Quandoque bonus dormitat Homerus

di Raffaella Guidi Federzoni

Nel presente grigiore uniforme in cui i giorni passati sono uguali a quelli in arrivo si è consumata la Pasqua. Non è andata malaccio, per circa quarantotto ore la contentezza ha spiazzato la stagnazione emotiva. I motivi sono stati molteplici, fra questi dal punto di vista prettamente vinoso la spezia si è rivelata una Magnum – intesa come formato di bottiglia, non come pistola -.
Un litro e mezzo di vino diviso fra tre adulti beventi molto consapevoli dell’effetto dell’alcol?
Si può fare ed infatti così è stato fatto, spalmando il contenuto della suddetta bottiglia nell’arco di due giorni.

La vicenda merita di essere raccontata dall’inizio, cioè dalla prima settimana di Quaresima o giù di lì quando consapevolmente mi sono ficcata in un bel ginepraio.

Nel battibeccare con un giovane e preparatissimo esponente della New Wine Generation ho accettato di assaggiare un vino rappresentante una categoria che per anni ho fatto finta di ignorare. Un vino proveniente da una zona la cui storia è piuttosto recente dal punto di vista enoico, ma considerata molto prestigiosa a causa della nobiltà posseduta dai primi pionieri. Un vino nato dalla costola di un fratello maggiore che fa parte di quei due o tre – al massimo quattro – italiani capaci di essere inseriti nei cataloghi di aste internazionali.
Un vino per snob, wannabe* e svipponi ingioiellati.
Un vino epigono di uno stile ed un’era dalle spalle imbottite, capelli cotonati e paillettes.
Così pensavo, da vera Cnob quale sono.

“I collezionisti lo adorano e ne comprano in abbondanza.” Questa frase mi ha provocato come i maccheroni di Alberto Sordi.
“E allora proviamolo ‘sto fenomeno di vino!”.

Mi sono sentita in dovere di capire perché un tale rappresentante dell’enologia italica fosse fra i pochi eletti pezzi da collezione, seppure come secondo vino.

Mi sono sentita obbligata nei confronti di un raro esempio di Homo Vinosus il cui gusto non è contaminato da eccessivo fondamentalismo generazionale, grazie al suo giornaliero cul… ehm, lavoro nel campo minato del mercato anglosassone di alta classe e altissimo portafoglio. Quell’ambiente esclusivo e quasi inaccessibile in cui in cui noi cugini poveri fatichiamo a piazzarci.

Cosicché anche io come l’eccelso Omero mi sono concessa un calo di tensione, un momento di distrazione da altri argomenti più in voga nel campicello enoico de noantri.

Ho comprato il vino. In magnum perché di quell’annata specifica non era rimasto null’altro presso la mia enoteca di riferimento, figurarsi se mi volevo confondere con un acquisto online aggravato dal prezzo del trasporto. La cospicua sommetta necessaria per procacciarlo è stata sborsata in contanti per non lasciare tracce nel conto corrente in comune con il mio concubino più che trentennale.

Trasbordata nella mia cantina la raffinata confezione in cassetta di legno pregiato, ho atteso sudando freddo “Dei dell’Olimpo fate che non sia tappato.”

Gli Dei mi hanno ascoltato.
“Also the label reminds of Bordeaux. This is a copy, but a bloody good copy.” Lapidario commento del concubino di cui sopra.
“Un vino molto facile da bere.” Sintetico commento del frutto del nostro concubinaggio, tuttora convivente chez nous.

Dopo essersi espressi così brevemente, entrambi sono andati avanti con le rispettive faccende
Io ho sorseggiato a tappe, bevuto idem, preso appunti lo stesso.
Ho cercato di fare tutto per bene, mi sono sentita un poco esaminanda e un poco esaminatrice.
Adesso mi tocca configurare un ragionamento in grado di mettere da parte la diffidenza e il pregiudizio.

Prima di tutto il vino è oggettivamente buonissimo. Ha tutte le sue cosine a posto:
colore rosso intenso, quasi impenetrabile ma molto brillante, dall’unghia purpurea a causa della giovane età.
Il naso è prorompente, esuberante di amarena sotto spirito e cassis, prugna, spezie dolci, arancia rossa, liquerizia. Niente di selvatico ma con una traccia di terra smossa e pino marittimo.

In bocca è meno importante che al naso, il sorso è scorrevole, i tannini più che domati, c’è una certa mollezza nella fase intermedia del palato, poi l’acidità ritorna a reggere il finale sempre in modo educato. Un lievissimo accenno legnoso quando il vino è appena stappato viene poi attutito quasi del tutto.

Nel corso delle ore l’assaggio e la beva testimoniano un’ottima inalterabilità. C’è solo un momento di chiusura a metà strada – circa dieci ore dall’apertura – poi la rigidezza riscontrata in bocca se ne va e torna un’eleganza ruffiana nel sorso, appena appena cafona, molto piacevole e comprensibile.

La Magnum si svuota del tutto dopo trentaquattro ore, e le ultime cartucce confermano la costanza sensoriale della prova. Per me non si tratta di una copia banale dei vini bordolesi, anche se l’uvaggio è simile e la cornice del confezionamento – a partire dall’etichetta – ammicca ai classici francesi. La zona di Bolgheri è riuscita da tempo a differenziarsi e sta raggiungendo un livello identitario di tutto rispetto. Ci sono di certo altri produttori all’interno della DOC che presentano sforzi più centrati dal punto di vista “riconoscimento territoriale”, ma anche nel caso di questo vino non ci si può confondere con Bordeaux.

Manca quel soffio atlantico di freschezza, mentre è presente il calore terroso mediterraneo. Anche il concetto di eleganza è diverso – “if people turn to look at you on the street, you are not well dressed, but too stiff, too tight or too fashionable”**- l’aquitano è essenziale nella sua complessità, il toscano è leggermente overdressed.

Infine, la stabilità è uno dei punti di forza del vino, insieme alla piacevolezza immediata e rassicurante. Un tale risultato è raggiunto grazie ad un’espertissima capacità di manovra umana, in un vino così va riconosciuta l’abilità e la strategia di chi lavora intorno ad esso, dalla vigna al listino prezzi.

L’obiettivo è presentare con costanza un prodotto STABILE E RASSICURANTE. I due aggettivi offrono la chiave di lettura per capire come mai questo prodotto sia oggetto d’attenzione e d’acquisto da parte di una nicchia transcontinentale e transgenerazionale di collezionisti il cui tratto comune è la possibilità economica.
Una nicchia che vuole bere bene, ma non vuole sorprese quando spende per investire o quando intrattiene ospiti che vanno accarezzati dalla parte giusta del pelo.

Una nicchia che ha poco tempo per aggiornarsi e si considera già “imparata” perché si è formata il palato seguendo quei due o tre dittatori sensoriali angloscriventi.
Una nicchia che si affida a procacciatori che a loro volta non vogliono rischiare, a parte qualche eccezione quasi sempre appartenente alla New Wine Generation summenzionata.
Una nicchia in cui la maggior parte dei nostri vini migliori non viene considerata perché non assomiglia a niente se non a se stessa.

Non è detto che essere esclusi da collezioni o wine lists prestigiose sia per forza umiliante e per sempre. I tempi passano, i figli crescono e le mamme imbiancano (cit.), può anche avverarsi il sogno di salire sul podio degli exclusive fine wines, ma è bene capire le regole del gioco che si vorrebbe giocare.

Ora mi stiracchio e torno alla vita e al vino dei miei giorni passati, uguali a quelli futuri.

Le Serre Nuove dell’Ornellaia 2016.

*“vorrei ma non posso”
** George Bryan “Beau” Brummell, circa 1810.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...