Il rosato surrealista

di Giampiero Pulcini

“Quel che di vero c’è
è quanto sfugge e passa
allude tace svia commuove.
E tutto questo
senza disporre mai
di prove.”
Franco Marcoaldi

Ha un bellissimo color rosato, La Chrysalide de l’Air di Lestignac.
Ancor più bella è la controetichetta, capolavoro di stringata visionarietà:
“Agricoltura naturale e vendemmia manuale praticate con felicità.
Vino ossidativo elevato sul velo.
2 HL Sauvignon Blanc 11
2 HL Trebbiano 12
2 HL Sauvignon-Cabernet Franc 16
1 HL Semillon 15
50 L Semillon 09
Assemblaggio surrealista e improvvisato, realizzato il 13 giugno 2017.
Nato, affinato e imbottigliato a Lestignac da Camille e Mathias Marquet, con la complicità di Jean Marie de Nardi.”
Leggo, annuso, assaggio.
Rileggo. Riannuso. Riassaggio.
Rido.
Di roba più buona se n’è bevuta diversa, ma non sovviene alcuna bottiglia altrettanto resistente a ogni descrizione conformata.

Rosato ossidato sotto flor con metodo  solera di uve bianche e rosse invecchiate separatamente in botti scolme. Nel Bergerac. Ne avrei perorato la causa anche fosse stato indifendibile, plaudendo la sfrontatezza di saldare tipologie così distanti. Ossidazione “fredda” a metà tra un vecchio Champagne di Collard e un Savagnin giurassiano, sotto cui cova un fondo di caffè alla Valentini; chiude qui le citazioni per aprire tonalità rosse di rabarbaro e ribes, poi verdi di lime e cetriolo gradevolmente stridule.

Rallenta, riparte. Impatto abboccato fulminato dal sale, finale vinoso bagnato di fragole, noci e cognac. Lente rotazioni attorno a un perno flessibile, appesi a testa in giù con la certezza di non cadere. Viso vecchio e occhi di bambino, da sbarazzino a meditativo in mezza girata di calice.

“Assemblage surréaliste”: libere associazioni di vendemmie e vitigni, objets trouvés legati dal più nobile dei difetti elaborati dall’aria ed evocanti l’inconscio del terroir, il suo ologramma, non certo parcelle catastali o impasti geologici.
Liquido che abita uno spazio eccentrico, dove l’abrasione della matrice territoriale è prodotta non da un abbellimento perseguito a tavolino bensì dalla sublimazione della tecnica a consapevole arretramento. L’originalità è in una forma che anziché imbrigliare i confliggenti impulsi sottostanti si modella plasticamente sui loro flussi; persiste un’armonia, un’estetica senza cui il vino uscirebbe sfigurato.

È questo l’inciampo di tante bottiglie freak senza capo né coda che spacciano difetti per coraggio, come chi ricorra al turpiloquio nell’illusione di dar forza a ciò che dice. Una volatile tre volte superiore ai limiti di legge o un brett a fondo scala non bastano a imprimere uno stile: mistificazione incoraggiata da un mercato bulimico che fagocita le poche vere illuminazioni per digerirle come tendenza, lifestylemerchandising. Includere per disinnescare: lo ha capito Fabrizio Niccolainidieci anni fa quando per non farsi divorare ha cannibalizzato se stesso, ritirandosi.

Approcciare La Chrysalide de l’Air coi consueti parametri equivarrebbe a guardare Pollock pensando alla pittura come mezzo unicamente figurativo.

L’artista americano traumatizzò il concetto di quadro col sottrarlo al cavalletto per stenderlo in terra, sancendone la trasformazione da finestra sul mondo a mondo in sé: un gesto di grande potenza simbolica che eclissò ogni significato del dipinto. Nessuna descrizione del reale ma esposizione palpitante della sua vitalità; niente da spiegare, niente da capire. Era l’evento stesso del prodursi a divenire rilevante, col pittore non più di fronte ma dentro l’opera in un rapporto di reciproca osmosi energetica. Resisteva un magnetismo interno a evitare l’implosione, una tensione trattenuta sul limite friabile del collasso.

È ciò che a me pare faccia questo rosato di cui non so nulla: tirar via dal piedistallo ogni approccio codificato nel produrre e valutare vino. Uno sgocciolamento di odore e sapore rappreso in immagini rovesciate dentro cui non è l’albero a definire i frutti ma il contrario, quasi sia l’effetto a svelare la causa.

Che si tratti di un vino-impostore, vanificando in radice ogni tentativo di inquadramento? E se evidenziasse in modo plateale ciò che in realtà il vino fa sempre? Emancipazione dall’origine che non è strappo ma alchemico attraversamento: perdita e trasformazione, inafferrabile divenire.

Bevendolo mi son sentito sollevato dal dover esperire: andare a Sigoulès da Mathias e Camille Marquet, camminare con loro in vigna, toccare i muri della cantina, domandare tutto. Non ho fatto nulla e vorrei non accadesse mai. Vorrei cioè, per una volta, sottrarmi a connessioni razionali diradanti una suggestione. Mantenere una distanza per schivare la retorica del terroir a tutti i costi, lo schematismo, il nozionismo da pavoni. Ho bisogno di stare col vino senza pensare da dove venga, quando un vino è così: non c’è pietra o argilla, non c’è vitigno, non c’è annata calda o fredda. Solo un liquido libero e un me liberato. Qui, ora. E basta.

Elevare un episodio a sistema significherebbe avallare la furba idealizzazione di qualsiasi devianza. L’infusione di una credibile provenienza nel profilo organolettico resta basilare nella magia del vino; per rispettarne il mistero, tuttavia, bisogna intendere il luogo come tendenza e non come uno stampino. Rifiuto ogni pretesa di manifestazione territoriale definita a priori, sterilizzata della presenza di un’umanità decisiva: vedremmo la stessa luce della Romangia senza la deflagrazione sciamanica operata da Alessandro Dettori? Rimarrebbe magnetica la spigolosità dell’Arcagna sottratta la dolcezza di Antonio Perrino? La Civettaja a Pratovecchio darebbe vini così seducenti anche se privati dell’intelligenza di Federico Staderini e Vincenzo Tommasi? No. Sarebbero posti vocati ma inerti, di cui non importerebbe nulla a nessuno.

Ho amato questo rosato ossidato del Bergerac che, se non avesse etichetta, potrebbe pensarsi fatto nel Jura, in Loira o sulla Luna. Con lui ammetto a me stesso di non cercare nel vino la territorialità; mi basta sia utile e buono, nient’altro.
Un vino è buono quando la bottiglia finisce, con la sensazione istintiva d’assumere qualcosa di genuino.

Un vino è utile quando smette d’essere oggetto da contemplare per farsi lente tramite cui guardare al mondo in modo dilatato e giocoso, solo in minima parte grazie all’effetto dell’alcol. Mi tengo stretto La Chrysalide de l’Air perchè condensa l’immaginazione vaporosa dell’infanzia ammorbidendo la solida disillusione dell’età adulta: poche surreali bottiglie mai più replicabili, metafore formidabili del tempo come sciame di frangenti che fuggono anziché cornice stabile di memorie e progetti.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...