Zebra malinconica

di Amadio Ruggeri

Provo sempre un misto di attrazione e repulsione verso i libri/articoli/opuscoli che parlano di vino, sviscerandolo nelle sue più recondite espressioni, che si tratti di storie di produttori illuminati, spenti o spericolati, eroici o paranoici. Attrazione perché il vino mi interessa, mi affascina, mi soggioga; repulsione perché c’è sempre qualche scheggia indecente nei racconti, qualcosa che stona, che stride: vuoi un aggettivo improprio, un incedere incerto, un tono pedante, un lirismo dolciastro, un malcelato entusiasmo.

Certo, puoi incontrare pagine luminose, dove le frasi sono aperte e riconosci subito il rumore sottile della prosa. Pagine di letteratura, se vogliamo tagliare corto. Ma come si riconosce tutto ciò? Come si separa il grano dal loglio? Quale setaccio occorre utilizzare?

Suggerisco un metodo: diffidate dello scrittore pigro; se trovate espressioni come “splendida cornice” o “esperienza esclusiva” o anche “questo vino somiglia a chi lo ha fatto”, siete davanti a una pigrizia cronica, difficilmente curabile, e sicuramente si può passare a faccende più sollazzevoli, che so, spazzolare il gatto, dare da mangiare all’iguana. Anche le lodi sperticate di tal produttore sono sospette: il più delle volte, infatti, manca la giusta distanza, ma non per giudicare con “obiettività” – che sappiamo non esistere – ma per avere la testa libera da possibili e rischiosissimi condizionamenti.

Una volta Giorgio Manganelli scrisse che “scrittore” è un titolo esibizionista e impudico, oltre che assurdo. All’incirca come se, dopo il nome, scrivessero “zebra malinconica” o “produttore di rossetti per pellicani”. Ci ha suggerito così un antitodo, che vale per tutti: mai prendersi troppo sul serio. Ma con stile. Con gli aggettivi giusti. E, va da sé, con il giusto incantamento verso il vino, materia mutevole troppe volte uccisa nel goffo tentativo di afferrarla.

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