ll piedistallo

piedistallo

di Giampiero Pulcini

“Cercava la verità e quando la trovò rimase male. Era orribile, deserta, ci faceva freddo.”
Ennio Flaiano

Avevo messo molte cose sul piedistallo, ormai quasi non le ricordo più. Le bottiglie di marca, per cominciare, quelle premiate e riverite con scritto – vado a braccio – Gaja, Barolo, Sassicaia, Amarone e Chardonnay. Seguirono le etichette gotiche, così esotiche, di Vosne e di Pommard: tanto austere da suggerire un inchino, preludio a rubini trasparenti irraggianti frutti rossi spolverati di mito, distanza, nobiltà.

Eravamo, io e loro, chiusi in una solitudine muta e pensosa, speculare nel trasporto di chi ammira e l’incuranza di chi è ammirato. Irruppero gli incontri e con esse la meraviglia di parole di cui mi nutrii fin quasi a strozzarmi, in un crescendo bulimico che mi stordì. Feci piazza pulita con foga sul piedistallo, neanche sentii il rumore dei feticci vitrei che si spaccavano in terra. Avevano quelle parole la forma precisa di un vuoto tutto mio, lo saturarono come il gesso fa col suo calco. Per subdola proprietà transitiva sul piedistallo ci finirono non esse ma chi le diceva; i feticci diventarono di carne e ossa, li chiamavo maestri, ricambiarono l’ammirazione con grato compiacimento e, in più d’un caso, sincera generosità.

Mi sembrava tanto prezioso, il piedistallo, che per proteggerlo lo circondai col filo spinato di convinzioni manichee. Ci si avvinghiò come l’edera, lo scalò e sedette in cima insieme a quelli che nel frattempo parevano essere diventati amici; arrivò a circuirne il capo come un’aureola, proiezione della voglia che le cose stessero veramente come credevo. Era rassicurante pensare d’avere un posto in cui stare, specie se dalla parte giusta della barricata. Giusta in che senso? Nel senso che di là c’erano quelli sbagliati.

Costruii barriere e gerarchie, senza capire che il vino è una strada da percorrere e non un muro da dietro cui tirar sassi. Come in un fantasy il piedistallo s’affollò di vigne millenarie, aratri trainati da cavalli alati, cornoletami rotanti che davano nettari più veri del vero. Sfilava accanto una processione di produttori immaginifici, stupefacenti nel non barattare l’integrità col denaro, fichissimi con le pezze al culo abilmente esibite. Impastai questo magma allucinato con la melassa della retorica, giustificai lo snobismo di tanti col loro essere talmente puri da non doversi contaminare col grigiore della normalità: immolati a un’utopia, ben potevano permettersi di far vini strampalati o proclamarsi profeti. Personalizzai il piedistallo omologandolo coi graffiti, che ormai stanno ai muri come i tatuaggi agli avambracci.

In bella calligrafia ci scrissi tipicità, mineralità, visceralità; poi – a tirar via – evocativo, commovente, vibrante. Finii di abbellirlo con versi della Szymborska e di Neruda, passi di Monelli e Soldati, altre amenità. Posai lo spray quando realizzai che era ridicolo riempirsi la bocca di ‘luoghi della memoria’ mentre dimenticavo i compleanni delle persone più care.

Di colpo guardai il piedistallo e lo sentii estraneo. Non sosteneva solo cose illusorie ma era perverso il concetto stesso di tenercele sopra: toglierle da lì era l’unica via per commutare una venerazione cieca in un amore lucido. Cessò la frenesia d’inseguire esperienze idealizzate da ammassare in cataste prive di trama, arrivarono concetti salubri quali l’attesa, la rinuncia, la scelta. Si crearono spazi da riempire di altro; o di niente, anche meglio, per dare ossigeno a quel che già c’era. Fu come stropicciarsi gli occhi dopo un sogno agitato, aprirli e tornare a vedere le cose a colori. Acquisizioni recenti esposte a turbolenze costanti, altro che passato remoto.

Filtra più luce nella bruma tuttavia, son attutiti i rumori di fondo, si sta meglio. Il piedistallo, imballato nel pluriball, non è oggi che un denudato supporto: un cellulare senza SIM, una bottiglia senza amici, una calamita senza santini. “Non correre, pensa a me”. E chi si muove, ma penso ad altro. Penso che su un piedistallo possano finirci diverse cose e il vino non è tra queste. Non tanto perché, in fin dei conti, resta succo d’uva fermentato; è proprio una collocazione sbagliata per il flusso che ne sublima il senso: bere, parlare, ascoltare, perdersi, confessarsi, scoprire. Una spirale ascendente, caduca e imprevedibile come la vita, in cui gettarsi per respirare energia traendo spinta dal disordine, dalla fatica, dalla rabbiosa coscienza che ciò che amiamo non sarà per sempre.

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