L’ultima estate stupida

di Shameless

Quella fu la sua ultima estate stupida, se per stupida si intende spensierata e inconsapevole.

Fu un’estate di weekend. Partiva nel pomeriggio del venerdì direttamente dall’ufficio, in treno o in macchina se riusciva a scroccare un passaggio e arrivava in tempo per cena. Tornava la domenica sera più o meno nello stesso modo. Così per due mesi, le ferie sarebbero arrivate in settembre e con le ferie anche il futuro. 

In quella estate luminosa come mai più sarebbe successo ella pensava solo al presente, quello dal venerdì pomeriggio alla domenica sera. Un presente da ventenne che combinava l’energia con la voglia di tutto meno che dell’impegno.

Consumava l’energia nelle ore buie e alla luce del sole la recuperava parlando poco, restando quasi immobile, un’immobilità di testa e di cuore. 

A cena con i genitori beveva uno o due bicchieri di vino, suo padre amava il rosso leggero, freddo di frigorifero. Il bianco serviva solo per ospitare pezzi di pesche, gialle e succose, che aggiungevano zucchero all’asciuttezza insipida della produzione locale. 

Finito il suo dovere di figlia iniziava quello di amica. La sua amica del mare era un poco più adulta e molto più smaliziata, compensava la scarsa altezza con un sex appeal ironico, spietato per chiunque avesse scelto come vittima.

A volte la passava a prendere quando i genitori erano già appisolati sul divano, oppure se riusciva ad avere la macchina di sua madre si vedevano direttamente al porto, il luogo serale per gli incontri e gli smistamenti. Le serate e le notti potevano andare al passo, al trotto o al galoppo, dipende da chi vedevano, con chi parlavano, quanti vodka tonic ingurgitavano.

Una notte fra venerdì e sabato si trovò seduta nella terrazza del posto più frequentato dalla crème de la crème giovanile, quella che tutti i semiparia vacanzieri del comune ambivano a frequentare, maschi e femmine. Come ci fossero arrivate lei e la sua amica non si sa, ma erano lì serene, pacifiche e sveglissime. Nessuna ragazza appena piacente veniva lasciata sola su quella terrazza, anche quando era passata da un pezzo la mezzanotte.

Qualsiasi ragazza appena piacente era un obiettivo da parte dei maschi elitari del nord e centro Italia – i sudisti non si avventuravano lì, avevano un altro campo d’azione -.

Al di là dei loro tumbler ghiacciati si presentarono due formazioni: prima arrivarono i nordici, uno era troppo giovane e l’altro troppo usato da tante femmine. Parlavano tra loro di come rimorchiare qualcuna al momento assente. Il quasi trentenne istruiva il nemmeno ventenne su tecniche di seduzione.

Se c’è una cosa che infastidisce una donna, qualsiasi donna, è che davanti a lei si parli di come intrappolare un’altra femmina come se si trattasse di una bestia selvatica.
I nordici furono abbandonati al loro squallore machista e nemmeno se ne accorsero.

Poco dopo si presentarono due esponenti di punta della corrente romana, ragazzi benestanti e malcomportanti, quindi pieni di fascino. Lei sapeva benissimo chi fossero, scelse d’istinto il più alto, il più grosso, il più goffo.

Quello meno alto era considerato in assoluto il maggior figlio di mignotta della zona, sapeva suonare il repertorio dei Rolling Stones al piano e aveva avuto una lunga relazione con un’attrice italiana considerata bellissima, elusiva e persino capace di recitare.

Sapeva articolare un ragionamento e sprizzava superiorità da ogni ricciolo biondo della sua bella testa classica. Per questo le stava antipatico a prescindere e fu contenta che la sua amica si trovasse tacitamente d’accordonel come dividersi la scelta.

La forza della loro amicizia era costituita anche da gusti estetici differenti.
Le due ragazze furono favorite dalla circostanza che ormai erano le due di notte e tutti gli altri giochi si stavano giocando altrove. In quattro lasciarono la terrazza ormai deserta e finirono nella stiva di una barca stretta ed intima.

La conversazione era passata da “se le donne hanno la fregatura delle mestruazioni gli uomini devono farsi la barba tutti i giorni” a “sono contro le droghe sì, no, forse”. Quando poco dopo si spostò insieme a quel ragazzo grande e grosso nella parte più buia della stiva la chiacchiera per lei si spense, mentre l’amica continuava a parlare con l’altro, l’ex della famosa star.

Fece tutto quello che le piaceva fare fino a mormorare “che bello accarezzare un uomo anche dopo” ad un gigante semiaddormentato.

Intanto dallo spazio più in là dove erano semisdraiati gli altri due la voce della sua amica non si spegneva. “Cosa cazzo avranno da dirsi?” bofonchiò il suo amore di una notte prima di iniziare a russare.

Stava arrivando l’alba, si intravedeva una luce fresca al di sopra della stiva. Le scappava da morire la pipì, si avventurò nello spazio verso la scaletta, scavalcando le quattro gambe ancora sveglie. “Se pisci fuori dalla barca adesso ti regalo dieci lire” disse con aria di sfida il ricciolo biondo che sembrava piuttosto scoglionato. La pisciata fuori barca fu eseguita tenendosi con entrambe le mani a due cavi, non seppe mai se qualche turista molto mattiniero avesse notato quel bel paio di chiappe sospese sopra l’acqua tranquilla del molo.

Non ebbe le dieci lire di ricompensa, era alba piena e voleva tornare a casa prima che sua madre si svegliasse e le chiedesse ragione del suo rientro fuori tempo massimo.

Quando più tardi, molto più tardi, rivide l’amica questa le raccontò come al Fico Biondo e Supremo non fosse riuscito attivare il suo strumento primario di seduzione.

A nulla erano serviti i tentativi di rinvenire qualcosa di addormentato, “eppure sono anche bravina!”. Per questo aveva parlato per ore, cercando di consolare il maschio umiliato.
Non ci furono conseguenze né strascichi. La sera seguente ci fu un plateale ignoramento reciproco sui muretti del porto, peccato perché a lei era piaciuto il suo acchiappo grande, grosso e goffo. Prima di tornare in città attaccò ad un cavo della barca una bottiglia con dentro un foglio su cui aveva scritto il suo numero di telefono e la firma.

La telefonata non arrivò mai e questo le fece male per circa un mese. Negli anni si rese conto che la sua timidezza post-copulatoria l’aveva salvata da una frequentazione pericolosa finita in seguito malissimo.

Negli anni ricordò quell’episodio con gaiezza e nessun rimpianto.

Negli anni rivide tutti gli interpreti di quella notte, chi più chi meno ben conservato, e si rallegrò di averla vissuta così leggermente. 
Fu uno degli ultimi momenti prima della responsabilità, del destino bizzarro e di tutto quello che poi caratterizzò la sua vita adulta.

Uno degli ultimi meravigliosi, stupidi momenti.

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