Come nelle favole

di Raffaella Guidi Federzoni

“C’era una volta…
Un re! Diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.”
Così inizia una delle più belle storie scritte in lingua italiana, o forse è meglio considerarla lingua tosco-italiana. Una storia inventata e ben raccontata, una storia a lieto fine che è non veramente accaduta. A pensarci bene il suo successo continuo per tre o quattro generazioni di lettori è proprio dovuto alla fantasia e non alla realtà.

Le storie migliori contengono un poco di vero, abbastanza di verosimile e piuttosto di fals…, ehm, inventato.

L’incipit di un incipit mi serve per introdurre l’argomento di questo post, che avrei potuto intitolare “Il paese dei Pinocchi”, ma preferisco indirizzarmi verso le favole, più gentili delle bugie.

La bugia è il contrario della verità, la favola è il suo abbellimento, il suo ampliamento stereofonico.
La favola ha un contorno storico e uno scopo educativo, etico.
La bugia inganna.
La favola illude.

Potrei anche insinuare che la favola migliore, più completa e più di successo è quella contenuta nel Nuovo Testamento. Potrei, ma non lo faccio perché guarda caso io a questa ci credo e in qui in Accademia non desidero confondermici. Preferisco concentrarmi su qualcosa di meno esistenziale e metafisico.

Qualcosa che riguarda il vino, anzi la vite ed il suo principale derivato. Succede già da un po’ di tempo, da circa una ventina d’anni, che il mondo vinoso si sia messo in cammino verso un destino giusto e pulito, rispettoso nei confronti della natura e anche degli esseri umani ultimi destinatari. Una scelta che si basa su radici vecchiotte, su correnti di pensiero non antichissime, ma comunque elaborate da persone defunte. Che quest’ultime siano sottoterra evita loro di dover confutare o smussare certe esagerazioni, certi estremismi compiuti dai loro discepoli.

Che esse riposino in pace e grazie mille per alcuni dei semi seminati. Alcuni, non tutti.
La maggior parte dei vignaioli attori di tale cambio di rotta dopo l’ubriacatura iper-produttiva, iper-estrattiva ed iper-manipolativa dei predecessori alla fine del secolo scorso non raggiunge il mezzo secolo di età. Una buona percentuale non ha ereditato o subito la scelta dalla famiglia; oppure, anche se nata in campagna e in fattoria, questa compagine di pacifici rivoluzionari ha un bagaglio culturale di conoscenza ed un’esperienza del mondo – inteso come villaggio globale – superiore di molto a quella dei genitori e nonni.

Nuovi contadini?
Nuovi artigiani?
Nuovi TerrOiristi?

Persone pensanti ed agenti che si sentono libere di sperimentare, di rifiutare il recente moderno preferendo affidarsi a quel contemporaneo che assomiglia assai all’antico, almeno come mito se non proprio come testimonianza autentica.
Tutto questo movimento è recepito positivamente da quella fascia di consumatori appartenente alla stessa cultura, non solo per motivi anagrafici. Vieppiù, una notevole accoglienza mediatica viene effettuata da eno-comunicatori in senso lato, anch’essi vicini come età e come linguaggio.

Non è la prima volta che affronto l’argomento complesso di quello che viene chiamato “atto agricolo”* del Terzo Millennio.
Questa volta mi piace lavorarlo ai fianchi utilizzando la favola.

L’autunno presto lascerà spazio all’inverno. Le sere diventano lunghe ed è bello scambiarsi racconti, mentre siamo a veglia davanti al fuoco, sbucciando caldarroste e preparando gli attrezzi che ci serviranno la mattina seguente quando ci alzeremo prima dell’alba per controllare la temperatura del vino nuovo in cantina, prima di nutrire gli animali e di incamminarci fra i filari di viti spoglie a riposo.

Che bello vero? Bello per chi sta in città ad inquinarsi i polmoni o a sbattersi fra autobus e ufficio. Bello e da invidiare per chi ha uno stipendio fisso anche se risicato e la sera stacca alle cinque, si fa i weekend sul divano e riesce a seguire tutti i social minuto per minuto, anche quelli che parlano di vino.
Bello? Insomma.
Questi sono i mesi delle favole, quelle che tutti amiamo ascoltare anche se le conosciamo bene perché sentite più e più volte.

A me piacciono le fiabe, se ben narrate le ascolto a bocca aperta come da bambina. Non ci sono solo Principi Azzurri e Belle Addormentate. Molte si svolgono in campagna, storie di povera gente che non riesce a sfamare i figli e li abbandona nel bosco. Oppure va al mercato con una vacca e rientra con una manciata di noci e la moglie è pure contenta. Per fortuna che ogni tanto compare l’Oca che caca oro. Nell’insieme però sono storie di contadini sempliciotti, graziati all’ultimo momento, perché altrimenti non sarebbe una favola fino in fondo.

Una che ricordo bene racconta del solito padre saggio, vecchio e malato, che moribondo dice ai tre figli – tre, sono sempre tre – di aver nascosto un tesoro nel campo intorno alla casa e che se loro scaveranno a fondo saranno ricompensati. I tre seppelliscono il padre – un poco stronzo a dir la verità – e cominciano a scavare, rivoltando giorno dopo giorno e settimana dopo settimana le zolle di quel pugno di acri incolto. Alla fine sono stremati e incazzatissimi perché non hanno trovato niente, ma passa una vecchia dal capo coperto che sicuramente in gioventù aveva combinato qualcosa col vecchio defunto saggio, ecc., e consegna loro un sacchetto con dei semi, dicendo che anche quello fa parte del tesoro paterno.

I tre figli, ancora più incazzati, gettano con sdegno i semi nel mezzo del campo, poi vanno a cercar fortuna altrove. Passano i mesi, i figli ritornano a casa perché nessuno ha dato loro un lavoro decente e… sorpresa! Il campo intorno a casa è tutto fitto di spighe di grano grasse e dorate, pronte per essere falciate. Tutte nate da sole, dritte senza neanche l’ombra di una qualsiasi malattia. Questo è il tesoro promesso dal padre defunto, vecchio, ecc.
Questa è una favola. Oggigiorno si potrebbe anche chiamare storytelling*.

Vorrei essere chiara, non sono negativa nei confronti del saper raccontare in toni poetici ed attraenti qualcosa di tanto prosaico legato alla terra. Io stessa manipolo parole e le piego ai miei interessi, lo sto facendo anche adesso nello scrivere questi pensieri.

Il vino per esprimere la sua autenticità deve saper raccontare il luogo, la storia, gli sforzi e le soddisfazioni. Lo deve fare bene, essere convincente per essere ricordato e quindi – molto prosaicamente – acquistato.

Allora perché non sono contenta?
Perché esiste un filo nemmeno tanto sottile, un confine piuttosto ben delineato fra la buona e la cattiva fede di un racconto.
Va bene, anzi è doveroso, che si renda noto quali scelte si fanno in vigna e cantina per preservare l’integrità della terra e del futuro dei figli, oltre alla salute del cantiniere e dei bevitori seriali od occasionali che si avvicineranno fiduciosi ad un prodotto comunque contenente alcol.
Ci vuole però onestà e rispetto, sia nel fare che nel dire.

Ultimamente mi capita più di frequente leggere delle vere e proprie novelle, di produttori degni di apparire in qualche produzione Marvel per la capacità di creare senza sforzo ciò che il loro umile vicino ottiene con lavoro di schiena, braccia e diverse colorite bestemmie.

Mi viene in mente la favola di un ragazzo orfano e povero che ha un unico fagiolo per sfamarsi e lo pianta nella terra di un vaso prima di andare a dormire digiuno. La mattina dopo trova nel vaso una pianta così alta e robusta da trasportarlo in alto oltre le nuvole, fino ad un regno magico che gli porterà denaro e fortuna.
Hmmmm… secondo me il fagiolo era altro, forse un fungo?
Ma non divaghiamo.

Purtroppo, come da millenni, fa notizia il miracolo non la quotidianità.
Tali novelle non fanno male a nessuno, chi le racconta son brave persone, persino convinte del messaggio evangelico di cui si fanno carico. Chi si permette di esprimere perplessità però è tacciato di invidia e conformismo.

Pazienza, mi si dirà, l’importante è che i vini siano buoni, anzi ottimi, neh!
Pazienza se spesso costano una sassata e ti schifano pure se chiedi umilmente di assaggiarne più di una mezza goccia durante una degustazione alla quale sei stato invitato.
L’importante è il messaggio, non il suo prodotto.
L’importante è avere fede.

A me però fa male, è un mio limite. Mi intristisce pensare che si stiano formando il palato nuove generazioni ancora meno informate delle precedenti riguardo ai più semplici passaggi di trasformazione da uva a vino.
Mi fa male constatare che ci siano dei tam tam promozionali sui social in cui chi fa più rumore è più nel giusto. I diversi pifferai che con il suono melodioso e magico del proprio strumento raccolgono seguaci per portarli chissà dove.

Che mi provochi amarezza non frega niente a nessuno ed è bene che sia così, sto scrivendo di vino non di mali inguaribili.
Lascio dunque cadere irritazione e risentimento per la paraculaggine di alcuni e la credulità di altri.
Mi schiudo con freschi pensieri alla novella, la favola bella che ieri m’illuse, che oggi vi illude.
Oh Ermioni tutti.

  • Termine che mi provoca tutt’ora il raggricciamento delle dita dei piedi, ma cedo alla modernità di linguaggio turandomi il naso.

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