Il linguaggio senza parole

di Fabio Rizzari

Com’è ’sto vino? che mi dici?

Che ti dico… è ben proporzionato, slanciato… forse un po’ tannico in chiusura, ecco


Tannico… che significa?


Significa astringente


Non capisco


Come sarebbe, non capisci? Mica ti ho detto: “è una macchina semiautomatica per la transumanza consapevole”, Cristo.
Ti ho detto tannico, e in subordine un ancora più chiaro astringente.

Sì, ma tutti questi termini fanno ridere

Non c’è niente da fare. Siamo ancora compressi tra l’estremo della semplificazione all’osso del linguaggio e quello dell’arzigogolo gergale lezioso e autoriferito. Da un lato “buono”, ogni altra aggettivazione espulsa come cervellotica. Dall’altro sovraestrazione, empireumatico, amilico e compagnia cantante.
E in mezzo?

Noi bevitori siamo ridotti all’italiano curiale e astratto che sopravvive da secoli, incapace di trovare un termine medio, non volgare né ampolloso, per cose semplici e anche per cose complesse. Come l’atto di espellere rifiuti metabolici liquidi, per il quale siamo costretti a scegliere o il dotto urinare, o il greve pisciare, o il ridicolo e infantile fare pipì.

Il linguaggio per dire di un vino è ben lontano da aver trovato un lessico armonioso, immediatamente comprensibile, e soprattutto condiviso.

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