Un asino non sarà mai un cavallo da corsa

di Camillo Favaro

La Borgogna, contrariamente a quanto si pensi, è terra di asini, o meglio è un luogo dove gli asini possono essere mascherati da cavalli da corsa. No, non è vero nemmeno questo, la dico nel modo giusto: in Borgogna ci sono mandrie di asini, ma una folla oceanica di esperti ha deciso che debbano essere imprendibili cavalli da corsa.

Eppure distinguere un ciuccio da un purosangue dovrebbe essere cosa facile: «la differenza salta agli occhi» canterebbe il Francesco nazionale*, ma non è sempre così. Facendo finta per un attimo che asino e cavallo siano una bottiglia di pinot noir, ecco che i primi dubbi nel discernere quale sia l’uno e quale sia l’altro iniziano a farsi largo. Che non sia sufficiente la dicitura Bourgogne per farne un soggetto da concorso è evidenza fin troppo ovvia. Ma se sostituisci quella parola, ad esempio, con Vosne-Romanée, ecco che l’equazione comincia a farsi più complicata.

Se poi introduci anche la variabile “domaine celebrato da Vladivostok fino a Santiago del Cile”, oppure “vigneron più famoso di Achille Lauro” (quello noto ai più per aver scoperto e catalogato la pianta aromatica), ecco che il calcolo matematico diventa oggetto di studi alla Normale di Pisa, dove è risaputo vi siano fior di esperti in materie ippiche. E per non dover scomodare figure mitologiche come quella di Einstein, eviterei di inserire nella contesa anche le menzioni Premier Cru o Grand Cru, in quanto la teoria della relatività poco si addice ai terroir bourguignon e meno ancora ai sopracitati asini in livrea da Varenne**.

Tradotto. Negli ultimi anni, forte della fama intergalattica dei vini di Borgogna (tutti, indistintamente) qualsiasi liquido proveniente dal Mar di Côte d’Or viene bollato come buono/buonissimo/mirabolante/fantasmagorico, anche quando la linea di galleggiamento è mestamente sul livello di una composta mediocrità.

Tradotto bis. La moda (ossignùr, ho scritto moda) di vini acerbi e ossuti come lo stecco di un ghiacciolo senza ghiacciolo non ha risparmiato nemmeno la corte dei Duchi di Borgogna, a scapito di risorse quali equilibrio, simmetria, contrasto, tessitura, trama e ricamo. Doti che hanno fatto la fortuna del pinot noir borgognotto, regalando carezze ai nostri palati.

“Un asino non sarà mai un cavallo da corsa”, la frase che ha innescato questo Alterato incipit, Yves Confuron l’ha detta il 31 luglio 2019, per sottolineare come un vino traballante (o ammiccante) da giovane non sarà mai portatore sano di bellezza in un futuro più o meno lontano.

Siamo nel Domaine Confuron-Cotetidot, in quel di Vosne-Romanée, in compagnia di Yves, vigneron dal talento indiscusso, dotato di affilato sense of humor di stampo gallese (un francese è meglio non accostarlo a un inglese, ci rimane male), capacità di osservazione da capo indiano Sioux e inossidabile logica di stampo cartesiano. Nel dialogo, su qualsiasi terreno scivoloso si possa trovare, sa scomporre il problema, trovarne la chiave di lettura, fino a ricomporre la soluzione attraverso enunciati di incontrovertibile e disarmante chiarezza.

La nostra visita in quella meravigliosa mattina d’estate aveva come ambita meta una verticale di Vosne-Romanée 1er Cru Les Suchots, climat forse non tra i più celebri dell’appellation, ma pur sempre in grado di regalare vini da standing ovation, a saperci fare. Yves ha un debole per questo vino, che in qualche modo lo rappresenta. Esattamente come lui, sulle prime manifesta la stessa apparente ritrosia di approccio, che nel tempo può però capovolgersi in un abbraccio forte e sincero.

Les Suchots del Domaine Confuron-Cotetidot ha origine in quattro differenti parcelle: due sono dirimpettaie di Romanée-Saint-Vivant (nel settore di proprietà di Lalou-Bize Leroy), due confinano con il lieu-dit Clos-Saint-Denis, che fa parte del Grand Cru Échezeaux.

Le uve non vengono diraspate, la vinificazione con ricorso totale al grappolo intero è da sempre marchio di fabbrica del domaine. «Non diraspo perché non ho una diraspatrice», mi disse Yves la prima volta che assaggiai con lui i suoi vini. È una spiegazione estremamente semplice ma piuttosto efficace. «Se vuoi fare una confettura di fragole hai due possibilità: puoi mettere nel frullatore le fragole e cuocerle, oppure puoi cuocere le fragole intere che rilasceranno il loro succo molto lentamente. Saranno probabilmente entrambe buone, ma nel secondo caso la confettura ricorderà molto di più le fragole da cui sei partito». Elementare, Watson.

In Côte di Nuits, le uve di Yves e di suo fratello Jean-Pierre, con il quale condivide la proprietà del domaine, sono regolarmente tra le ultime ad essere vendemmiate, le rese non superano mai i 20 ettolitri ad ettaro. La macerazione avviene in vecchi tini di rovere con una durata compresa tra le tre e le sei settimane, a seconda dell’annata.

Trascrivo qui di seguito le mie annotazioni di una memorabile degustazione. Detto per inciso: quel giorno lì, a Vosne-Romanée, in Rue de la Fontaine 10, non si è mai sentito ragliare.

2016 (vendemmia 22 settembre)
Annata iniziata con la memorabile gelata di fine aprile, che nelle parcelle di Yves si è portata via metà del raccolto, proseguita con una pressione della peronospora che non si registrava da anni. Ciò nonostante, qua e là in Borgogna ci troviamo di fronte ad un’annata che non di rado ha regalato vini definiti, scattanti e di classe. Come questa versione di Suchots, ancora con il freno a mano tirato ma con gli attributi del grande vino. Aspettare per credere.

2009 (vendemmia 24 settembre)
Ode solenne alla ricchezza e alla complessità. Annata che a suo tempo ha diviso la critica, tra chi scommetteva sulla vendemmia a cinque stelle categoria extra-lusso e chi, più cautamente, sosteneva che la stagione estiva decisamente calda e siccitosa avrebbe portato sovramaturazione e deficit di dettagli. Probabilmente la verità sta nel mezzo, in generale, però in questo caso il vino si rivela un caleidoscopio di frutta e fiori (lampone e viola), erbe aromatiche e freschezza di ascendente scandinavo. Buono, buonissimo oggi, in forma da finale di Wimbledon, però io ne terrei ancora qualche bottiglia da parte. Ad averne.

2008 (vendemmia 8 ottobre)
«Le cose lente sono le più belle, bisogna saper aspettare», recita Fermo nella commedia Pane e Tulipani. In questo caso è vero solo a metà: si è dovuto aspettare confidando nel lavoro fatto in vigna e nella buona sorte. Primavera ed estate 2008 sono state un susseguirsi di cielo grigio, pioggia e clima umido, i vignerons meno attenti o smaliziati hanno avuto problemi enormi di peronospora, oidio e marciume. Direi che non è stato il caso di Yves: i profumi sono cesellati, memorie autunnali avvolgono note agrumate che donano slancio e profondità. Vista l’annata, sarebbe stato prevedibile immaginare durezza e austerità, al contrario il tannino è fine, il sorso dinamico, senza cedimenti o deviazioni di sorta.

2007 (vendemmia 18 settembre)
In questo momento non c’è 2007 di casa Confuron-Cotetidot che non sia un archetipo di finezza e godibilità. Eppure l’andamento climatico dell’annata vegetativa, piovoso e altalenante fino all’inizio di settembre, lasciava presagire nulla o poco di buono. È tra i vini della batteria che più hanno convinto e, in questo caso, sorpreso. Il naso si concede, espressivo, aromatico, cangiante: il côté sanguigno convive con sfumature iodate. La bocca, seppur non ampia di volume, mantiene proporzione e mostra una verve salina, con il piede a fondo sull’acceleratore.

2006 (vendemmia 5 ottobre)
Aereo, leggiadro, metti i piedi su una mongolfiera e ti stacchi da terra senza quasi rendertene conto. L’andamento climatico è stato simile a quello del 2008, e in qualche misura anche il vino suggerisce una parentela con quell’annata, con un sorprendente surplus di eleganza. Immagina di ascoltare una ballata in versione acustica, chitarra, basso e batteria, alla quale aggiungi una base di violino, viola e violoncello. La musica cambia, eccome.

2005 (vendemmia 23 settembre)
Annata lussureggiante, uve pressochè perfette in tutta la Côte d’Or, figurarsi quelle arrivate nei tini di Yves, esigente come pochi e maniacale uomo di vigna, prima ancora che abile vinificatore. Il vino suggerisce il sogno, più che lo sguardo verso l’orizzonte. Il colore è di un rosso rubino luminoso e scintillante, e da solo vale un posto in platea. Ma a restare impressa più di tutto è la tattilità setosa, di indicibile sensualità. Ha la classe e la cadenza del purosangue.

2003 (vendemmia 13 settembre)
Yves versa il vino senza mostrare l’etichetta e ci chiede di inquadrare la vendemmia: calda o fresca? Rimango prudente e goffamente me ne esco con un pilatesco «mediamente calda?». In realtà si trattava dell’annata più rovente a memoria d’uomo, la più precoce dal 1892! Frutto ben presente e nessuna traccia di surmaturazione o “cottura”. Bocca polposa e vivida, non priva di freschezza, appena screziata dal tenore alcolico, che sul finale tende a farsi notare. Una versione di Vosne-Romanée 1er Cru Les Suchots forse non da podio, ma di un’integrità sorprendente, che conferma una volta di più tutti i pregiudizi sull’annata.

1999 (vendemmia 2 ottobre)
L’assaggio rivela l’apporto l’apporto di una vinificazione a grappolo intero consapevole e ben gestita, tanto è ancora esuberante la scorta di frutto, che qui diventa sferico e carnoso, con tutto il suo corredo di acidità e la sua traccia minerale (aggettivo ancora utilizzabile a latitudini comprese tra la Mosella e Macon). «Le vendanges entières, se l’uva è davvero matura, aiutano a produrre vini a tre dimensioni. Oggi si cercano vini lunghi ma spesso stretti, manca l’ampiezza, quella che completa la degustazione», sostiene Yves. Il suo ’99 illustra con efficacia questa tesi. Con l’aggiunta di un altro fondamentale parametro legato alla profondità e all’insondabile longevità delle grandi bottiglie di Borgogna. E questa è veramente grande. «Arrivederci tra dieci anni per stapparne un’altra», la chiosa di Yves. Ho preso nota, cercherò di esserci.

1996 (vendemmia 5 ottobre)
Annata controversa ma non priva di fascino: le piogge di agosto, seguite da un settembre soleggiato ma costantemente sferzato da un gelido vento da nord, hanno regalato uve sane, contraddistinte da buccia spessa e acidità fissa decisamente elevata. Il vino ha un carattere cupo, la voce da tenore ben impostata, verve citrina dagli artigli affilati e tannini con il petto ancora in fuori. Per un attimo ho pensato a un nebbiolo di Serralunga, io che non cerco mai il Piemonte altrove. È stata la prima annata vinificata da Yves.

1990 (vendemmia 25 settembre)
Nella trilogia delle migliori vendemmie del ventesimo secolo, a detta di alcuni. Quando si ha la fortuna di degustarne qualche straordinaria bottiglia (nelle visite in cantina accade sempre più raramente e solo se introdotti dalla raccomandazione di un alto prelato o di un ministro, come minimo) è tutto un tripudio di sospiri, esclamazioni, aggettivi di encomio e segni della croce. Questo Les Suchots 1990 entra di diritto nel novero dei più grandi vini che abbia intercettato in vita mia, tra quelli che si appuntano sul petto come medaglie al valore. Ha le stimmate della magnificenza in ogni dettaglio olfattivo, la frutta rossa non ha ceduto il passo e innesca nuovi ricami, animati da suggestioni di piante aromatiche ed erbe alpine. La bocca ha trovato la quadratura del cerchio, sinuosa, avvolgente, con l’esplosività di Mike Tyson e l’elasticità di Carl Lewis. «Just a perfect day, drink sangria in the park», cantava Lou Reed. Nel mio giorno perfetto è andata meglio. Molto meglio.

1978 (vendemmia 28 settembre)
Se la ’90 è tra le annate giganti, la ’78 è una spanna sopra le più alte vette himalayane. Forse la più grande di sempre, a memoria di almeno quattro generazioni. Le quotazioni di alcune bottiglie di Borgogna hanno raggiunto in questo millesimo cifre che un emiro del petrolio, prima di licenziarne l’acquisto, recita una sorta di “m’ama non m’ama”. Vini di questa monumentale levatura io ne ho assaggiati pochi, basta una mano monca per contarli tutti. Mi mancano i punti di riferimento, il senso di inadeguatezza prevale sul tentativo di venirne a capo. Rimane il disorientamento generato dalla trasognante e inedita bellezza, però inizio a comprendere il senso della parola “celestiale” associata al concetto di matematico di “infinito”.

È la prima vendemmia di cui Yves ha ricordo, racconta che il padre aspettava il suo ritorno con lo scuolabus per entrare insieme nei tini di legno a fare le follature con i piedi. Nel 1978 io avevo nove anni, anch’io con la paura di tirare un calcio di rigore; John Lennon era ancora vivo e Gilles Villeneuve guidava una Ferrari. Era un altro mondo, forse migliore.

 

Le immagini sono di Maurizio Gjivovich, fotografo e amico.

*Francesco De Gregori.
** Leggendario cavallo da corsa secondo come notorietà soltanto a Furia, cavallo del West.

 

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