Risto & Ratione

di Raffaella Guidi Federzoni

Chi va al ristorante solo perché ha fame di cibo può già smettere di leggere questo post, rischierebbe di annoiarsi.
Chi va al ristorante soffrendo ogni volta perché a casa sua mangia meglio e spende meno per farlo, è autorizzato a navigare su altri lidi.
Chi va al ristorante e ordina sempre gli stessi piatti perché ha paura del cambiamento, è invitato a spegnere il computer ad addormentarsi davanti a qualsiasi Tiggì.

Alle suddette categorie, da definirsi come “classiche”, ne aggiungerei una “contemporanea” composta da coloro che non vanno al ristorante per paura del contagio. Il condizionale è doveroso perché le ragioni di tale scelta sono comprensibili, anche se non totalmente condivisibili. Quindi non giudico, mi limito a sconsigliare la lettura di quanto segue per evitare turbamenti e rimpianti.

In questi mesi travagliati vado al ristorante anche per incoraggiare il lavoro di chi il ristorante lo gestisce e per i suoi collaboratori che su questo ci campano e si impegnano.

Si tratta di una motivazione importante, ma non quella primaria che è:
scelgo, mi reco, mi siedo, studio menu e lista dei vini, ordino, sorrido a chiunque mi faccia accomodare e nel caso anche a chi mi è di fronte quando non sono da sola, per avere un’esperienza.
Un’ esperienza sensuale.
Un’ esperienza mentale.
Un’esperienza sociale.

I pasti in comune fra esseri umani esistono fin da prima del Paleolitico inferiore, i ristoranti più o meno come li conosciamo noi invece nascono in Francia – e te pareva! – circa a metà del diciannovesimo secolo. Se avete prove diverse tenetele per voi che tanto non modificherebbero il senso di quanto scrivo.

La mia ode al concetto di ristorazione vuole significare che il gesto di andare in un luogo in cui per mangiare si paga, luogo diviso in diverse sottocategorie – osteria, trattoria, bistrot, rosticceria, tavola calda, pizzeria, ristorante stellato – non è solo motivato dal bisogno di nutrimento, ma da un insieme di motivi che tendono tutti alla positività, o almeno dovrebbero.

La radice dell’importanza che do all’esistenza di un’entità ristorativa va ricercata in qualche mio ricordo o pensiero che sottopongo all’attenzione degli amabili lettori.

LA TREGUA
I miei genitori cenavano fuori una sera alla settimana, mercoledì o giovedì, quando la cameriera faceva festa. Qualche volta prima o dopo andavano al cinema, questo però non era obbligatorio, quel che contava era il trovarsi da soli senza figli o genitori davanti ad un piatto e un bicchiere diversi dai soliti nella sala da pranzo di casa. Ogni volta sceglievano un ristorante differente, serviva loro ad increspare con qualche onda di novità un rapporto abitudinario. Tornavano entro la mezzanotte, li ascoltavo ridacchiare in corridoio, muoversi nella loro camera, infine russare in sintonia.

Le domeniche a pranzo invece coinvolgevano tutta la famiglia. Dopo la Messa tre generazioni si inzeppavano in una macchina rivolta verso la periferia o anche più in là, fino al mare se il tempo era clemente. Noi ragazzini reggevamo giusto al termine del primo piatto, una volta divorato questo venivamo spediti fuori a rincorrerci, nasconderci, avventurarci. Nessuno si preoccupava che ci facessimo male, nemmeno le due nonne che avevano smesso di battibeccarsi dopo il secondo bicchiere del vino della casa.

I miei genitori sostenevano una conversazione priva di rischi, la mamma era contenta per aver evitato di nuovo di cucinare, papà era contento senza motivo aspettando i risultati della Lazio, le nonne erano contente di aver la compagnia della famiglia almeno una volta a settimana, noi figli eravamo contenti di non dover sparecchiare. Dopo il dolce e il caffè i grandi restavano schiantati per quasi un’ora sulle stesse scomode seggiole intorno al tavolo, veleggiando attraverso un soddisfatto torpore. Tornavamo poi tutti a casa con la sensazione che anche quella domenica l’avevamo sfangata.

LA LEGGEREZZA
Fra le bandierine piazzate su ogni città in cui ho frequentato uno, due, dieci, cento ristoranti, ne scelgo una come esempio di quello che vuole dire la purezza dell’amicizia intorno ad un tavolo apparecchiato. A Düsseldorf ci troviamo ogni anno in marzo per l’apertura ufficiale della stagione fieristica globale relativa al vino. Se durante tutto il giorno non si fa pari a versare e a discettare su argomenti strettamente enoici, la sera di tutto vogliamo parlare meno che del nostro lavoro. Mi ritrovo con una mezza dozzina di femmine sedute sui cuscini di un ristorante tailandese.

Non importa quanto le nostre gambe siano incastrate al di sotto del tavolo laccato, già ridiamo. Una sceglie per tutte facendosi verbalmente largo fra la caciara femminile che esplode in tutta la propria gioiosa voglia di non pensare ad altro che a – nell’ordine – cani, sistemazioni alberghiere teutoniche, maschi, luoghi adatti a vacanze solitarie, figli. Non c’è bisogno di raccontarci di diete, siamo già leggere di testa, chi se ne frega del culo e delle cosce. L’anno successivo non ci ricorderemo cosa abbiamo mangiato l’anno prima, saremo solo certe che nella sensazione di estremo benessere anche il cibo darà di nuovo del suo. Il cibo come complice, ma non come unico interprete.

LA BEATITUDINE
Sono di nuovo a Manhattan, un posto di cui conosco molto bene i marciapiedi perché calpestati regolarmente durante le mie visite a clienti consolidati o nuovi. Adesso è l’ora di pranzo nel mio unico giorno libero da impegni lavorativi ed io mi trovo in un locale piccolo e stretto non lontano dal mio albergo. Nel sedermi fra la parete di fondo ed un tavolo tondo poso la borsa sull’altra sedia, quella che rimarrà vuota. Tiro fuori il kit di sopravvivenza composto dagli occhiali e da un libro. Si tratta sempre di un volume maneggevole dalla copertina morbida. Il ristorante è turco, oggi ho voglia di melanzane, foglie di vite e agnello.

Ho voglia di un bicchiere di vino imperfetto, punteggiato nel profumo e nel gusto da macchia scontrosa e sale. Ordino cibo e vino, anche acqua come sempre. Fuori c’è un po’ di sole cittadino, oppure piove, qualche volta nevica persino. Tutto il maltempo rimane al di fuori, io sono immersa nella lettura, nel silenzio interiore, nel semplice gesto di portarmi alla bocca dei pezzetti di cibo. Ogni tanto sorseggio, ogni tanto appoggio il libro e ascolto chi parla al tavolo accanto. Poi riprendo a bearmi della solitudine, di quel tempo sospeso che presto terminerà, ma per adesso esiste.

BONUS TRACK
L’azienda per la quale lavoro ha nella sua struttura anche un ristorante, una taverna aperta più di cinquant’anni fa per accogliere visitatori curiosi, clienti fedeli o semplici viaggiatori casuali. Col tempo i piatti semplici ed essenziali si sono evoluti, mantenendo le radici di una cucina che ha nelle sue ricette un’impronta rinascimentale.

Spesso ci vengono a trovare singoli, coppie, gruppi di persone interessate a quello che produciamo e a come lo facciamo. Per loro c’è molto da raccontare e a noi piace farlo, soprattutto intorno ad una tavola guarnita da bicchieri, posate e piatti di ceramica. Quanto è più facile comunicare in uno spazio confortevole, amichevole e accogliente.

Lo spazio di un luogo di ristoro come strumento di lavoro. Non poterlo usare per qualche mese ci ha privato non solo di un rientro economico, ci ha fatto sentire anche manchevoli di abbracci simbolici.

Vedremo cosa ci porterà il futuro prossimo, quel che conta veramente è arrivare al futuro remoto tutti interi.
Interi e ben ristorati.

 

 

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