Stati d’animo*

di Shameless

Chiudendo all’esterno l’esplosione gioiosa di una Pasqua finalmente primaverile, mi sono avventurata alla scoperta di un mondo vissuto più di un secolo fa. Un mondo interiore confuso, un pensiero magmatico espresso in forme e colori. Camminando con lentezza ho compreso come la presunzione innovativa delle ultime generazioni postguerresche abbia radici molto più profonde e distanti di quanto si creda.

Attraverso una sequela di rappresentazioni pittoriche ho assistito al trionfo della borghesia ed alla sua dissoluzione.

Senza l’ambiente borghese, conformista ed economicamente rassicurante, di fine ottocento non sarebbe stato possibile lo sviluppo storico, filosofico, scientifico, artistico, mentale che si è dilungato fino a lambire le spiagge della nostra contemporaneità. Senza quei panciotti, quelle barbe curate, quelle librerie, quei salotti e camere da letto, dove saremmo oggi?

Ho proseguito fermandomi a guardare, con gli occhi e la mente, l’empatia, l’armonia, l’ossessione, la follia, la sperimentazione verso una ricerca di luce che comincia e dividersi, spezzettarsi, alienarsi.

Quel che era lì dipinto, oppure semplicemente disegnato, mostrava nella sua realizzazione una conoscenza profonda di musica e letteratura, innestando in questa il desiderio di cambiare, di non restare nel luogo artistico da cui si era partiti.

Sale inquietanti con come sottofondo lo strascicamento dei piedi vacanzieri intorno a me. In un ambiente scuro il tema comune era l’oppio, il laudano, il loro consumo e le conseguenze dell’abuso.

Altrove l’esuberanza di fiori e paesaggi solo superficialmente bucolici, mascherava una corrente sotterranea di inquietudine sognante e nostalgica.

Non è che mia sia piaciuto proprio tutto, qualcosa molto, qualcosa così così e qualcosa affatto.
Però quel che non mi è garbato, mi ha comunque affascinato.

Soprattutto un quadro** diviso in due. Nella sezione più grande al centro troneggia una tavola apparecchiata con eleganza, con una tovaglia bianca ed un candeliere d’argento, bottiglie costose, calici ampi, fruttiere, ceramica fine. Si capisce che il pasto è finito, la poltroncina a sinistra e la seggiola a destra sono scostate. Sulla parete a sinistra è accostato uno scrittoio sopra al quale è appoggiata una pistola con accanto alcune lettere. Il pavimento è semplice, composto da tavole di legno grezzo coperte da fiori, tanti fiori. Gli stessi fiori tracciano un percorso che si sposta nella sezione più piccola. Qui c’è meno luce, nella penombra si intravedono il corpo di una donna steso su di un divano e quello di un uomo abbandonato per terra.
Il tutto leggermente macabro e nemmeno tanto accattivante.

A parte la tavola imbandita e le bottiglie, le bottiglie! Ho cercato di capire che cosa fossero, che cosa contenessero. Quattro sul tavolo e due per terra, almeno tre di Champagne, una dalla forma strampalata, probabilmente di un liquore forte, dal colore ambrato, parte del quale è rimasto in un bicchiere. Le altre due direi di vino, ma quale vino?

Cosa si erano bevuti due amanti di fine ottocento prima di togliersi la vita? Cosa era stato detto, deciso, fra loro mentre cospargevano di fiori il pavimento scabro? Tanti fiori inzeppati dentro una valigetta ai piedi del divano. Quella sala da pranzo borghesuccia, con un’orribile tappezzeria che forse nella sua bruttezza li aveva convinti che era meglio farla finita piuttosto che vivere in un ambiente tanto ristretto e anonimo. Oppure erano talmente sbronzi da scivolare nella morte inconsapevolmente, per colpa dei moccoli di candela che si erano mangiati l’ossigeno, soffocati dall’odore dei fiori sfatti, al chiuso di un’unica finestra che lasciava filtrare la luce ma non l’aria.
La didascalia mi ha spiegato che il pittore si era ispirato ad un fatto di cronaca, e che in un secondo momento decise di dividere il quadro in due per non creare turbamento nel pubblico e nella critica. L’opera fu poco apprezzata e la carriera dell’autore continuò in modo dignitoso ma non eclatante.

Conclusa la visita, rientrata a casa, continuo ad arrovellarmi. Di tutta la mostra, veramente bella e intrigante, piena di spunti di riflessione ed esaltazione, mi rimane questo risvolto inquisitivo ed irrisolto “quale vino?”.

Ad ognuno la propria deviazione.

  • Titolo di una Mostra in corso a Ferrara – Palazzo dei Diamanti

** Asfissia! – Angelo Morbelli – 1884

 

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