I vini artigianali e l’arte: rivelazioni, dissonanze, cortocircuiti

Ennio Morlotti, Paesaggio ligure con cactus, 1966

Fra poche settimane, indicativamente l’8 ottobre, sarà in vendita un nuovo libro del trio Castagno/Gravina/Rizzari, per i (bei) tipi di Paolo Buongiorno. Il titolo è Vini artigianali italiani: i tre autori ne hanno compilato un piccolo repertorio che rende conto delle novità più interessanti scovate nell’anno in corso.

Il volume ha tuttavia caratteri di novità assoluta. Accanto a ciascuno dei circa 120 racconti legati ad altrettanti vini, indagati sotto diverse angolazioni e chiavi di lettura, viene riprodotta un’opera d’arte, o un particolare di essa, questa invece senza commento critico.

Nelle intenzioni degli autori, che rispettivamente sono anche uno storico dell’arte (Castagno), un docente universitario di estetica (Gravina) e un semi-musicologo (Rizzari), l’opera costituisce un ambiente di lettura dei testi, cui è legata per analogie semantiche, cromatiche, materiche, compositive, metaforiche, storiche o concettuali: in una parola, sinestetiche.

È la prima volta che nel panorama editoriale i due ambiti, quello dell’espressione artistica e quello del vino, vengono accostati in modo così diretto, nella speranza di provocare “un cortocircuito differente, una reazione emotiva diversa per ogni lettore e per ciascuna pagina del libro”.

Qui negli Alterati anticipiamo l’introduzione del volume. Per circa tre minuti (uno per autore) abbiamo riflettuto se pubblicarne alcuni estratti o la versione integrale, che è ampia più o meno come il Pentateuco del Vecchio Testamento. Nonostante l’affetto che nutriamo verso i nostri lettori, potenziali e storici, ha prevalso la decisione coraggiosa e vagamente punitiva di proporla senza tagli. Calma e gesso, quindi, e buona lettura.

In questo libro parliamo di vino. Di vini artigianali italiani, per la precisione: del che il lettore avveduto non si stupirà poi troppo, vista la scelta di intitolarlo, con un imprevedibile coup de théâtre, “Vini artigianali italiani”. A breve chiariremo cosa intendiamo per “artigianali”, considerando abbastanza intuitive le definizioni di “vino” e di “italiano”.

In questo libro parliamo di arte; per ciascuna pagina dedicata al racconto di un vino dei 118 che alla fine abbiamo selezionato, ce n’è una intera, senza margini, che ospita l’immagine di un’opera o un suo particolare significativo. Si troverà di tutto: la copertina di un incunabolo del XIV secolo e dipinti del 2018, icone del pantheon culturale e nomi di artisti dimenticati come Deiva De Angelis, Michele Dixit, Gianni Monnet o Arnaldo Badodi, riesumati dall’oblio cui li ha condannati il tritacarne del mercato, delle gallerie, del passaparola e delle mostre (femminile plurale di mostro). Vi sono installazioni ambientali e piccoli oli su tela, fotografie e acquerelli, arte oggettiva e arte astratta. Immagini pórte con il massimo garbo possibile, cioè senza interpretazioni personali (di per sé reazionarie e autoritarie, per citare anche Susan Sontag).

Antonello Viola, Deep Madder 1, 2004-2006

Abbiamo fatto attenzione, di volta in volta, alla concretezza della materia, alla sua trama, al percorso del pennello, al colore denso e carnoso. Ciò che lega tra loro le opere che abbiamo scelto è quindi soltanto il poter fare da scenario, da ambiente d’immersione prima, durante e dopo la lettura del testo che hanno di fianco. Del resto, “l’opera d’arte è sempre il luogo di uno sprofondamento”, come ammoniva – o meglio, raccomandava – Achille Bonito Oliva in “Manuale di Volo”. Restano da chiarire le modalità di questo sprofondamento; e inizieremo col dire che è uno sprofondamento opzionale, volontaristico.

La presenza dell’immagine artistica fornisce, a chi lo desideri, un ulteriore livello di lettura, non necessario, ma che può regalare uno spunto di riflessione in più. Riguardo ai testi, il loro scopo non è invece quello di accompagnare l’assaggio del vino, quanto di stimolarne la ricerca, nel caso in cui la relativa scheda incuriosisca. Immaginiamo poi un assaggio del vino più intimo e attento, senza libri sulle gambe insomma. Rammentiamo una frase di Claudio Verna, pittore dell’informale geometrico: “mi piacerebbe che davanti ai miei quadri ci fosse sempre una sedia”. Amiamo pensare che anche davanti a ciascun vino di autentica personalità ci debba essere, metaforicamente, una sedia, che induca e quasi forzi ad un ascolto attento, né veloce né superficiale. In entrambi i casi, e con le debite proporzioni, la sedia può finire per essere il luogo di una rivelazione.

Giuseppe Modica, L’albero nella cava, 2001

Artigianale, si diceva. È la parola-grimaldello del libro, nel suo significato più pieno. Scrive Giampaolo a pagina 15: “nel vino, la concretezza di un approccio artigianale fondato sull’osservazione, che rinuncia ai protocolli e reinventa a ogni stagione le sue strategie di lavoro in vigna e in cantina, può approdare a un oggettivo incremento della biodiversità e della qualità”. E chiosa Fabio nella scheda di pagina 29: “il vino vero contiene qualcosa che resiste all’interpretazione, e che lo rende inesauribile. Il motivo per cui piacciono vini ‘nudi’, non vincolati alla stazza dichiarata prima del varo, ci pare da ricondurre all’enigma che tutti i veri vini artigianali propongono: dietro l’apparente semplicità, si avverte che sono portatori di un’idea complessa, profonda, irriducibile alla logica della replicazione industriale. Ciascuno a suo modo, ciascuno con la sua cifra peculiare”.

Lontani come siamo da una concezione protocollare per la quale, ad esempio, si è artigianali sotto le 100.000 bottiglie – qualunque sia l’approccio – non possiamo che considerare i parametri dell’artigianale a seconda della visione del mestiere di fare vino. Cercando di centrare su questo aspetto una sintonia fine, troviamo che il criterio che abbiamo individuato riguardi la scelta convinta – e la coerente adozione nel fare quotidiano – di alcuni valori fondanti. Quali? Presto detto: l’amore per la manualità e per l’irregolarità che ne deriva (ma ne deriva anche l’imprevedibilità, che è un valore universale); la mancanza di automatismi e ricette d’intervento preconfezionate; il gusto della meraviglia e del particolare; la coltivazione del dubbio; la basilare limitazione alle ambizioni di arricchimento materiale. E ancora, il rifiuto della serialità, l’accoglimento del rischio, il fattivo rispetto per il mondo naturale e la felice mimetizzazione in esso; in definitiva, la negazione del narcisismo a oltranza e una sottile, ma meditata preferenza per il ruolo di osservatore partecipe rispetto a quello di demiurgo, di deus ex machina, di onnipotente creatore e burattinaio delle cose.

Ecco: per noi chi sceglie la vita da vignaiolo secondo queste linee-guida è un artigiano del vino; e forse lo ammiriamo perché non saremmo in grado di tirar fuori tutto il coraggio che invece ci vuole. Appare così chiaro, crediamo, come i piccoli numeri della produzione non siano la pre-condizione, ma la conseguenza di tali scelte: non si può agire così, mantenendosi sinceri, su scala industriale.

Nel mondo del vino, la decisa tensione verso l’artigianalità è forse l’avvenimento più interessante degli ultimi tempi, e ha coinvolto masse di sorprendente entità numerica; lo si vede nelle fiere dedicate, lo si legge sui social media, lo si capta nei locali pubblici. La stessa cosa sta accadendo nel settore agroalimentare, con incidenza e andamento al rialzo stupefacenti nel calderone dei prodotti con certificazioni biologiche o biodinamiche; che danno cioè un’idea di artigianalità, di anti-serialità. Come spesso avvenuto in passato, nella sua inestinguibile attività di avanscoperta l’arte aveva tracciato la strada, alzando trent’anni prima il sipario sul futuro. Il ritorno dell’arte stessa ai valori di artigianato e manualità ha impresso alla cultura tutta una svolta da cui non si è più tornati indietro – pensiamo agli esiti e alle conseguenze dell’informale, dell’arte povera, della transavanguardia, della performance, dell’uso di materiali dismessi o deperibili.

Renato Birolli, I poeti, 1935

Tutto questo – ha opinato Armando in una conferenza alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma nel 2017 – ha causato il ‘bacio’ dell’arte alle culture materiali. Al punto che può dirsi che il vino non abbia alcun bisogno di bussare alle porte dell’arte per venirne accolto, in quanto le porte dell’arte sono state smontate da diversi decenni, infissi compresi. L’arte si è accostata senza farsene soggiogare alle macchine tecnologiche, all’elettronica, alla fisica, alla televisione, al teatro e ad altri mondi un tempo chiusi in un compartimento, rispetto a lei, stagno; credo sia stata questa formidabile e continua tensione verso l’esterno a evitarne l’ossificazione che in diversi le avevano vaticinato come solo questione di tempo”.

Concediamoci a questo punto una citazione, che chiama in causa un autore tra i nostri preferiti, Francesco Biamonti: «il rapporto tra le arti deve essere casto» (Scritti e Parlati, Einaudi, 2008). Come non essere d’accordo? Noi, più che indagare il cortocircuito percettivo diretto tra il vino e l’arte, come se fossero i due estremi di una pila chiusa, abbiamo di conseguenza provato a scandagliare il rapporto – ed eventualmente il passaggio di corrente – che lega noi alle due cose, lungo due cavi separati. La pagina di destra di questo volume dovrebbe incidere su noi che la leggiamo col suo linguaggio alfabetico e concettuale, così come speriamo faccia la pagina di sinistra utilizzando il suo proprio linguaggio per immagini: il laboratorio dove il composto avrà agio di esplodere è la mente di chi accetta lo “sprofondamento” di cui sopra; è nella mente che si materializza – nel caso – il prodigioso, casto unisono tra le due voci, il racconto del vino e l’espressione artistica. Le quali, a ben guardare, vanno oggi considerate meno dissonanti di quanto apparisse anche solo sessant’anni fa.

La ricerca scientifica ha infatti prodotto negli ultimi anni una serie di evidenze che contribuiscono a smontare il vecchio pregiudizio per cui il gusto sarebbe un senso “minore”. Si tratta di un pregiudizio alimentato per secoli dalle culture filosofico-scientifiche dominanti, che hanno avvalorato una gerarchia dei sensi centrata sul primato cognitivo della vista. Ma è un primato datato, già da tempo avvolto da una formula dubitativa, al cui aggiornamento concorrono le recenti ricerche sul funzionamento sensoriale e percettivo del gusto stesso, sulle aree cerebrali e sui sistemi neurochimici che integrano i differenti segnali attraverso cui il cervello elabora le sue informazioni. In particolare, le possibilità aperte dalle tecniche di brain-imaging e neuro-imaging di guardare nel cervello per osservarne l’attività, non solo quando siamo impegnati nell’ascoltare musica o nell’osservare immagini, ma anche mentre annusiamo e gustiamo un cibo e un vino, ci hanno fatto risalire alla sensazione del sapore di ciò che mangiamo o beviamo, restituendoci una mappa dei distretti cerebrali attivi quando i recettori gusto-olfattivi sono al lavoro.

Si va così riconfigurando un’appassionante fisiologia del “cervello che gusta” (ne ha parlato Rosaria Cavalieri in un libro dal titolo Gusto. L’intelligenza del palato, Laterza, 2011), in cui gli aspetti più tecnici e specialistici – l’interazione del gusto con il sistema trigeminale, il ruolo cruciale dei cosiddetti “neuroni specchio”, le rivoluzionarie ricerche sulla sensorialità fetale – sono funzionali al rilancio di una considerazione del gustare come un processo di conoscenza. Attenzione, però: non si tratta soltanto di restituire valenza cognitiva al più carnale e viscerale dei sensi, bensì anche di riconoscere nel gusto un atto intimamente diversificato e genuinamente creativo. Se infatti la neurobiologia applicata all’enogastronomia fa luce su un livello di elaborazione complesso, che ridefinisce, secondo la definizione di Gordon Murray Sheperd, “l’eccezionale sistema cerebrale umano del sapore” (All’origine del gusto, Codice Edizioni, 2014) c’è anche un’altra dimensione della ricerca che ci chiama in causa e ci sollecita: la scienza multisensoriale.

Ettore Colla, Studio preparatorio per Da R.I.T.R.A., 1950

È in questo contesto sperimentale che si va consolidando la convinzione che il piacere legato al gusto non sia connesso in modo esclusivo al sapore, ma dipenda invece da una molteplicità di fattori che coinvolgono tutti i nostri sensi, simultaneamente. Di questo aspetto ha persuasivamente riferito Fabio Pracchia nel suo recente I sapori del vino. Percorsi di degustazione per palati indipendenti (Slow Food Editore, 2017), pubblicando anche il testo di una preziosa intervista a Charles Spence, direttore del Laboratorio di Ricerca Intermodale presso il Dipartimento di Psicologia Sperimentale dell’Università di Oxford.

In uno scenario di consapevolezze così trasformate, non sarà dunque il caso di ripensare alle radici anche il lavoro della critica enoica? Noi tre ci stiamo provando già da qualche tempo, interrogandoci sullo statuto della degustazione, convinti come siamo che, per insistere sulla vocazione linguistica dell’atto del gustare, il compito di raccontare e interpretare un vino non possa più venire affidato a riformulazioni delle impressioni gustative, a ingenue descrizioni della vitalità sensoriale, con esiti talvolta comici. Né tanto meno consegnato a derive gergali che dietro la narcisistica disposizione a sfoggiare competenza tecnica nascondono spesso puerili quando non rozzi pruriti classificatori; e tradiscono un’ambizione di esattezza che si risolve il più delle volte in velleità.

Al contrario, c’è gran bisogno di un nuovo repertorio di parole, capaci per quanto possibile di mettere in fuorigioco quel gusto seduttivo ma addomesticato, spettacolarizzato ma impoverito, che contagia anche il vino. Parole vibranti e sorprendenti, come i vini artigianali che amiamo degustare. Di più: ci andiamo altresì persuadendo che le parole da sole potrebbero non bastare. O meglio, che il potenziale di suggestione dei vini più emozionanti possa essere proficuamente scandagliato lasciando aperte finestre di dialogo con un frastagliato repertorio di immagini, nel tentativo di accostare il piacere del vino a un diverso tipo di multisensorialità, di matrice non solo psicologica. Proviamo così a fare nostre alcune delle più feconde sollecitazioni elaborate in ambito scientifico per rilanciarle in un orizzonte artistico il più possibile sfrangiato e giocoso, dove l’abbinamento tra vino e pittura che questo libro si propone di esplorare suggerisce interpretazioni aperte al gusto per la dissonanza e alla disposizione al cortocircuito, senza nemmeno sognarsi di azzardare inferenze sistematiche, o di elaborarne una sintesi teorico-critica.

Siamo, a conti fatti, divertiti complici della sdrammatizzazione di tutto quanto venga rivestito da una patina di seriosità di spessore eccessivo, dalla poesia al cinema, dall’accademia all’arte, dalla musica alla letteratura. E il vino, come accennato, non fa eccezione, se visto attraverso questo micidiale specchio deformante che è la retorica. Ma la propensione genetica che confessiamo verso la goliardia non ci ha impedito in questi anni di prendere il vino molto, molto sul serio, e di considerarlo addirittura come potenziale baricentro di un suo piccolo sistema culturale. Da qui l’idea di questo strano libro, tirato in un’unica e sola edizione da 2.500 copie e animato più dalla curiosità intellettuale che non da effettive competenze disciplinari. Forse perché ogni tanto pensiamo a Dorothy Parker quando diceva “la curiosità è la cura per la noia. Non ci sono invece cure per la curiosità”.
Buona lettura.

Armando, Fabio e Giampaolo

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...