Le ginestre di Gauby

di Giampiero Pulcini

Scrivo di qualcosa accaduto tre anni fa.
Ricordi acciambellati eppure vigili, mai eclissati; appena sfocati nel dettaglio ma vividi nel senso, differiti come luce di stella deflagrata.
Noi siamo ancora tutti interi, invece. Inspiegabilmente, date attitudini e vicissitudini.

 Ai miei splendidi compagni di viaggio, Luca Santini e Marco Durante.

Prologo

Atterriamo a Girona in tarda serata intronati dal sonno mancato, dai vuoti d’aria e dallo speaker di bordo della Ryanair che a novemila metri d’altezza ha provato a venderci pure la nonna. Il tempo di impadronirci dell’auto a noleggio, una Seat Gazpacho brutta come una colica, e ci lanciamo nel cuore della Catalunya.

Barcellona corre via disinvolta e sofisticata, vorremmo spaccare il mondo ma è il mondo a spaccare noi. Due giorni di caos, ramblas, tapas e rumba; qualche Gin Tonic di troppo, la sensazione inattesa d’un rutilante distacco.

Non siamo partiti per lei, d’altro canto: testa e prua son rivolte a nord-est, Roussillon o meglio Catalogne Nord, verso luoghi che non conosciamo e che ci inghiottiranno senza possibilità di emersione.

L’antefatto è una gloriosa bottiglia di Coume Gineste 2010 del Domaine Gauby, grenache blanc e grenache gris in uvaggio, che un paio di mesi prima a casa mia aveva soffiato preferenze a un La Tache 1996. L’episodio aveva incitato ad approfondire sul campo; utilizzando l’entratura di uno dei sodali, s’era pensato di chiedere in azienda la prima verticale completa di questo bianco affascinante, così acuto nell’armonizzare fisionomia nordica e temperamento mediterraneo.

Il proposito era di renderne conto su una nascente rivista poi non più nata; si adempie oggi su questi schermi, con appena milleduecento giorni di ritardo.

I Gauby

Il Domaine Gauby è nei pressi di Calce, trecento anime a venti chilometri da Perpignan.

Siamo accolti da una luce violenta riflessa da una vegetazione bassa, affiorante dalla ferita delle rocce. Serpillo, finocchio, elicriso, menta, rosmarino e ginepri aggrumano macchie compatte, profumatissime. Nella contorsione di strade battute da un vento gagliardo, case e vigne si contendono il primato dell’invisibilità. Il cielo è un distillato d’azzurro; v’indugiano gheppi e gipeti, come sospesi.

Gérard Gauby è sulla cinquantina, corporatura tarchiata e sorriso gioviale; si fa gli affari suoi ma se interpellato non manca di favella. La moglie Ghislaine è discreta ed affabile, una bella signora, presente senza apparire. Lionel, loro figlio, ha poco più di trent’anni. Alto, dinoccolato, disinvolto; pensiero fluido, acceso dal talento.

La storia aziendale è recente: suo nonno era funzionario pubblico, acquistò delle vigne a Rivesaltes che Gérard barattò con altre più scomode a Calce, dove voleva stare, di proprietà di un ricco signore che non aveva voglia di lavorarle. La prima annata imbottigliata è la 1985.

Attraverso successive acquisizioni oggi i Gauby dispongono di 40 ettari di vigneto coltivati a carignan, mourvedre, grenache, syrah, muscat, grenache blanc, grenache gris, maccabeu, viogner e chardonnay variamente assemblati, tutti allevati ad alberelli in qualche caso centenari. Rese mai superiori a 35 quintali per ettaro, produzione totale intorno alle 80.000 bottiglie.

Ulteriori 80 ettari di terreno sono lasciati volutamente incolti al fine di creare un sistema variegato in cui uomini, piante e animali siano in reciproco equilibrio tra loro.

Calce

Un terroir prodigioso, tutt’altro che facile.

La spinta originata dall’emersione dei Pirenei ha causato un ribaltamento in avanti della crosta terrestre, sicché alle marne diffuse si son frammezzati scisti calcarei verticali facilitanti la penetrazione sotterranea delle radici.

Un fattore decisivo è rappresentato dall’alternanza dei venti: quelli da nord-ovest, prevalenti, si incanalano dall’alto verso il basso con accelerazioni potenzialmente distruttive che portano freddo in inverno e secchezza in estate; quelli orientali, più miti, arrecano calore e umidità.

Per contenere i danni causati dalla foga eolica, i Gauby hanno circondato gli appezzamenti di cipressi atti a frangivento e mandorli aventi la funzione di attrarre gli insetti impollinatori. Le chiome sugli alberelli son ridotte al minimo e i tralci vengono annodati tra loro, diminuendo un’evapotraspirazione che è circa doppia rispetto alla miseria dei 500 millimetri di pioggia annua.

Il rovescio della medaglia sta in un’incredibile qualità della luce, amplificata dalla presenza del Mediterraneo a non più di quindici chilometri in linea d’aria.

 In cantina

A partire dal 2004 è iniziato un graduale passaggio di mano in favore di Lionel. Molte idee, tutte chiare.

“Ho studiato con rigore la biodinamica dal 2000 al 2004, poi ho capito che applicata come si deve a Calce non ha senso. Bisogna essere precisi! Fosse stato qui, Steiner avrebbe detto cose diverse: lui si riferiva ad ambienti ricchi di umidità per diffondere energia, noi invece siamo carichi di elementi ossidativi. Sole e vento… non puoi fare la biodinamica sulla polvere. La biodiversità, quella serve. A me interessa che sugli alberi continuino a fare i nidi le pernici.”

Nel 1997 Gérard ebbe l’intuizione di recuperare in vendemmia gli insetti attaccati sull’uva: da allora sul tavolo di cernita gli animali vengono trattenuti in ceste unte di olio di colza, quindi rimessi in circolo vivi nei campi come veicolo di enzimi e lieviti. Accanto alla cantina c’è una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana con cui si preparano infusioni di circa trenta erbe da dare alle vigne.

Negli ambienti di lavoro dimora un ordine spartano.

Botti di varie fogge e dimensioni, in gran parte Stockinger; fermentini in legno e cemento, niente acciaio, poco altro.

Uno stanzone laterale ospita nicchie gravide di bottiglie di Loira, Alsazia e Borgogna. Quella più bella di tutte appartiene però a un italiano, Antonio Perrino da Dolceacqua. Infilo incredulo la testa in quel piccolo antro zeppo di Bianco e Rossese Testalonga; il pensiero euforico di tornare a trovarlo s’interrompe nel momento in cui Lionel inizia a parlare di sé.

“Il 2004 fu un punto di svolta. I nostri vini erano in riduzione, sapevano tutti della stessa cosa. Cominciai a fare rimontaggi continui, diverse cuvée presero una botta di ossidazione che temevamo le avesse distrutte. Imbottigliammo sfiduciati, col tempo si ripresero ma fui davvero a due dita dal mollare via. Dopo dieci anni posso dirmi contento: avremo delle differenze dovute alle annate ma grossomodo ci siamo. Non vorrei che trovare una strada nel fare vino fosse il lavoro di una vita, sarebbe infelice; né m’interessa uscire con bottiglie che chiedano vent’anni prima di poter essere aperte.”

Gérard ascolta in silenzio, con un tangibile sentimento di condivisione.

Ancora Lionel: “non aggiungiamo solfiti in nessuna fase di lavorazione e non abbiamo macchine diraspatrici, non diraspiamo neanche sui bianchi. Il frutto della vite è il grappolo nella sua interezza, non solo l’acino. Se diraspi è la macchina a decidere cosa e quanto estrarre; io preferisco lasciare che sia la natura ad autoregolarsi.”

Coume Gineste

Perchè il Coume Gineste si chiami così – “valletta delle ginestre”, mescendo catalano e provenzale – non è difficile intuirlo camminando nella vigna da cui proviene, piantata a cavallo tra le due guerre mondiali dalle donne data una popolazione maschile decimata e dedita ad altre occupazioni.

Forma a “L” piuttosto regolare, esposizione sud-est con altezze comprese tra 220 e 250 metri, poco meno di un ettaro da cui si ricavano 2000 bottiglie.

Dal 1996 fino al 2001 veniva utilizzata grenache blanc in purezza, a partire dal 2002 si è aggiunto un 40% di grenache gris capace di apportare una significativa carica tannica dal mosto fiore, senza alcuna macerazione pellicolare.

La vicinanza di una cava di ferro spiega il rossiccio delle pietre, assediate da cespugli scapigliati di giallo. Vento, sassi, ginestre: tutto è pervaso da un’energia invisibile, vibrazioni impossibili da descrivere, un silenzio eloquente che chiama un silenzio in ascolto.

La verticale

L’antidegustazione prevista da Lionel ha regole d’ingaggio entusiasmanti.

Tardo pomeriggio: in una rimessa attrezzi di dieci metri quadrati in mezzo alla vigna ci siamo noi, i suoi genitori e una decina d’amici. In dotazione uno Zalto Universal a testa, nessuna sedia, di sputacchiere neanche a parlarne.

Su un tavolo con tovaglia bianca poggiano le sedici bottiglie di Coume Gineste oggetto del consesso, un cestino di fave e uno di ciliegie. Manca Ennio Morricone in sottofondo ma a un certo punto mi sembrerà di sentirlo.

Si stappa un’annata alla volta partendo dalla più vecchia; per ciascuna si hanno a disposizione circa cinque minuti, poi si passa alla successiva.

L’unico a prendere appunti sono io, ciò che mi vale una premura speciale da Lionel e Gérard nel dare aneddoti e spiegazioni, persino nel chiedere.

“C’est bon?”
“E’ bono, è bono”, rassicuro.

Mangiamo lì che è ormai buio pesto, nessuna illuminazione eccetto quella lunare. Il vino fluisce senza sosta, l’atmosfera sauvage si colora d’un che di tribale. Torniamo al bed & breakfast suonati come bonghi, sicché l’unico testimone attendibile dell’esperienza è il Moleskine misteriosamente riapparso tra le mie cose al mattino.

Ne trascrivo le note pari pari: benché stralunate, restano più oneste di qualsiasi rielaborazione postuma che a distanza di tre anni avrebbe la credibilità di una poesia di Montale declamata da Topo Gigio.

Vin de Pays des Cotes Catalanes ‘Coume Gineste’ – Domaine Gauby

 1996: evoluto, vinoso, confetto, pesca sciroppata. Bocca salda e calda, un po’ vuota al centro, chiusura in linea.

1997: burro e ruggine, accalorato ma fine, guizzo vegetale che asciuga. Setoso, goloso, confortevole. Cuscinetti a sfera, manca solo la stoccata.

1998: cera, carta vecchia, terriccio, genziana. Accenno di rifermentazione, agrumi rossi, affilato, erbe amare. Originale, piccante.

1999: non trovato in cantina. Cerca mejo.

2000: lento, largo: nettarina, melone, yogurt, salame, cenere. Ossuto, progressivo, attacca piano ma non indugia, maggiorana di ritorno, falso calmo.

2001: carbonica a palla, schiuma, spettacolare. Super fiori, sa di vento, ma chi sei! Salato, trasparente, arriva da tutte le parti. Non assomiglia a niente, eretico.

2002: candido, dolce, si fredda meravigliosamente sulla menta. Gustoso e spigoloso, tutto di punta; calore centrato, smorza evoluto, un carillon. Trenta mesi di affinamento in legno, un anno in più della media.

2003: linfa, rosmarino, carezze. Poi evapora, si perde, scia ampia che non arriva.

2004: guizzante, cerebrale: glicine, cocco, ossidazione buona, uva bella. Bocca dura, ritmica, scarnificata. Schierato, poco incline al dialogo ma non sordo. Incisivo, incide.

2005: tappo, maremma budella.

2006: pomodoro, salamoia, fiori morti, stupendo. Lime, lame, paura. Vendemmia con vento che strappava le foglie, fichissimo.

2007: introverso, esitante, in cerca di sé. Impettito da fermo, un compiaciuto specchiarsi. Narciso.

2008: naso spaziale: corbezzolo, luce, farina, raggi laser. Puro, longilineo, amaro che sveglia, una sassata.

2009: fieno, malto, friccico, i girasoli di Van Gogh: Valentini! Scorre ma accoglie, giocoso, a tinozze.

2010: galattico. Tabacco, pompelmo, roba, ciao. Granito ricamato, fermezza in movimento, armonia liquida.

2011: limone, margherite, garbo; ciccia senza panza, frizzantino, calore. Seta, mette sete.

2012: zenzero, tè, citronella, mela verde, una festa. Chiarissimo, sciolto, zero pippe, bevi.

 Le cantine si rivoltano

“Les caves se rebiffent” è la ‘cantine aperte’ di Calce, ed è il giorno dopo.

Caracolliamo nel paese dietro uno sciame di avventori divertiti quanto i vigneron nel ruolo di osti. Il cibo è rustico e tuttavia curatissimo, sublimando un’accoglienza lontana anni luce dalla sciatteria delle sagre di casa nostra. I vini risultano perfettamente calibrati su quei piatti e ancor prima sulla situazione, grazie a una genuinità espressiva che nulla concede a derive folcloristiche.

Benché si rifugga ogni idea di classifica, non possiamo esimerci dal fare le sentinelle al doppio magnum di Vieilles Vignes 2002 conferito da Lionel per l’occasione. Vegliamo stoicamente l’obice fino a sera, presentandoci a livello per la cena ‘degli amici’.

In un isolato castello di campagna produttori, organizzatori e volontari si radunano per il botto glicemico finale accompagnato da musica dal vivo. L’imbarazzo per la duplice condizione di intrusi (gli unici non catalani, gli unici a non aver mosso un dito) è stemperato dal passe-partout psicologico d’essere col boss: “ci manda Gauby”.

Non conosciamo nessuno e tutti sanno chi siamo, il messaggio sotteso a ogni sorriso è di rigare dritti. La serata fila liscia dacché la nostra aggressività ha come unico obiettivo il braciere sopra cui sfrigolano cervelli d’agnello, che con disinvoltura da licantropi ingurgitiamo in quantità indefinita. La birra necessaria per deglutirli, spillata self-service da fusti disseminati ovunque, fa equivocare come tentativo di ballo un rallentato mulinare di braccia e gambe teso solo a impedirci di spiccare il volo.

Epilogo

Barcellona di rimbalzo, altre ventiquattr’ore per spargere stanchezza sul casino. Rotoliamo al check-in per gravità, agevolati dalle rampe in discesa e da una certa predisposizione di fondo.

Rimetto piede in casa alle quattro di notte, dopo tre ore di macchina dall’aeroporto di Pisa. Mi getto sul divano incapace di prendere sonno, nel buio penso che le esperienze che lasciano un segno sono quelle che scavano un vuoto, un’insufficienza. La vita macinata in cinque giorni equivalenti a cinquanta non ha generato l’appagamento di un ricordo bensì la tensione di un mancanza. Non ha riempito nulla.

Tempo buttato? No, perchè è nella perdita l’arricchimento: smarrire un pezzo di sé in una persona o in un luogo dove il desiderio possa trovare una forma sin quasi a tramutarsi in dovere, arginando così l’insensatezza del tutto.

È quasi l’alba, riavvolgo il nastro del cosa, come e con chi. L’ultima parola che balena in testa prima di chiudere gli occhi è ‘ancora’.

San Gemini (Catalogna Est), maggio 2014

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3 commenti to “Le ginestre di Gauby”

  1. Struggente e affilato, come un Viaggio deve essere… Complimenti e un ironico grazie: ora non potrò esimermi di provvedermi di tali potentissimi Gauby!

  2. Bellissima storia, come tutte quelle che racconti d’altronde. Una curiosità: qual’è secondo te o secondo i Gauby – eccetto una maggiore resistenza alla siccità – la conseguenza diretta o indiretta della infiltrazione profonda delle radici della vite? Grazie.

    • Ciao Francesco, un agronomo saprebbe certo darti una risposta più centrata della mia. Mi limito a svolgere delle considerazioni generali, valide un po’ ovunque.
      Un apparato radicale in grado di scendere verticalmente in profondità non solo ha più chances di pescare da riserve idriche sotterranee, anche occasionali, ma anche di nutrirsi con una maggiore varietà di microelementi, fendendo una più estesa quantità di terreno. Si tratta di movimenti meccanico-quantitativi che producono conseguenze qualitative sulla fisiologia delle piante e – per ricaduta – sulla compiuta maturità dei frutti.

      Chiudo la fiera delle ovvietà ricordando che:
      1) la forma di allevamento (alberello, guyot, cordone, tendone, ecc.) finisce in qualche modo per avere un impatto sulla capacità di affondo radicale, benché probabilmente inferiore alla densità d’impianto, al tipo di portainnesto e alla tessitura del terreno;
      2) radici profonde significano piante vecchie, costituivamente capaci di una migliore “autogestione” della fruttificazione in condizioni microclimatiche difficoltose quando non originali, purtroppo sempre meno episodiche negli ultimi vent’anni.

      Un cordiale saluto.

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