Aspettando Truchot

di Giampiero Pulcini

“Chissà che fine avrà fatto…”

Giancarlo sorride fissando il trebbiano spoletino nel bicchiere; intorno la campagna umbra, la sua quintessenziale armonia.

La brezza serale solleva pensieri diretti a un nord paragonabile per veracità al posto in cui siamo. Una certa Borgogna ormai non c’è più ma l’eco del suo ricordo alimenta aneddoti liberi dal nozionismo, capaci di scuotere un amore a lungo sopito. La nostalgia che d’un tratto ho provato non è stata per vini sublimi ma per me lì. Lì con gli amici a stupirsi di tutto e in questo tutto, su tutto, di noi lì. Lì dove ogni cosa appariva possibile e a conti fatti lo è stata, persino incontrare nel giorno del suo compleanno Jacky Truchot, vigneron à l’ancienne in Morey St. Denis.

Mi aveva convinto proprio Giancarlo ad andarci, bastò un goccio di Clos de la Roche 2004 servito dopo bottiglie stellari in una cena di undici anni fa.

“Truchot chi?”

“Assaggia…”

Il rubino più scarico e il naso più ruvido della serata, sorprendentemente privo di note vegetali legate all’annata; in bocca l’unico a cui sentii di poter dare del tu. Qualcuno lo apostrofò ‘rosatino’ non senza ragione, tuttavia tra mille profumi fu quell’idea di selva gentile a restare impressa.

Morey St. Denis, 12 giugno 2007

Cielo grigio, parecchio vento, un fresco sotterraneo anche in Place de l’Eglise. Dopo la foto in posa plastica davanti al muro del Clos de Tart e l’incontro coi vini acqua e sapone di Stéphane Magnien, ci affacciamo da Jacky per vedere se esiste e – in caso affermativo – se è disposto ad accoglierci.

L’entrata della cantina assomiglia a una botola; lo troviamo seduto all’imbottigliatrice manuale, indossa un vecchio grembiule in pelle e neanche ci guarda, ha da fare. “Tornate prima di cena, nel pomeriggio devo trattare”. Accanto a lui l’aiutante nordafricano ride sotto i baffi, il sottotitolo è “cavoli vostri” ma lo capiremo alla fine.

Vago nell’abitato collezionando un panino immangiabile, una visita preconfezionata ai Lambrays e una telefonata da casa con cui vengo scaricato dalla ragazza di sempre. Nel frattempo, in compenso, il tempo è peggiorato.

Un quarto alle otto: vinto da mezz’ora immota di posta al 43 della Grande Rue, sto per battere in ritirata quando la stasi hopperiana è rotta da un rombo, un fischio e un ‘klank’ provenienti rispettivamente da un furgone bianco, da Truchot alla guida e dal semiasse anteriore divelto dal parcheggio sul marciapiede effettuato a 50 km/h. “Pensavo di far prima. Entrate.”

Siamo in tre: io, il mio amico Giuseppe e lui. Una rampa in discesa anticipa un antro spettrale, monocromo sui toni bruni delle botti e dei muri. A trafiggere il buio non lampadine ronzanti ma una tovaglia di plastica adattata a una barrique verticale che funge da tavolo: riproduce frutti fluorescenti tipo diario preadolescenziale, vi poggiano bicchieri da brandy rabboccati rasi a ogni giro.

“La mia ultima vinificazione è stata nel 2005, una bella annata; ora basta, curo un po’ di vigna ma sono in pensione. Oggi compio 68 anni, ho iniziato nel ’53 che ne avevo 14, ho sempre fatto questo lavoro meno che tra il ’59 e il ’61: tre anni di guerra in Algeria, mi hanno rimpatriato per una brutta ferita”.

I vini che prediligo sono quelli che assomigliano a chi li fa, è la declinazione più profonda di un’origine. I Borgogna di Truchot ritraggono le sue mani: callose, segnate dal lavoro, innervate di grazia al di là dell’apparenza. Strumenti di una vita spesa plasmando la fatica in dignità.

Si susseguono Bourgogne, Charmes-Chambertin e Clos de la Roche. Di crachoir neanche l’ombra né è consentito sputare nei tombini, Jacky beve per dissetarsi recidendo alla radice ogni velleità informativa. La concretezza dei liquidi, del resto, non pare derivata da protocolli cervellotici.

“Con sette ettari producevo 30.000 bottiglie. Avevo buone vigne, la più vecchia era del 1920 ma ho sempre tolto i raspi prima della fermentazione perché non danno niente di migliorativo. Di legno nuovo ne ho usato il meno possibile, non mi piace sentirlo coprire il gusto dell’uva”.

I 2005 proiettano un’aura d’antan sul frutto maturo velato di terra, smalto e goudron; i tannini evocano un piatto di boeuf à la bourguignonne invece di ardite metafore tessili, l’acidità tende una coesione priva di smagliature. Vini rurali che svelano un lato poco à la page di Cote de Nuits, di singolare presa emotiva.

“Tra le mie etichette prediligo il Clos Sorbés, un premier cru di Morey. Ne porto adesso una bottiglia a cena dall’amico produttore Guy Castagnier: pure lui è nato il 12 giugno, nei millesimi pari si festeggia qui e in quelli dispari là”. Di colpo si blocca, sparisce e riappare con in mano qualcosa che sembra un pupazzo: sotto l’arruffata coltre di muffa fa capolino una bottiglia senza etichetta siglata CS97, Clos Sorbés 1997. Lo stappo fa detonare una riduzione animalesca che manderebbe in tilt una muta di segugi. Avanzo petto in fuori verso l’obice e con mandibola littoria ingollo d’un fiato la pozione; immortalo la prodezza annotando cose sul taccuino, l’unica leggibile sarà ‘cinghiale sottaceto’ riferita un po’ anche a me stesso.

Asciughiamo il cimelio in dieci minuti non solo per onorare il gesto ospitale, nonostante tutto il sorso è integro e fascinoso. Chiediamo al padrone di casa qualcosa da comprare. “Tutto venduto, ci vorrebbe il permesso di mia moglie ma…”. Caracolla risoluto verso il magazzino, ne esce con due bottiglie di Bourgogne in regalo per noi. “Altro non posso”. Altro non posso, io, che abbracciarlo.

Esco, nuvole sparite, una fessura di giorno; l’espressione da sopravvissuto a un’esplosione atomica cela scampoli di felicità. Approfitto del pollice opponibile per un SMS a Giancarlo: “Me so’ ‘mbriacato co’ Truchot, te vojo bene”. Zigzagando sul rettilineo deserto che porta alla macchina, rido al miracolo del vino di saper rendere la vita più densa e più leggera.

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