchiere, invece, restituisce una capillare capacità d’infiltrazione del sapore, una reattività priva di strappi, un calore vivo che li salda al cibo.

Vini radicati ma non militanti perchè liberi di presentarsi come sono, anno dopo anno, senza l’affanno del dover persuadere. Parlano la lingua di chi li fa con lo stesso accento, lo stesso gesticolare: non sovviene un elemento più profondo di terroir, nemmeno le pietre. Bottiglie che con disarmante spontaneità hanno suggerito un tavolo, un piatto di pasta e buone parole. Cose sensate, dunque anacronistiche; e tuttavia indispensabili per continuare a trovare nel vino, ancor oggi, il ponte per un approdo anziché verso una fuga.

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