Né nomi, né cognomi, né punteggi

Brunello

di Raffaella Guidi Federzoni

Qualche giorno fa per la prima volta dopo più di un anno mi sono sentita normale.

Per tre ore e un pezzetto sono ritornata non solo a compiere il mio lavoro, ma anche ad essere la curiosa dilettante che s’impiccia, che assaggia, che giudica. Sono ritornata al Benvenuto Brunello, che nel 2021 si chiama OFF. Negli anni passati tutto si svolgeva in quattro giornate caotiche ed estenuanti, soprattutto le ultime due.

Invece questa edizione è stata tutta ordine e beltà, lusso calma e voluttà. Spalmata in diversi fine settimana, dedicati ognuno a differenti categorie: stampa-blogger-influencer (!), operatori commerciali, appassionati, produttori.

Salto la parte nostalgica e lamentosa che già è stata ampiamente sfruttata da penne assai più esperte della sottoscritta per dedicarmi ad un’analisi alterata di quello che è mi è stato rivelato nelle tre ore e un pezzetto di cui sopra. Per una volta comodamente seduta, distanziata e servita come una Signora, ho impostato uno schema di degustazione.

Considerando il tempo a disposizione ho scelto di assaggiare solo Brunello 2016 e in gran parte solo la categoria “base” cioè quello prodotto in maggiore quantità dalle aziende. Mi è dispiaciuto non potermi dedicare alle Riserve2015 e soprattutto al Rosso di Montalcino, il mio Toy Boy vinoso preferito. La scelta di partire dalla base per me è fondamentale per capire un’azienda, la sua capacità e la sua direzione presente e futura. Mi dispiace di non aver potuto assaggiare di più, sono mancati alcuni Brunello che spero di poter degustare in un’altra occasione. Quindi la mia è una dissertazione parziale ed incompleta.

Ho poi diviso le sequenze degli assaggi in tre categorie:

DIRECT COMPETITORS*
I Brunello prodotti da aziende che per dimensioni, fascia di prezzo e prestigio sono simili all’azienda per la quale lavoro da ventitrè anni. Ovviamente fra gli assaggi era compreso anche il “mio”, utile come punto di partenza.

BENCHMARKS*
I Brunello prodotti da aziende che da anni seguo e che non mi hanno mai deluso. Piazzate un po’ ovunque, con caratteristiche leggermente diverse, ma sempre di ottimo livello. Di solito sono aziende di medio-piccole dimensioni, quasi sempre proprietà familiari, i cui membri sono quasi sempre anche amici. Quasi sempre, un paio non sono né piccole né familiari, ma le seguo lo stesso.

CHERRIES ON TOP OF THE CAKE*
I Brunello prodotti da Secessionisti, Blasonati, Super Premiati, Cari Assatanati. Questa categoria è ristrettissima come presenza durante la degustazione riservata agli umili produttori, la maggior parte delle aziende che rientra nelle nomee di cui sopra sfancula senza vergogna – non ho più vino in cantina, venduto tutto -. Qualcosa però sono riuscita a raccattare.

Ora mi trovo a dare un senso agli appunti presi, un senso al Brunello e all’annata in generale, senza nomi, né cognomi e nemmeno punteggi. In verità ad ognuno ho assegnato un voto che però tengo per me, mi basta comunicare che la variazione data in decimi va da 7- a 9.1/2, cioè vini da buoni a ottimi.

Un paio di prove si sono rivelate deludenti, perché vini già troppo evoluti oppure purtroppo con presenza di brett assassino. Una minore minoranza per fortuna.

Il senso principale è che l’annata favorevole premia quasi sempre in termini di bevibilità e piacevolezza. Da tempo si è smesso di proporre alla vendita vini ancora chiusi, serrati, troppo austeri, bisognosi di attesa. Il Brunello di Montalcino del Terzo Millennio è in gran parte un vino che si può bere praticamente da subito senza sentirsi il palato costretto in una gabbia di astringenza, così come la prima snasata sensoriale non è aggressiva e faticosa. Questo non vuol dire che la durata sia compromessa. Più che altro è più comprensibile capire quello che il vino ha da offrire senza aspettare decenni.

In termini di colore tutti i vini si sono presentati ammantati di un bel rosso rubino brillante di media intensità. Qualcuno leggermente più concentrato e denso, ma sempre nei limiti dell’accettabilità.

La parte più soddisfacente ha riguardato il “naso”, cioè l’offerta aromatica sventagliata per la curiosità delle mie narici. Rileggendo i miei appunti i termini descrittivi ripetuti numerosissime volte sono stati tre:

piccoli frutti rossi (fragoline di bosco, ribes rosso)
rosa canina (selvatica)
macchia (lentisco, rosmarino, erica, alloro, mirto, ginepro)

Quindi la piattaforma nasale era costituita da aromi delicati di frutta la cui dolcezza si faceva appena strada fra sfumature asprigne. Il sentore floreale di rosa canina è anche delicato, non ha la mollezza sensuale di una rosa bulgara, è acuto e carezzevole. Dopo frutta e fiori balzava nel finale una zaffata mista di arbusto verde ricco di clorofilla, leggermente grasso, con una punta piacevolmente amaricante.

La partenza è stata questa, alcuni vini si sono arricchiti con aromi di confettura di lampone, ciliegia, finocchietto, spezie (pepe bianco e nero, cardamomo), sangue, carne rossa, terrosità. Un paio di vini mi hanno aggredito con una sventagliata di alcol che segnalava un certo squilibrio nell’esecuzione. Un altro paio erano troppo ricoperti di sentori legnosi.

Nessuna vaniglia, scarsa liquerizia, poca presenza di quella balsamicità mentolata che invece è una caratteristica del Rosso di Montalcino quando non è spinto troppo sul “brunelleggiante”.
In sintesi i Brunello da me annusati erano in gran parte pronti e concedenti, una minoranza con difetti che forse si correggeranno in futuro e forse no. Anche se alcuni si son mostrati timidi, lo erano solo in apparenza.

In bocca è un’altra storia, le sensazioni si sono complicate e anche il ragionamento che ha fatto seguito non è stato semplice.

In generale quasi tutti i Brunello si sono mostrati nel palato più reticenti, più indietro rispetto a quanto mostrato al naso. Questo va bene, si tratta di vini che hanno avuto solo qualche mese di bottiglia dopo anni incassati in botti, tonneaux e barriques. Si stanno quindi stiracchiando le membra.
Qualcuno invece era già pieno, slanciato, succoso e complesso senza tanti misteri. Altri no, mi hanno ricordato i Brunello anni Settanta per l’austerità dei tannini per niente setosi o frettolosi. Tali vini ricordano sì, ma non ripetono, dimentichiamo il “come una volta” perché non esiste più. Altri vini mi sono sembrati con le gambe troppo aperte e forse avranno vita breve. Dipende dallo stile aziendale, più che dalla sub-zona o dal povero “terroir” la cui identità non è ancora perfettamente centrata.

Per evitare confusione sottolineo che l’impostazione “Brunello” per me è consolidata da anni, certe stranezze compositive appartengono al passato. Sotto questo punto di vista sono tranquilla da più di un decennio.

Il punto negativo a mio parere di un’annata così strombazzata è che in certi casi sia stata favorita la produzione delle Selezioni/Vigna/Riserva a scapito del modello Base. Questo è avvertibile in alcuni vini una debolezza a metà bocca, nel mancato mantenimento di una promessa sentita al naso, nei Brunello prodotti in maggior quantità e che saranno assaggiati da più persone. Le punte d’eccellenza, le gemme della corona presentate in ginocchio alla Stampa che conta e premiate adeguatamente, quelle lì hanno fatto i botti.

Si è scritto da più parti, tutte estremamente autorevoli, che la vendemmia 2015 a Montalcino ha prodotto vini molto strutturati e quella 2016 vini più fini ed eleganti. Come contraddire? Sono sostanzialmente d’accordo, Chi ha lavorato e lavora bene lo sa. Quando c’è tanta materia ricca da lavorare tutti so ’bravi, quando la materia è minore seppure eccellente si comincia a capire quanto conti l’abilità, la conoscenza, il non voler strafare e anche la cultura, in termini di esperienza e lungimiranza.

Prima di scrivere questo post ho letto diversi giudizi di assaggio relativi al Brunello 2016 e me ne sono pentita. Ho cercato di dimenticare, di non farmi influenzare e nemmeno di irritarmi. Molti dei bravi e bravissimi degustatori hanno espresso giudizi che si discostano dal mio almeno in parte, soprattutto su singoli produttori. Questo è uno dei motivi per cui ho preferito scrivere come ho scritto. Non ho obblighi di riconoscenza verso nessuno in particolare ed il mio retaggio – anche la mia età – portano ad esprimermi così.
Prendete tutto con il dovuto distacco, spero solo di aver scritto bene riguardo ad un’annata che ha tenuto col fiato sospeso a lungo.

Nel terminare, vinco la mia naturale ritrosia (!) e pubblico i quattro giudizi più alterati che ho scritto sotto botta e che rileggendo mi hanno strappato un sorriso complice verso me medesima.

“Naso di carne secca, fiori secchi, tutto secco. Bocca a posto e persistenza, ma zero giovinezza.”
“Già dal colore capisci che è un’arruffianata. Ben fatto, ma sempre un blow job asessuato.”
“Bocca piena integrata, sorso lungo, bellissima mano nel naso (poi corretto in “bellissima mano nella presentazione aromatica”).”
“Naso e bocca esasperazione sulla freschezza e bevibilità. Ottimo lavoro, niente da dire, ma manca l’anima.”

 *Mi scuso per l’utilizzo della lingua inglese, ma li ho pensati così.

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