Teologia del colore

Note sull’arte di Giuseppe Annese

di Armando Castagno

Natura: – Chi sei?
Islandese: – Sono un povero islandese, che vo fuggendo la natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
Natura: – Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonagli, finché gli cade in gola da sé medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
Islandese: – La Natura?
Natura: – Non altri.
Islandese: – Me ne dispiace fino all’anima. E tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.
Giacomo Leopardi

Giuseppe Annese è nato a Roma il 14 novembre del 1938; vive in Francia dal 1982. Novizio e poi religioso nei Rosminiani al Monte Calvario di Domodossola, ha svestito l’abito talare dopo sei anni di studi intensi di teologia, filosofia e storia; trascorsi alcuni anni in Inghilterra, tra Manchester e Londra, dove ha iniziato a dipingere a olio e a tempera, è tornato a Roma nel 1971.


Negli anni Settanta ha studiato, sotto il benevolo magistero di Francesco Galante, le tecniche dell’incisione – acquaforte e acquatinta soprattutto, ma anche bulino e puntasecca – sui torchi dell’Accademia di Belle Arti di Roma; nel 1975 è nato il suo unico figlio, David. Ha poi definitivamente lasciato la Capitale nel 1982; si è trasferito a Limoges prima, a Parigi nel 2004, e a Parigi vive tuttora una vita appartata e modestissima, di quieta ma continua ricerca, lettura e osservazione.

Ha esposto negli anni le sue opere di grafica e di pittura a Roma, New York, Ginevra, Milano, Venezia, Parigi, Fulda, Limoges, Bordeaux e altrove. Lo considererei un artista notevole anche se non fosse il fratello di mia madre, ma per il fatto di esserlo ho potuto conoscerlo assai meglio, e comprendere prima l’impatto del suo lavoro e della sua ricerca sul mio personale gusto estetico e sul mio modo di sentire l’arte.

Ripercorrendo la sua vicenda artistica senza sapere nulla di quella umana verrebbe da ipotizzarne d’acchito una duplice, sofferta conquista. Prima: quella del colore, prima assente (nelle incisioni, giocoforza) poi aperto a incursioni del rosso e dell’arancio nel nero degli sfondi, retaggio della tecnica incisoria; e infine libero, assoluto, alato, sovversivo. Seconda conquista, molteplice: quella della forma, del disegno, dell’automatismo compositivo. Annese è una sorta di sensibile miniaturista, la cui meditazione, che ha teso a fondere in modo originale le due anime della composizione artistica, cioè forma e colore, è ancora in corso, a quasi 81 anni. La sua sete di stimoli non pare estinguibile. Di preferenza, dipinge a tempera su tavola. Usa pennelli e dita. Non l’ho mai sentito parlare di una sua singola opera per spiegarla da quando lo conosco, cioè da quando ho l’uso della ragione. I virgolettati che seguono glieli ho, letteralmente, estorti.

«Credo che il punto d’arrivo definitivo dell’evoluzione umana sia la riflessione, ossia la capacità di ponderare il proprio destino e decidere delle proprie azioni. Giunto a questo traguardo formidabile, l’uomo ha avuto in mano la propria autodeterminazione, e si è posto il problema di cosa fare della possibilità di riflettere su di sé, di come farne tesoro. Ne ha fatto a mio giudizio, invece, un uso disastroso. Se a livello tecnologico si sono fatti passi avanti formidabili, da quello etico valiamo molto meno di due o tremila anni fa.».

Il tema di fondo della grafica e della pittura di Annese è rimasto lo stesso negli ultimi cinquant’anni. Assembrati in moltitudini degne di Hyeronimus Bosch, i suoi personaggi si rassegnano al supplizio del movimento eterno, nella prigionia fisica della tavola dipinta, che svela come ad apertura di botola la sconcertante ressa di questi organismi senza pace.

La magnificenza del colore non consola, ma rivendica l’individualità di questi esseri ora impastati tra loro. Strutture antropomorfe intere o sezionate, figure enigmatiche ed ermafrodite, mostri policefali, nudi o squamati, maschere e volti, pesci volanti e rapaci, burattini, rettili, santi, figure angeliche e demoniache, improbabili globi oculari, mani e braccia frullano nei quadri in un trasloco perenne. Gli si augura che da qualche parte si apra una porta, una valvola che li risucchi in un veloce gorgo; forse, sarebbe meglio per loro finire chissà dove nel vuoto, ma altrove, che insistere in eterno nell’angoscia di un’orbita insensata, in uno spazio che è a un tempo infinito e claustrofobico.

La prospettiva non esiste, non esiste sfondo, e non è alcuna riconoscibile ora del giorno in nessuna opera del pittore sin dai tempi delle acqueforti: la luce è giottesca, zenitale e diffusa, non ha sorgente o ne ha molte, non dà ombre; concede un accenno di chiaroscuro, che a malapena circostanzia le forme, senza dare alcuna sensazione tridimensionale.

«Mentre disegno, una forma “chiama” la forma accanto, e soprattutto il colore “chiama” il colore accanto. Procedo per agglomerazioni successive, e una cosa si genera dall’altra; la composizione, i rapporti tra le masse, i rapporti cromatici e i chiaroscuri trovano senso in corso d’opera; assisto quasi sempre anche io al precisarsi dell’immagine».

La quale immagine ha alla fine, nei quadri migliori, una forza straordinaria. La cinetica rabbiosa del colore, mutato nel tempo dal forzato bianco-grigio-nero delle incisioni di sapore surrealista degli anni Settanta e Ottanta alle accensioni nero-rosso-arancio degli anni Novanta, fino alla fragorosa tavolozza variopinta di oggi, accentua il senso di movimento delle masse e traccia nei grovigli il confine tra un corpo e l’altro. Un sentimento di umana pietà sembra accompagnare l’invenzione dei personaggi nel momento in cui li si evoca disegnandoli e, insieme, li si condanna a vagare nel quadro; ma è una pietà senza istinto d’intervento salvifico, come l’impotente constatazione di un meritato destino.

La presenza di un gran numero di occhi, spesso sbarrati e fuori scala, accentua il senso drammatico delle immagini, in cui è inoltre spesso evidente un elemento religioso; esso è oggetto di una disillusa ironia e talvolta di un’aperta denuncia, ma ancora platealmente sentito come questione personale; su di esso conviene soffermarsi.

Nella grande, eloquente tavola “Les Derniers Morceaux En Vente”, del 2003, un prete e due turpi compari hanno ad esempio messo in vendita il cuore del Cristo Gesù su un piatto d’oro poggiato su un altare, la cui tovaglia è disseminata di emblemi del dollaro; sulla croce del Calvario, alle loro spalle, penzolano gli intestini, metà del teschio, quattro dita scheletriche, una tibia, il lobo di un orecchio. In “L’Évêque”, del 2011, il vescovo bardato di tutto punto assiste con aria infastidita al ribollire di un magma di volti, pupille e avanzi biomorfi: non ha l’espressione di chi ne venga toccato.

In “Un océan rouge”, dell’anno successivo, un sacerdote strabico in basso a destra muove divertito gli unghioni da talpa mentre intorno si scatena il più anarchico finimondo. In “L’Extase”, altra tavola del 2011, l’estasi di Santa Teresa di Bernini assume il tono di una grottesca caricatura per l’effetto che fa l’espressione mistica della santa nel folle casino che le si muove attorno. Nel “Jugement” del 2001, il vortice di personaggi colorati oggetto del Giudizio Finale converge in una inesorabile spirale in cui, oltre alla speranza, va smarrendosi finanche il colore, che si raggruma e si attenua nel bruno. Sono quadri che non vogliono cornice; lo spazio svelato dall’artista si estende all’infinito in ogni direzione, e non accetta limiti e chiusure, che del resto azzererebbero il loro universo di senso.

«Sono intimamente convinto del mio essere ateo; se un barlume di dubbio mi rimane, non è legato alle mie convinzioni, che sono ferme, ma alla coscienza di essere imperfetto, in quanto uomo; imperfetto e limitato, incapace di dire una parola definitiva su un tema simile. Come ho letto in una riflessione in tarda età di François Mitterrand, “non cerco il divino, ma la spiritualità”. È innegabile che esista un elemento spirituale capace di coinvolgere la mente umana, che esistano emozioni che nessuna parola può descrivere. Ci sono musiche, voci, pagine scritte, che partecipano di questo meraviglioso significato spirituale, che penso sia il vertice massimo attingibile dall’opera umana. È per così dire un divino che sta in noi, che riconosciamo, che non viene dal soprannaturale; al contrario, sale dal basso».

Mallarmé aveva ben scritto che il mondo è stato creato per essere trasformato in un libro; a guardare le opere di Annese, viene il dubbio che anche la psiche umana possa, magari persino in un quadro, a patto di venire scandagliata con coraggio: un quadro variopinto, confuso, poco rassicurante, dotato di una micidiale forza di attrazione. La suburra infernale immaginata e rappresentata da questo artista solitario e umile che l’Italia ha dimenticato in esilio, è in effetti un lucido riassunto della condizione psicologica dell’uomo moderno, davanti al quale, uno dopo l’altro, è caduto ogni Dio. Relegato in un labirinto di allucinazioni da incubo senza una via d’uscita, sbrindellato e ridotto a numero, egli sembra mettere a fuoco dal centro del groviglio il suo ultimo pensiero compiuto, mentre la massa in vorticoso movimento lo trascina chissà dove. “Non c’è dunque transito, se non da notte a notte?”.

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