Il vino disegnato

di Giampiero Pulcini

A meno che non si venga pagati per farlo, valutare un vino dovrebbe servire essenzialmente a se stessi: scandagliare lo spazio nebuloso in cui gusto e desiderio s’intrecciano è esercizio impegnativo ma rigenerante, l’attraversamento dell’anticamera da cui accedere a un vuoto che va custodito.

I saloni interconnessi delle vanità paiono invece animati da una coazione nevrotica al riempimento. Fotografie rese perentorie dall’assenza di racconto scorrono accomunate da una stringatezza che non è sintesi ma acefala esibizione.

Viviamo un rapporto ambiguo col linguaggio, sempre più mezzo di indicazione piuttosto che di espressione. Neologismi, ibridazioni tra idiomi e tecnicismi sdoganati dalla tecnica ampliano la tavolozza senza che a ciò corrisponda un’accresciuta capacità di finalizzarla. Ne scaturisce un loop di parole mute che nulla dicono al di là della tautologica coincidenza con l’oggetto additato.

Se la terminologia sommelieristica fa tenerezza per anacronismo, gli avventurieri della sinestesia rischiano un decentramento opposto altrettanto ampio. L’autocritica è duplice, avendo attinto in circostanze diverse da entrambi i registri; resto convinto che un Chianti nevrile e umorale sia meno noioso di uno fruttato e abbastanza acido, il nodo è superare un approccio meramente descrittivo.

Acquisito un prontuario di base per soppesare il vino, sarebbe sano liberarsene lasciando il compito a chi ne ha fatto una professione: bravi degustatori che svolgono un’attività bella ma faticosa. Ho conosciuto il fardello di una bocca anestetizzata, di una testa scarica, di frasi che non escono; per evitare che l’insofferenza diventasse cronica mi è stato necessario ripartire da un approccio più eccentrico.

L’odierna velocità nella circolazione di persone e informazioni ha spinto l’emersione di nuovi interpreti da luoghi sconosciuti, spesso forti di una vocazione inesplorata. L’assenza di aspettative e disciplinari ha incoraggiato tali soggetti a sperimentare con audacia, creando occasioni di senso non progettate ma stimolanti.

Parallelamente gli sfasamenti climatici in molte zone classiche hanno inciso sull’espressività di queste ultime. Gli sforzi per vendemmiare uve sane e mantenere i vini all’interno di una tipicità normativa sono frustrati da emergenze inedite, che suggeriscono un’attualizzazione meno formalistica di DOC e DOCG in ordine ai dati analitici. La sempre maggior diffusione di cuvée estemporanee, imposte dalla bizzarria di singole annate e declassate a Vino generico, è indizio di uno strisciante scollamento tra regole e realtà.

Tale convergenza di impulsi originali chiama un giro di prospettiva: chiedersi cioè di fronte a un vino non com’è ma cosa fa, questione che supera i concetti di territorialità e adeguatezza allungandosi oltre la dicotomia ‘piace/non piace’.

Nutro la dovuta ammirazione per le bottiglie di luoghi e produttori celebri che ho avuto la fortuna di bere, tuttavia è un sentimento statico che non supera la soglia della contemplazione. Metterle nero su bianco è stato relativamente facile: frotte di descrittori nitidissimi, dinamiche di bocca straordinarie, persistenze martellanti. Un destino di grandezza traducibile con metafore ardite e superlativi assoluti.

Meno agevole elaborare in forma scritta gli incontri con vini stranianti, accesi da vibrazioni invisibili come forze di un campo magnetico; resi sbilenchi da una grandinata assassina o troppo calore, da un imprevisto in cantina o in famiglia, da un guizzo fuori tempo, una zoppìa. Al di sotto dei requisiti e al di sopra delle premesse, riscattati da cure amorevoli. Non sempre son strambi, talora hanno il pregio di una grazia scheggiata ma salva.

La difficoltà di vestirli con parole adatte mi ha spinto a disegnarne qualcuno; tentativo esitante sul crinale tra allucinazione e ovvietà, paradossalmente aiutato dalla natura non raffigurabile delle sensazioni.

Il Podere Orto di Simona De Vecchis e Giuliano Salesi sta a Trevinano, borgo di neanche cent’anime all’incrocio tra le province di Terni, Siena e Viterbo. Affacciata sulla riserva naturale del Monte Rufeno, un ettaro di vigna in biodinamica offre un panorama di vastità inusitata dall’alto dei seicento metri d’altezza; marne miste ad arenarie ricche di quarzo, ove varietà bianche e rosse – esposte rispettivamente a nord e sudovest – fruttano su alberelli retti da pali di acacia e castagno. Le avversità climatiche nel 2017 hanno martoriato la raccolta al punto da suggerire l’uscita di un unico prodotto, melting pot di procanico, moscato, grechetto, malvasia, verdello, sangiovese, ciliegiolo e grechetto rosso. Fermentazioni separate, affinamento in acciaio e vetroresina, assemblaggio tre mesi prima del trasferimento in vetro.

In etichetta una bimba tra i filari gioca a nascondino con l’anagramma del suo nome: Amai, passato remoto del verbo più bello qui coniugato al presente in un vino acuto e radioso, rilucente di onestà. Il suo chiarore silvano non è tannino o sapidità; esso è goccia color lampone allungata come il viso di una modella di Modigliani, attraversata da un baluginìo azzurro contornato di fremiti argentei. L’esecuzione che ne ho fatta è inguardabile ma l’immagine in testa è bellissima.

Il ghirigoro chartreuse, tra il giallo e il verde, è una spirale ellittica che accentua il moto centrifugo facendosi stelo di margherita sul punto di sbocciare. La Malvasia dello Scarparo 2018 di Collecapretta esce di mano così, al terzo bicchiere. Nasce sui Colli Martani in frazione Terzo La Pieve, al cuore di un’Umbria intatta nel paesaggio agricolo; un quarto di ettaro argilloso e pietroso piantato a malvasia, appartenuto a un anziano calzolaio che aveva smesso di lavorarlo da tempo e rilevato nel 2016 dalla famiglia Mattioli. Un ginepraio riordinato con ostinazione, poco sopra i quattrocento metri e di esposizione indecifrabile: ipotesi di girapoggio nel lembo discendente del cru da cui l’azienda trae i pezzi migliori, sul margine di un fossato umido e ombroso.

I guyot settantenni inframmezzati da alberi da frutto hanno reso quindici quintali d’uva, colti a metà Ottobre con 16 gradi Babo e fermentati spontaneamente in un mastello di plastica. Tre giorni di contatto con le bucce, prima del rapido passaggio in acciaio, hanno puntellato un vino gentile e schioccante. Fantasticare profumi ulteriori rispetto a erba falciata e camomilla non renderebbe giustizia alla sua illuminante semplicità, a una pudicizia aromatica che riflette nel senso – prima che nel sapore – lo spicchio di campagna appartato che lo genera.

Fossi stato un disegnatore decente avrei tormentato carta e pastelli per restituire le onde da art nouveau “viste” nei Grands-Echezeaux di Philippe Engel o i cristalli sfumati di tanti Pergole Torte. Ingenua è stata l’inibizione dovuta al non saper fare: un divertissement privo di velleità giudicanti dovrebbe sottrarsi al timore d’essere giudicato. La supremazia data all’astrazione del linguaggio non può togliere dignità a modi espressivi alternativi solo perchè padroneggiati con modestia; né del resto tutte le note in circolazione paiono scritte da Kent Haruf.

Per consentire al vino di liberare il suo potenziale immaginativo bisognerebbe ascoltarsi senza pregiudizi, concedersi ad esempio l’arbitrio di sentir battere il groove dei Pimps of Joytime (https://m.youtube.com/watch?v=8KMdfav6XGA) in una bottiglia di Laureano Serres o Marco Durante. Coltivare il proprio gusto chiede di mettere in relazione elementi anche molto diversi tra loro, ecco perchè il suo sezionamento cartesiano in metodo sa di omologazione più che di educazione.

Quale verità fisseremmo illudendoci di stabilire una volta per tutte la giustezza di un quadro, un film o un Barolo? Ne saremmo compiaciuti, rassicurati? O finiremmo invece seppelliti dalle macerie di convinzioni inutili? Circondare lo spazio del confronto con barriere che respingano ogni idea non allineata nega in partenza la possibilità di progresso. Ribelliamoci giocando a tratteggiare le geometrie di liquidi che tempo fa neanche esistevano in noi; sorprendiamoci a intersecare su un foglio cerchi concentrici, diagonali, figure insolite. Analogamente alle parole avranno un valore commisurato all’aderenza al nostro sentimento, dunque al canone del divenire piuttosto che del dover essere.

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One Comment to “Il vino disegnato”

  1. wow

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