Beaujolais

di Giampiero Pulcini

 Moulin-à-vent Les Deux Roches 2005, Domaine du Vissoux.
L’ultima bottiglia comprata alla fine del primo viaggio francese.
L’ultima a infilarsi in una Volvo SW schiacciata sugli ammortizzatori, satura di cartoni, in cui dopo quindici giorni a rotta di collo non c’è più spazio neanche per la voglia di andare da qualche altra parte.

In viaggio

Meno male, il Beaujolais. Forse perché è sulla via del ritorno e noi siamo finiti.
Dopo tanto guyot vedere alberelli che hanno il doppio di te fa sempre il suo effetto; poi qui non se la tira nessuno e bersi un bicchiere è qualcosa di semplice.
Capita al momento giusto: fosse stato all’inizio del giro l’avremmo sorvolato sulle ali d’uno snobismo miope, protesi verso Digione e poi Angers, senza tuffarci di schiena – occhi chiusi, braccia aperte, sorriso – in queste vigne irrorate di sole, belle di un bello non facile a dirsi.

Siamo lì per Pierre-Marie e Martine Chermette, cercati su colline altalenanti tra carrelli carichi d’uva e mucche in libera uscita, incitati dalla Revue du Vin de France e sviati da un navigatore satellitare fuso quanto noi.
Vagando nel verde troviamo la strada nell’unico modo possibile: per caso.

“Buongiorno, ci siamo persi.”
“Chi cercate?”
“Il Domaine du Vissoux.”
“Ci siete dentro.”

Metà settembre a inizio vendemmia, le macchie porpora sul pavimento spingono pungenti profumi vinosi. La cordialità di cantina è inaspettata e sincera: Martine stappa tutto sapendo di non poter vendere niente, un sorriso per ogni vino versato rinnova un benvenuto che sentiamo non essere di circostanza. Col sole di fuori, in un cielo d’azzurro che acceca, com’è giusto un bicchiere vermiglio che profuma di rose e ha un nome da bella ragazza, Fleurie.
Il Moulin-à-vent è più energico e chiuso, il 2005 in assaggio appare inespugnabile nella sua fittezza.
Sarebbe da comprarne un vagone, visto anche il prezzo; la razione K di una bottiglia a testa – concessione di cortesia, il magazzino è esaurito da tempo – consentirà almeno alla Volvo di ripartire. Quella di mia spettanza viaggerà per 900 km incastrata tra la tibia e un barattolo di mostarda, estorcendo a ogni frenata la promessa di non rivederci per molto tempo.

 

Moulin rouge

Trascorsi dieci anni ho pensato fosse ora di tornare su quel Moulin-à-vent 2005, l’ultimo degli Chermette a chiamarsi Les Deux Roches data l’acquisizione proprio nel 2005 di una terza parcella nel cru (Roche Noire, in aggiunta alle contigue Rochegrès e Rochelle) in seguito a cui le Roches in etichetta sono diventate Trois. Pochi minuti per constatare che in questo tempo sono cambiato più io che lui.

Granato brillante, lo stesso di allora, invece a me qualche capello bianco è spuntato da un pezzo.
Naso fermo e ombroso di prugna, liquirizia, china e carruba; nessun indizio ossidativo, a differenza delle zampe di gallina sotto gli occhi che a Saint-Vérand non avevo.
Il tocco nervoso da bianco prelude a un gusto boschivo da rosso, componendo sorsi cui è impossibile dare uno stop. Trattiene il filo di rigidità degli esordi, mentre io nel frattempo mi son sciolto un bel po’.

Grandi e piccoli

Meta improbabile, compressa com’è tra Borgogna e Rodano, il Beaujolais respira da sempre il vino come qualcosa di popolare. Se l’assenza di un’aura di sacralità ne ha reso la centralità non soffocante, il rovescio della medaglia è stata un’indulgenza che non ha posto argini a una manipolazione senza rispetto, tale da tramortire l’appellation col boomerang del Noveau e del cinismo di chi ha continuato a lanciarlo stando sempre attento a scansarsi.

Qui il négoce domina, sfiorando l’80% della produzione totale. È stata la progressiva concentrazione di potere nelle mani di una ventina di operatori (Duboeuf, Jadot e Bouchard i nomi più noti) a togliere ogni forza contrattuale ai conferitori, in passato poco stimolati a rendersi autonomi poiché garantiti nel reddito dai grandi acquirenti.

L’imposizione di un prezzo sempre più basso per l’uva acquistata ha avuto riflessi funesti sulla qualità media, volutamente in caduta libera servendo per vini usa-e-getta da smaltire nel giro di pochi mesi dalla vendemmia. La concorrenza brutale del Nuovo Mondo su fasce basse di prezzo ha fatto il resto, determinando un consistente invenduto nell’AOC e – per ricaduta – un’erosione del parco-vigne in favore dell’industria edilizia.

Parallelamente a questo modello imperante ma pericolante, ha resistito un nucleo di vigneron autonomi di impostazione artigianale, attenti a mantenere nelle cuvée una credibile aderenza territoriale e componenti un mosaico che spazia dalla ‘lotta ragionata’ alla biodinamica spinta: una goccia nel mare dei danni generati dall’industria vinicola, ma resta la speranza che da ciò possa germogliare una più avveduta coscienza ambientale.

Permane, in ogni caso, qualcosa per cui vale la pena fare un salto da queste parti: una leggerezza che frizza nell’aria, stende i sorrisi e avvicina alla gente.

 L’uva, la terra

Gamay, ma quando mai.
Già il Duca Philippe de Hardi alla fine del XIV secolo ne vietò la presenza in Borgogna ratificandone con ordinanza l’inferiorità al pinot noir, meno vigoroso ma più redditizio, capace di vini raffinati al punto da divenire merce di rappresentanza presso le corti europee più influenti.
Cinque secoli dopo il concetto fu ribadito prosaicamente nell’Aube, i cui produttori ne barattarono l’espianto in favore del cugino nobile ottenendo così l’inclusione di tutti i villaggi aubois nella denominazione (e quindi nel ‘concetto’, commerciale e di status) della Champagne.

Adattabile e regolare, a vario titolo ritenuto ‘inferiore’ e dunque sacrificabile, il gamay ha trovato asilo lungo la striscia di terra lunga 55 km che partendo dalle pianure argillose a nord di Lione si increspa fino ai rilievi ferrosi e granitici tangenti Macon.

La forma di allevamento è l’alberello libero grazie a cui, per le etichette di punta, si riesce a contenere l’esuberanza vegetativa entro i 60 quintali per ettaro. Come in Champagne è fatto divieto di vendemmiare con l’ausilio di mezzi meccanici, ma suona paradossale che un precetto volto a custodire l’integrità strutturale degli acini sia funzionale a una tecnica – la macerazione carbonica – che spesso finisce per negare l’integrità territoriale del vino.

L’altezza dei vigneti – esposti a sud/sud-est – va dai 200 ai 500 metri con intuibili differenze nelle curve di maturazione del frutto. Il fiume Saone a est e il Massiccio Centrale a ovest svolgono, ciascuno per proprio conto, un’utile funzione termoregolatrice. La scarsità di colore e tannino, unitamente alla viva acidità, hanno diffuso un’idea di gamay come la più bianca tra le varietà a bacca rossa d’oltralpe.

Se il concetto è plausibile per le versioni fragranti da cogliere giovani, diventa forzato per quelle più austere e complesse, meritevoli di affinamento in cantina. Colpisce, nella fattispecie, la capacità di assumere rapidamente toni maturi di cuoio e di selva senza che ciò preluda a un altrettanto rapido decadimento: dieci o quindici anni in bottiglia possono restituire vini trasfigurati ma integri, tonici.
Non mancherà spontanea assonanza con prodotti e preparazioni della cucina italiana, grazie a una tattilità garbata e a un’uscita aromatica a tinte pastello modulata su persistenze non invadenti.

 

Declinazioni

L’AOC, istituita nel 1937, consta oggi di 25.000 ha ed è articolata nelle seguenti sottodenominazioni:

  • Beaujolais: 10.000 ha concentrati nella parte meridionale, a sud del comune di Villefranche, su terreni pianeggianti di matrice argillo-calcarea.
  • Beaujolais-Villages: 6.000 ha suddivisi in 39 villaggi dislocati nella parte mediana su terreni granitici. La possibilità di indicare la località è di fatto inutilizzata, confluendo la produzione in assemblaggi cui si affibbiano spesso nomi di fantasia.
  • Crus Beaujolais: 9.000 ha arroccati all’estremità settentrionale su terreni granitici impreziositi da ferro, manganese e tracce vulcaniche. Vertice qualitativo della denominazione, si suddivide in dieci Crus disomogenei per superficie (dai 280 ha di Chénas ai 1.380 di Brouilly), composizione geologica ed esiti. Da nord a sud si snodano Juliénas, Saint-Amour, Chénas, Moulin-à-vent, Fleurie, Chiroubles, Morgon, Régnie, Cote de Brouilly e Brouilly.

 

In generale Moulin-à-vent, Chénas e Morgon (specie il climat Cote du Py) danno i vini più complessi e longevi, con evoluzioni terziarie di sorprendente finezza.

Chiroubles, Fleurie e Brouilly, per contro, incarnano al meglio l’anima gioviale del vitigno regalando liquidi d’irresistibile immediatezza, seducenti senza essere frivoli.

Se la geologia fa la sua parte, non meno rilevante è il ruolo dell’enologia. Impossibile parlare di Beaujolais senza far riferimento al Noveau, fenomeno commerciale vertiginoso che ha nociuto alla reputazione di zona almeno quanto ha fatto guadagnare in termini di notorietà.

Novello

Tumulare grappoli e raspi in serbatoi saturi di CO2 a 30°C, innescando negli acini integri un’autofermentazione da macerazione carbonica in assenza di lieviti e ossigeno. Estrarre tutto il fruttato possibile e non curarsi del resto. Svinare, aggiungere, togliere, sterilizzare. Far festa al terzo giovedì di novembre sfruttando l’equivoco del vino nuovo e passare alla cassa. Niente male, per un vino ucciso ancor prima di nascere.

Su quali presupposti può fondarsi una prassi per ambire nel tempo alla dignità di tradizione? Può bastare un’istantanea redditività modaiola anche quando riduca a caricatura una fisionomia originaria? Per anni l’immagine dell’appellation è stata colonizzata da una bibita effimera e apolide, costruita con uve perseguitate dalla chimica; ennesimo torto perpetrato al gamay e al suo eccesso di disponibilità, un po’ come quegli impiegati tuttofare messi a sbrigare pratiche di cui non vuole occuparsi nessuno col contentino di una promozione apparente.

La crisi d’immagine e commerciale seguita alla sbronza collettiva degli ultimi tre decenni è stata una secchiata d’acqua fredda che, ad oggi, pare aver generato più smarrimento che rinsavimento.

Diverso è il caso della macerazione semi-carbonica (o vinificazione ‘a grappolo intero’), diffusamente praticata dai produttori migliori aggiungendo sopra al cappello durante la fermentazione una quota di grappoli non diraspati variabile dal 10 al 20%, per un periodo compreso tra i 4 e i 12 giorni. L’immediata chiusura dei tini per trattenere la CO2 ceduta dal processo, unitamente all’assenza di follature, avvia nell’uva lasciata integra una fermentazione intracellulare parallela a quella classica in atto, rispetto alla quale si pone come accessoria.

La tecnica, che sottolinea la rotondità di frutto senza appannare il dato stagionale e territoriale, giova inoltre alla tenue tannicità del vitigno che trae dai raspi un sostegno discreto e propizio.

Dimensione

Il Beaujolais non ha bisogno di svendersi per meritare considerazione. Ci sono un luogo e un’uva che stanno insieme da secoli, e in Francia certe unioni durano solo a patto che abbiano un senso.

Ci son vini che sintetizzano agilità ed ampiezza, graduando nel bicchiere la presenza in base al contesto in cui vengono chiamati in causa. Sanno essere interessanti per l’appassionato e gustosi per chi cerchi semplicemente un buon bicchiere; hanno profumi familiari ma non scontati, bocche snelle e schioccanti, la flessibilità per seguire una merenda veloce o una cena complessa. La vocazione al convivio alimenta una passione sana, non costretta nello spazio angusto di una continua ricerca di confronto.

Desiderare una bottiglia di Beaujolais, accogliere la sua colorita misura aderisce intimamente alla varietà della cultura del vino, ricordando che esiste una bottiglia adatta per ogni diversa occasione.
E benedetta la bottiglia che sappia suggerirla da sé, un’occasione.

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2 commenti to “Beaujolais”

  1. Come sempre meraviglioso, Giampiero. La tua scrittura è come il vino i cui parli. E ora mi compro un paio di casse di Château Cambon

  2. Perfino (od anche) didascalico ma non meramente didattico, valorizzato dalla capacita di saper raccontare il passaggio attraverso un “terroir” di un vino che come molti altri merita attenzione.
    La mano del post è inconfondibile, e la si ritrova con piacere.Ma direi che qui non è un’ eccezione.

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