Collecapretta, il diario degli affetti

di Giampiero Pulcini

“Invece di dipingere esattamente ciò che ho davanti agli occhi, utilizzo il colore in modo arbitrario per esprimermi con più intensità. Vorrei fare il ritratto di un amico artista che sogna i grandi sogni, che lavora come l’usignolo canta; vorrei mettere nel quadro la stima e l’amore che ho per lui. Lo ritrarrei dunque più fedelmente possibile ma l’opera non sarebbe terminata così: per finirla farò il colorista arbitrario. Esagererò il biondo dei capelli toccando i toni arancione, giallo cromo, limone pallido; dietro la testa, piuttosto che pitturare il muro banale dell’appartamento, immaginerò l’infinito. Farò uno sfondo semplice del blu più ricco che riuscirò a ottenere. Questa semplice combinazione darà un effetto misterioso come di stella nell’azzurro profondo.

Nel ritratto del vecchio contadino della Camargue mi sono regolato allo stesso modo: pensandolo nel forno della mietitura, in pieno mezzogiorno, ho visto arancioni sfolgoranti come ferro arroventato e oro vecchio luminoso nelle ombre.

Le persone per bene vedranno in queste esagerazioni solo delle caricature.”
Vincent Van Gogh – Arles, agosto 1888

“Quando pianto una vigna è come se iniziassi un quadro.”
Vittorio Mattioli – Terzo La Pieve, novembre 2017

Pur essendo uomo di poche parole, Vittorio Mattioli rivendica il suo essere “agricoltore e poi vignaiolo” almeno quindicimila volte all’anno, quante sono le etichette che per ogni vendemmia ne recano il nome.

Precisazione non oziosa, gravida di un radicamento generazionale alla terra – a questa terra – di profondità da gran casata: i suoi antenati erano già qui quando Van Gogh, mille chilometri a nord-ovest, si dava in pasto alla luce per lasciarsi bruciare.

Me lo sono immaginato a Terzo La Pieve il genio olandese, seduto sotto un ulivo con Trevi all’orizzonte: accanto un gotto colmo di vino dorato tra l’aromatico e l’aspro, un tozzo di pane e un pezzo di cacio avvolti in un panno. Cosa avrebbe visto, come l’avrebbe reso; chissà se nella stasi di piane alberate e quieti rilievi avrebbe sentito di avere un posto nel mondo, trovando argine alla malinconia che finì per ucciderlo.

Non dovevano essere granché diversi questi paesaggi, allora.
Latitano ancor oggi tracce di urbanizzazione infestante: non palazzine né ville pacchiane o centri commerciali fuori misura. Salendo in collina son solo campi spogli e ordinati, diversi oliveti, sporadiche vigne.

Lo spoletino non è un dialetto, è una cantilena. Riconosci un autoctono anche quando provi a parlare in italiano, cadenzando i toni acuti con regolarità da metronomo: una nenia ruspante che mette di buonumore a prescindere dal contenuto.
Ci si sente accolti in questo frammento di Umbria, benché grattando la superficie di modi cortesi capisci al volo che non sempre è così. Resiste molto di autentico nella campagna tra Montefalco e Spoleto, tuttavia, dove l’attitudine al pettegolezzo è spazzata via da una generosità brusca, irresistibile.

L’azienda agricola Collecapretta sbuca sul ciglio di un breve rettilineo in salita, segnalata da un’insegna discreta. Casa e cantina si fronteggiano in un cortile curato entro cui si è immediatamente sfiorati da un sentimento di gentilezza. L’essere persone per bene distingue da sempre i Mattioli, del resto: trapela da ogni indizio, non ultimo l’appellativo del nonno di Vittorio messo a nominare il suo vino più affezionato, il barbera: “il Galantuomo”.

Vivono e lavorano qui. Poco inclini ad assecondare il presenzialismo oggi in voga e diffidenti verso la sirena di ruoli comodi da recitare, disinnescano la carica banalizzante dei cliché col valore sempreverde del buon senso. Il successo commerciale e di pubblico è vissuto con lusingato stupore: un accadimento benedetto ma esotico, incapace di scalfire una prudenza atavica.

Cinque ettari di vigneti e due a ulivi, più altri a seminativo, delineano il profilo di un’impresa che ha trovato in tale dimensione il suo equilibrio; l’obiettivo è consolidarsi gradualmente nel solco di una scrupolosa artigianalità su base familiare. Il rispetto per l’ambiente non cerca specchi narcisistici di certificazioni esibite, riflettendosi piuttosto in un empirismo così basilare da lambire un istinto: qui il vino era alimento pari all’olio e alla carne, apportava calorie da impiegare in campagna, non doveva far male.
Custodire la fecondità naturale della terra, accompagnandone di anno in anno l’espressione, fonda tuttora un principio di salubrità centrato sull’autoconsumo prima che la filosofia di un’attività economica.

“Collecapretta” è il toponimo del luogo dove sta l’azienda, attiva fino agli anni ’30 nel commercio di legna e nell’allevamento di capre. Il vino domestico, venduto sfuso, ha sempre ricevuto consensi tra le famiglie e le osterie locali; un bianco e un rosso, entrambi uvaggio delle varietà allevate: trebbiano spoletino, malvasia, greco, sangiovese, ciliegiolo, barbera e merlot.

L’incursione nel 2005 di Danilo Marcucci, venditore navigato e degustatore sagace, scardina una linearità che pareva immutabile. Nato e cresciuto in zona, Marcucci fiuta in questi liquidi una vitalità antica, di dignità assimilabile a denominazioni ben più celebri; vincendo lo scetticismo generale si offre di commerciarne l’intera produzione su mercati inimmaginabili. Acuisce una selezione draconiana delle uve e affina in cantina un protocollo coraggioso, implicante una fulminea tempestività d’intervento: fermentazioni spontanee senza controllo di temperatura, apertura accorta al rapporto con l’ossigeno e totale assenza di solfiti aggiunti. Spariscono le damigiane, il vino va in bottiglia distinto per vitigni e per millesimi.

Il cambio di prospettiva accosta un pubblico evoluto a una realtà inizialmente impreparata a gestirlo. Partite di tappi difettose e alcune ingenuità esecutive alimentano un’aura di eccessiva variabilità, sottesa a un “primitivismo” stilistico che non tutti apprezzano. Quando si pesca l’esemplare giusto dal cartone, tuttavia, si è travolti da qualcosa di così diretto da suonare inedito: viene dalla terra e dalle mani, accende un’euforia adolescenziale, lo cercavi ovunque ma era qui da sempre.

Dodici anni fruttuosi per Anna e Vittorio Mattioli: parallelamente alla crescita d’esperienza e solidità, il progressivo coinvolgimento dei figli Francesco, Annalisa e Beatrice prelude a un futuro altrettanto vigile nell’applicazione dei valori che guidano da sempre la famiglia.

Tutto è nel segno della continuità. Le operazioni in vigna restano svolte interamente a mano, dalla potatura allo sfalcio sino alla raccolta; l’impiego di rame e zolfo è limitato allo stretto indispensabile, si concima col letame dei bovini allevati in casa. Il rifiuto di coadiuvanti chimici prosegue in vinificazione, volutamente lasciata più libera possibile. L’integrità espressiva degli esiti è preservata evitando chiarifiche e filtrazioni prima dell’imbottigliamento.

Per alcuni di noi Collecapretta è stata molte cose, non ultima il rifugio da giornate difficili grazie al calore disarmante dell’accoglienza.

Quanti passaggi “giusto per un bicchiere” diventati sei o sette, fiancheggiati da salumi buoni come quelli che faceva mio nonno anche se mio nonno i salumi non li ha fatti mai, proiezione del maiale simbolico che grufola in ogni focolare idealizzato che si rispetti.

Metterne in fila trenta bottiglie a partire dal 2006 è stato prendere in mano il diario di questi anni e lasciare che fosse il vento a sfogliarlo: memorie fluide di sorrisi e porte aperte equivalenti a carezze. Ogni volta, tutte le volte.

Se ne dà cenno per diletto, non per sancire chissà quali verità degustative. Trattandosi di vini spogli da qualsiasi puntello enologico, aderiscono a un concetto di evoluzione accelerato e imprevedibile: altri campioni di pari annate avrebbero suggerito parole diverse per lo stesso racconto.

Nel mezzo di adunate colorite, riponendo appunti sopraffatti dalla confusione, ho però sentito prender forma un vago senso di salvezza; e con esso il desiderio sempre uguale e sempre diverso di tornare a Terzo La Pieve per

bere
respirare
dimenticare
ricordare
in questo piccolo luogo pieno di affetti.

Le verticali

Il Vigna Vecchia è trebbiano spoletino in purezza, proveniente da un appezzamento argilloso-marnoso di un ettaro e mezzo con esposizione sud-est a 480 metri d’altezza. E’ la vigna più attempata dell’azienda, messa a guyot sessant’anni fa sulla base di vecchi cloni dai grappoli grandi e serrati, biforcati in fondo, acini dalla buccia coriacea di colore dorato e riflessi verdognoli.

Fermentazione del solo fiore e affinamento in acciaio, imbottigliamento nella primavera successiva alla vendemmia: tale l’iter che traduce in vino uve bellissime, figlie di un sito dalla vocazione straordinaria e d’un savoir-faire agricolo fuori dal comune.

Il trebbiano spoletino è vitigno rustico, tardivo, di sferzante acidità e grado alcolico contenuto: ciò innesta proporzioni nordiche su un timbro assolato, distinto da ogni altro bianco dell’Italia centrale. L’interpretazione che ne deriva, nella fattispecie, declina intensamente una territorialità schietta, peculiare, nobilitata dalla capacità di spiazzanti parabole evolutive.

2006 pare un vin santo fatto da Valentini, con la vena candita unita a birra e pasta madre; l’eco di cognac è amplificato da una botta di sale, la volatile è un artiglio che àncora il sapore.

2007 – naso delicato di legno d’ulivo, patata cruda e tocco fumé. In forma senza vantarsene, sibila note aspre di frutta rossa che richiamano gioventù.

2008 – una tartufaia. Terra e tubero ne ostentano l’appartenenza; in bocca è cremoso e salato, non mostra tutto di sé guadagnandone in fascino.

2009 – tagliente di resina, farina e corbezzolo, ha sorso grasso con epilogo stridulo. L’acetica è qui una zavorra anziché un trampolino, impaccia la dinamica e insiste eccessivamente nella persistenza.

2010 – un mazzo di fiori in un cesto di mandarini. Teso e pimpante, suggerisce latitudini ben più settentrionali; dice molto usando poche parole, che è sempre una gran qualità.

2011 – capolavoro fortuito generato da vendemmia torrida e inverno gelido. Imbottigliato con 4 grammi di zucchero residuo, ha rifermentato spontaneamente in vetro incorporando una carbonica vivacissima. Naso aereo di pera, lievito e gelsomino; bocca leggiadra, improbabile, irresistibile. Abbinamento psichedelico con le lumache fritte.

2012 – fragole, melone invernale e confetto ammiccano a uno Chatauneuf blanc, anche se a sentirli vicini si assomiglierebbero poco. Sodo, evoluto, chiude sferico su ritorni di malto e arancia candita.

2013 – il più algido della carrellata, riservato al limite dell’omertoso: gesso, ovatta, essenze d’erbe aromatiche col contagocce. Perfetto per continuità e pulizia, impeccabile il finale d’incenso e genziana. A dargli un punteggio siederebbe sul podio ma non è la bottiglia che stapperei a un amico.

2014 – storto e agitato, centrifuga scorzone, biscotto, elastico, cetriolo, pietra focaia e caffè. Atterra sulla lingua dal volo pindarico con un paradossale sapore d’uva, ché l’ordine non sarà il suo forte ma quanto a veracità si viaggia in prima classe. Questo con un amico sì.

2015 – illuminato da una luce chiara, s’apprezza più per simpatia che per meriti. Esita nella seconda metà di bocca, ossia il tratto lungo cui nelle annate migliori lascia i segni fumanti dei copertoni sulle papille. Gentile, misurato, un po’ seduto.

2016 – litchi, talco, carta bagnata: quanto basta per far sentenziare a un commensale “‘nzà de gnende”. In realtà è pieno di frecce al suo arco, a partire da una verticalità gustativa mai toccata dai predecessori. Cerebrale e pulsante, in transitoria ricerca di sé.

Il Terra dei Preti, anch’esso trebbiano spoletino, proviene da mezzo ettaro rilevato negli anni ’60 dalla Diocesi di Spoleto: impianti quarantenni su un terreno ben ventilato a 450 metri che ospita argille, sabbie e incursioni pietrose grigio-azzurre.

Il protocollo ricalca quello del Vigna Vecchia con l’eccezione di una macerazione sulle bucce di circa una settimana. Ne scaturisce un liquido arcaico, totalmente votato all’incontro col cibo; la concretezza guadagna distinzione dall’integrità del chicco, senza il velo omologante che spesso adombra gli arancioni di ogni latitudine.

2007 – bourbon, sale e tuorlo d’uovo fanno pensare a un ricostituente, nonostante una certa indolenza di bocca. Materico ma prevedibile, il meno interessante del gruppo.

2008 – pungente di mare e carne secca, ha un che di enigmatico che riporta alla Loira. Grintoso e composto, chiude accalorato su rimandi radicali; bicchiere magnetico, cui si resta misteriosamente avvinti.

2009 – occhi spalancati per un profumo di tartufo bianco così esplicito da sembrare uno scherzo; olive e agrumi a corredo, gran naso. Tocco morbido arricchito da un calore vivido, immaginifico, l’incandescenza d’un tramonto.

2010 – Bello e impassibile. Un soffio di carbonica, cannella e cerino in uscita, deciso in allungo eppure una di quelle robe da starci una settimana senza riuscire a scriverne altro che “boh”. Perchè? Boh.

2011 – Spassoso da annusare, specie dopo quello che l’ha preceduto: mela cotta, cipria, zafferano, caramello salato. In bocca ha modi gradevoli ma velleitari, perdendosi nel finale un po’ incerto.

2012 – un saio francescano: aggraziato ma ruvido, sa di segale, terriccio e coriandolo. Sorso crudo, di bella acidità, coi ritorni di albicocca disidratata a ricordare il contatto con le bucce. Serio, tutta sostanza.

2013 – estroverso e garbato, affila con eleganza mirto, tartufo e noce moscata. Fodera il cavo orale di una freschezza elettrizzante, l’ostinata persistenza ne prolunga il ricordo oltre il frangente del qui e ora.

2014 – un po’ di bestia, finalmente; poi fieno, straccio e aglio pestato a completare un insieme che traslerebbe L’urlo di Munch sulla faccia di molti puristi. In realtà è meno diabolico di quanto s’immagini, benché ne sconsiglierei il servizio in una cena con gente suscettibile. Sciolto e ordinato in bocca, su note vivaci – e pulite – di zenzero.

2015 – ricalca con didascalica coerenza gli esiti del coetaneo Vigna Vecchia, ulteriore tassello nella convinzione che l’annata in Italia sia stata per i bianchi più complicata di quanto si stia rivelando la 2014 sui rossi.

2016 – “Cos’è la verità?”, chiese l’allievo al Maestro Zen. Questi gli immerse di colpo la testa in un secchio pieno d’acqua: “la verità è il respiro che hai cercato mentre eri lì sotto”. Un po’ come provare a descrivere questo vino luminoso, duro e levigato come un sasso; uno dei più energici mai usciti dall’azienda, buonissimo da solo e fenomenale con qualsiasi cibo venga la curiosità d’abbinarlo.

Le Cese nel linguaggio locale sta per “campo di ampia estensione”. Qui indica una vigna di sangiovese di due ettari a 430 metri, su argille sotto la cui superficie cova a sfioro una nutrita presenza di pietre. Le piante sono allevate a cordone speronato e hanno età compresa tra quindici e cinquant’anni. I cloni son tre, distinguibili dal fenotipo: uno dagli acini grandi e grappoli compatti, un altro dai grappoli altrettanto serrati ma più snelli, un terzo con grappoli spargoli e frutti piccoli.

Il mosto fermenta in acciaio con macerazione di una decina di giorni, quindi sosta in vetrocemento per diciotto mesi e in bottiglia per ulteriori sei.

Il Le Cese bilancia in modo originale generosità e rigore, sullo sfondo d’una dolcezza aromatica inusuale per il sangiovese.

2000 – un presepe: carruba, pan di spezie, moka, sanguinaccio, bue, asinello e i Magi in processione, il tutto con estratto secco da Pedro Ximenéx. Cimelio uscito dalla riserva di famiglia, venduto sfuso e scansato in una dozzina di bottiglie con tappo a corona. Parla un dialetto grintosissimo ma per non capirlo bisognerebbe essere sordi.

2006 – floreale, blandamente chiantigiano, elegantemente in souplesse; lindo e croccante al sorso, di leggiadria femminile. Buono è nato e tale è rimasto.

2007 – l’impasto nasale – pepe, cacao, frutta secca – parrebbe eleggerlo a vino da panpepato: in realtà sarebbe il più infelice dei matrimoni vista la perentoria durezza tattile. Cupo e ritmato, evoca un brano dei Depeche Mode persino davanti a un piatto di fagioli con le cotiche.

2008 – Il Bignami del Le Cese: acciuga, carne fresca, anguria, fiori appassiti. La timbrica sapida è sottolineata da un tocco sanguigno perfettamente accordato a un portamento eretto, elegante anche nel flettere. A scegliere tre annate per chi non ne abbia mai assaggiato, questa ci sarebbe.

2009 – nulla da eccepire: definito, confortevole, sa d’uva passa e pane caldo. Emolliente e compassato alla beva, ha il solo neo d’esser privo di ombre. Non il bicchiere dentro cui incastrarsi ma son questioni di lana caprina.

2010 – un’ossidiana. Muto di naso e affilato di bocca, incarna qualcosa di lucido e nero sprigionando un magnetismo da predestinato, il cui unico limite sta nell’esser talmente diverso da sembrare un estraneo. Dire Marsannay potrebbe innescare risate fragorose. Pronti? Marsannay.

2011 – timo, alloro, pomodoro confit: mediterraneità declinata con stile, senza che la maturità sovrapponga sfocature ai dettagli. Prugna e cioccolata nel finale, anticipate da molto succo. Chiama il bis con spensieratezza.

2012 – a non sapere cos’è si citerebbero luoghi più reputati per il sangiovese. Cola, terriccio e visciola abbozzano una finezza da terre fredde sottoscritta dallo sviluppo nervoso, vibrante, instancabile nel rilascio di sapore. La bottiglia che porterei a casa.

2013 – come alzarsi da un kart e salire su una Fiat Multipla: stai molto più comodo ma non vedi l’ora di scendere. Baricentro sul frutto, netto ma grosso, semplificato dall’alto volume di calore; svolge egregiamente il suo dovere sulla cacciagione, dove ciò che si chiede è accogliere e non contrastare.

2014 – salace, selvatico, scuote dall’abbiocco prandiale col brivido dell’irrequietezza: umeboshi, ginepro e corbezzolo preludono a un sorso compresso e poi sparato dalla volatile, quasi fosse caricato su una molla. Fa reazione con la crosta della porchetta, accostato alla quale può dare allucinazioni. Non per tutti.

2015 – questo sostanzia invece il concetto trasversale di Vino-Rosso-Buono, congruo da offrire sia a tuo padre che al più petulante dei capiscioni. Cozze e amarene per gradire, quindi dattero e cassis; gravido di polpa, vien da affondarci i denti con cupidigia. Invita ad alzare il calice per brindare piuttosto che rotearlo per cercare; anche perché quel che serve è già intorno.

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...