Delocazioni

di Giampiero Pulcini

Unopera può far vivere un luogo se è in grado di farlo parlare. Passi accanto a cento persone e ti sono tutte indifferenti, poi ce n’è una dentro la quale ci sei tu. Lo stesso vale per i luoghi. Un luogo pulsa se c’è energia; e se vuoi lavorarci quellenergia devi farla amica, non contrastarla. Desidero collocare le mie opere nel corpo vivo dello spazio, creare ambienti evocativi che rendano sensibile linvisibile.
Claudio Parmiggiani

Traggo la bottiglia dalla nicchia appartata, attratto dal fatto che sia messa lì. Un angolo dove non cerco mai, troppo scomodo in un bugigattolo riempito di cartoni senz’altra logica che quella del centra.

Una linea netta divide il collo impolverato dalla pancia lucida; ne accarezzo il vetro come una lampada magica da cui vorrei sortisse non del vino buono ma un altro me, quello che la comprò undici anni prima in un rapido passaggio a Châteauneuf.

Ricordo lo stupore per la vigna che anticipò la sobria cantina: alberelli centenari col tronco da ulivi, piazzati su fitti ciottoli imbiancati di luce. Ancor maggiore fu la sorpresa per la grazia dei frutti; venivamo dai Syrah accigliati intorno Tain-l’Hermitage e benedetti parvero quei liquidi aperti, meno arcigni grazie al senso di Sud riflettente il paesaggio.

Porterò a cena questo rosso che tanto mi piacque, non lo bevo da allora. La curiosità è tale da sovrastare la consapevolezza che chi sarà con me preferirebbe alternative più spigolose. Sfilare via il tappo avrà un che di catartico, qualcosa da fare in compagnia di persone speciali.

Il sughero è elastico, profumato di fiori. Rubino squillante, di quelli che rubano l’occhio. Odora da mezzo metro di Mon Chéri, funghi e cavallo, il tempo è servito non a cambiare spartito ma ad alzare il volume. Sorso ricco, di loquacità non pleonastica.

Accanto due Chianti di alto lignaggio, maturi, da ottima annata. Di uno potrei declamare lacidità viva che fende il frutto scuro spolverato di spezie, dell’altro magnificare il timbro combusto, lespressione marziale, la sbalorditiva integrità. Mica male, potremmo addirittura crederci; qualcosa non torna però, uno scarto tra l’urgenza di volerci bene dissimulata dai modi cialtroni e l’eloquio forbito di vini impeccabili. Chiedono uno spazio mentale che non siamo disposti a concedere, abbiamo voluto incontrarci solo per noi.

Da sotto la sedia sbuca una bottiglia senza etichetta, il contenuto è pressoché nero. Ha complessità pari a un terzo dei precedenti ma è gustoso, la carbonica involontaria soccorre l’asprezza nel sollevare un estratto da piatti invernali. Sta bene su qualsiasi cosa atterri sopra i vassoi, dal paté di fegato alle patate fritte contro ogni regola civilizzata di abbinamento. Nato esclusivamente per stare in tavola, forse è questo il motivo; un’asciutta misura che calza come un guanto sul senso del vino in un momento così.

Finisce in venti minuti mentre gli altri contenitori son pieni a metà: del resto per far suonare un juke-box conta che il gettone risulti calibrato alle dimensioni della fessura, non che sia d’oro o di ferro.

Dicono Terrano prodotto e venduto sfuso da un macellaio carsolino, vendemmia 2013 con indizi di Merlot a complemento; manca il tocco spettrale che rende magnetici alcuni esemplari della tipologia, ne guadagna in trasversalità e spensieratezza. Avvicina senza frapporsi, alimenta un calore che resta nostro.

Getto uno sguardo spaesato sullo Châteauneuf. Cos’avanza di ciò che per tanto tempo ho pensato che fosse?

Balzano in mente le Delocazioni di Claudio Parmiggiani, l’artista emiliano che poeticamente ha scandagliato i temi del residuo e della mancanza.

Il 14 Novembre 1970 nella Galleria Civica di Modena, liberando alcune stanze abbandonate per far spazio alle proprie opere, Parmiggiani è colpito dalle impronte lasciate sui muri dagli oggetti rimossi. Contorni tratteggiati dalla polvere; orme di casse, scale e sgabelli elevate a casuali icone di assenza.

Decide di convertire la scoperta in una tecnica: poggia alle pareti calchi e tele provvisori, quindi utilizza fuoco e fumo per imitare il lavoro degli anni, accelerandolo. In diverse città d’Europa la fuliggine immortala ripetutamente non cose attraversate dal tempo ma il passaggio del tempo in sé, il negativo fotografico di una silenziosa eloquenza.

La memoria non è immagine cristallizzata del passato ma pensiero rimodellato nel presente, reinterpretazione costante filtrata dal vissuto; sfuggente come l’ombra, carne incorporea appesa al tempo da cui sanguina la luce.

Se la realtà di unopera comincia al di là di ciò che di essa è visibile, sopprimendo la sua fisicità si apre il varco a una rivelazione che consenta di guardare il mondo a occhi chiusi. Di ogni passaggio, alla fine, non resta che il mobile enigma d’una traccia.

Vedo la mia cantina come una delocazione disegnata dalla cenere di emozioni bruciate.
Sagome di vini meno belli rispetto a quanto ricordassi; oppure all’altezza dell’entusiasmo che ne aveva motivato l’acquisto; o in attesa d’esser bevuti, a rammentare momenti che non ho ancora vissuto.

Bottiglie capaci di trascinarsi dietro quel che c’è stato accanto, giustificando così una malinconia, un’euforia, un segreto, una trepidazione, un affetto. Ciascuna con la sua orma dentro alla mia.
Orma vuol dire passo. E passo, cammino.

 

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One Comment to “Delocazioni”

  1. E io che pensavo fosse solo una cantina piena di bottiglie…
    Dopo questa lettura non potrò più guardarle nello stesso modo.
    Gran scritto.
    Grazie

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