Storia di Lamole dai primi abitanti preistorici a ieri pomeriggio

 

di Paolo Socci

Talvolta mi scopro a fantasticare sui primi Lamolesi.
Forse appartenevano ad una tribù di cacciatori-raccoglitori arrivati in questa minuscola valle inseguendo una preda.
E qui è scattata la fascinazione che li ha convinti a mettere radici. Il clima deve aver avuto un ruolo particolare.
Magari era inverno ed anche se non sapevano di inversione termica, salire da un gelido fondovalle e trovare in quota una temperatura più mite è stato piacevole.

Constatare che la giogaia di poggi protegge a sud da venti caldi e insalubri e si apre all’ingresso di un fresco maestrale è forse stato un incentivo ulteriore. Scoprire che i ripidi versanti erano costellati di piccole lame di terreno pianeggiante li ha forse convinti ad addomesticare la natura selvaggia divenendo agricoltori
E là dove le lame si raccordavano al fianco del monte sgorgava acqua che talvolta si raccoglieva in piccoli stagni.
I tanti sassi ed il legname fornito dai boschi, davano materiale per costruire comode capanne e formare così un pagus, un villaggio. Sicuramente non si esprimevano ancora in latino, ma presto divennero costruttori nell’ambiente che li circondava, l’ager pagensis, il paesaggio.

Se il toponimo Lamulae è chiaramente latino quello delle Stinche, tradizionalmente considerato di provenienza longobardo-germanica, ha forse ascendenza etrusca.
Lamole è quindi un luogo antico dove, da millenni, gli abitanti hanno imparato a confrontarsi con la natura, a scoprirne i segreti, a trarne strumenti per la propria sopravvivenza, per la crescita.
Mi piace quindi parlare di una piccola civiltà, depositaria di saperi.

Molti anni fa rimasi colpito dal racconto di Fra Giovanni Vannucci (Fondatore dell’Eremo delle Stinche). Mi parlava di una tabula, conservata nei Musei Vaticani che, riportando lo stato delle strade all’anno Mille, indicava il Castello delle Stinche e non quello di Panzano divenuto poco dopo uno dei caposaldi del territorio.
Civiltà con molti saperi tra i quali svettano, negli ultimi secoli, quelli enoici.

Sembra che il Magnifico Lorenzo de’ Medici apprezzasse il vino di Lamole e 200 anni fa Il Dizionario di Emanuele Repetti, pur descrivendo Lamole come una piccola località priva di una strada carrabile, ne celebra le viti piantate fra i sassi di cotesto poggio che danno il buon vino di Lamole, cotanto lodato.
Piccola civiltà enoica scomparsa e poi ricostruita su saperi diversi.
Ricordo Lamole nei primissimi anni ’50.

Terrazze sostenute da muri di pietre chiare, terse, rigorosamente ordinate in strutture lineari interrotte da scalette e acquidocci. Muri pazientemente ripuliti della vegetazione e dotati alla base di piccoli canali che raccoglievano le acque e le conducevano agli acquidocci, acquidocci pavimentati per consentire il deflusso anche sotto i temporali più furiosi, scalette con ampi gradini dove il piede dell’uomo, gravato da un corbello o una cesta pesante, poteva trovare appoggio sicuro.
E sulle terrazze i campi altrettanto ordinati.

Viti allevate ad alberello, sostenute da pali di castagno mondati ai quali, in estate, la vegetazione era fissata con lunghi fili di paglia di segale, sapientemente annodati quasi a formare un’elegante pettinatura.
Viti ordinate in filari diritti, geometricamente inscritti in un perimetro di altri filari paralleli ai confini della terrazza.
Il poco spazio fra questi e il muro era occupato da file di piante di giaggiolo, l’iris florentina pallida, che a Maggio coloravano i campi di viola.

Ma anche fra i filari tutto il terreno era occupato da coltivazioni. I piccoli olivi, che poi sarebbero stati uno dei principali ostacoli ai tentativi di meccanizzazione, lasciavano spazio sufficiente all’uomo che, armato di marretta, liberava il terreno dalle erbe infestanti e rincalzava le piante.

Fagioli, ceci, fave, trifoglio, erba medica ed altre leguminose provvedevano contemporaneamente alla dieta dell’uomo, degli animali allevati ed a quella del terreno fissandovi l’azoto; assieme a graminacee come la segale, ma anche zucche e tante altre specie costituivano una sapiente biodiversità indotta artificialmente dal Contadino che ne conosceva l’importanza per tenere vivo e collaborante il terreno che ospitava le coltivazioni.

Mi consento una piccola digressione per tornare a questo termine, Contadino, usato talvolta come dispregiativo. Ancora una volta la lingua latina ci soccorre per ricordare che i Comes erano l’irrinunciabile sostegno dei Cives che altrimenti sarebbero morti d’inedia.
Guarda caso l’etimologia di Conte è la stessa di quella di Contadino…
Ma la civiltà contadina di Lamole ha perduto la continuità negli anni ’50-’60 del secolo scorso travolta dall’esodo dalle campagne.

Ricordo, nel volto triste di mio babbo Giorgio, un convegno che l’Accademia dei Georgofili tenne nel 1956.
Al capezzale del Chianti malato vennero chiamati i massimi esperti dell’epoca e la prognosi fu infausta: questi luoghi aspri, che rendevano difficile l’accesso delle macchine, sarebbero stati abbandonati tornando, come in passato, a silvicolture e pastorizia.
Anche la Fattoria di Lamole fu costretta ad adeguarsi al nuovo corso.

Crolla la struttura della Fattoria Toscana, esempio di singolare cooperazione fra piccoli imprenditori (i mezzadri) depositari di antichi saperi agronomici ed un dominus (talvolta illuminato) che metteva loro a disposizione i terreni ed altri beni strumentali; offriva servizi quali le strutture per la lavorazione dei prodotti (tinaia, frantoio) e per la loro conservazione (cantina, orciaia, granaio), l’acquisto dei mezzi di produzione (fertilizzanti, antiparassitari), le capacità commerciali ed anche una piccola attività bancaria che vedeva la possibilità di depositare denaro presso lo Scrittoio di Fattoria, ricavandone un interesse, oppure di chiedere piccoli prestiti a tasso agevolato.

Cessa l’attività cerealicola destinata esclusivamente all’autoconsumo umano e animale ed i seminativi vengono rimboschiti con resinose che promettono falsamente una veloce e cospicua produzione legnosa.
Si aprono le porte alla migrazione di pastori, soprattutto dalla Barbagia, che riescono a sfruttare pascoli, castagneti e querceti producendo formaggi molto apprezzati.
L’esodo di quelle genti, che con sapere e fatica lavoravano i vigneti, determina il graduale abbandono della viticoltura di Lamole.

Sembra proprio che il vino di Lamole, celebrato nei secoli, stia scomparendo.
Il forte si sta arrendendo assediato dal bosco che ritorna a prendere possesso di un paesaggio costruito nei millenni. Quando sembra che l’epilogo sia inevitabile arriva in soccorso, con fragore di cingoli, la cavalleria: quella del bulldozer.
Via muri, alberelli e viti antiche.

Il new deal, sedotto dal trattore che consente di abbandonare la vanga e drizzare la schiena, vede filari a rittochino, viti allevate a spalliera e selezionate in altre regioni e terreni liberati dalla co-presenza di specie diverse: è il moderno vigneto specializzato.

L’industria chimica mette a disposizione fertilizzanti sintetici che consentono di avere maggior quantità di uva e zuccheri più abbondanti, il flagello delle malattie è debellato da prodotti che si insinuano sotto la superficie delle foglie ed entrano nel circolo della pianta, il trattore consente di irrorare grandi superfici in poco tempo comodamente seduti e non più gravati da uno zaino pesante col braccio che doleva pompando ritmicamente. Poi arrivano i diserbanti che consentono anche di abbandonare la marretta sostituita da uno spruzzo leggero.

Nuovi saperi arrivano a colonizzare noi contadini moderni, vengono da fuori, da agricolture evolute che hanno saputo riscattarsi dalla gleba ed oggi si propongono come predicatori di buona novella.
Saperi che arrivano da quell’Italia industriale che aveva creato il boom economico del dopoguerra, quando il Financial Times assegnava alla Lira Italiana l’Oscar della moneta.
E così la civiltà antica di Lamole è dimenticata, perduta, morta.

Ci sono voluti molti anni per renderci conto che l’omologazione aveva fatto evaporare quel distillato di saperi infuso nelle nostre fibre e accumulato nei secoli. Anche a me è servito moltotempo per comprendere che avevamo scavato un solco profondo, creato un abisso che ci separava dal nostro passato.
Eravamo divenuti una specie di iceberg che si era staccato dalla banchisa e galleggiava nel mare dell’omologazione. E presto è divenuta urgente l’esigenza di riannodare i fili, dare un senso al nostro futuro ricreando i collegamenti col passato.

Impossibile e probabilmente inutile cercare di ormeggiarci nuovamente alla banchisa, ma essenziale sdipanare un fil rouge che ricreasse la continuità. La civiltà di Lamole non aveva consegnato alla carta quei saperi che si trasmettevano oralmente fra generazioni ed il cui forum era i’ canto d’i’ foco.

Ma il paesaggio (nel suo significato originario di ager pagensis, di territorio che circonda il villaggio e che gli abitanti del pagus trasformano adattandolo alle proprie mutevoli necessità), aveva serbato tracce importanti.
E’ nato un approccio che ha fuso ricerca archeologica a recupero produttivo: abbiamo iniziato, nei primissimi anni 2000, il restauro delle sistemazioni terrazzate, reimpiantando –su quelle lamulae artificiali- nuovi vigneti.
Si è cercato di coniugare rispetto del passato ed esigenze moderne progettando impianti viticoli che consentissero l’uso delle macchine mantenendo le antiche terrazze.

Oggi si comincia ad intravede il futuro e i forti legami col passato ci impediranno di disperderci in un oceano sconosciuto. L’impegno finanziario è stato disastroso ma compensato, in parte e con modi diversi, dalla produzione di vini che hanno ravvivato una memoria perduta e dall’interesse di prestigiose istituzioni scientifiche.
Emozionante, almeno per me, l’interesse delle Università italiane che da Firenze a Milano, a Padova, a Perugia, a Napoli ci hanno fatto fare il giro d’Italia. Quando poi, partendo dalla lontana Norvegia, un nuovo flusso d’interesse, passando da Austria e Germania, ci ha nuovamente riportato a Firenze è sembrato sgorgare una sorta di balsamo a curare la follia.

Bello oggi parlare di Lamole in videoconferenza, uno di fronte all’altro, ma a migliaia di km di distanza
Quando la mia cucine è divenuta una sorta di operation room da cui una serie di computer guidava uno stormo di droni che si alzavano per raccogliere dati sulle antiche costruzioni in pietre collegate a secco, ho ripreso a fantasticare. Nel mio sogno oggi il filo rosso lega i cacciatori primitivi ad un futuro dove forse sistemi robotici consentiranno di mirare gli interventi colturali sul vigneto e magari abbandonare i vincoli determinati da macchine pesanti e inquinanti.
La pandemia che ci obbliga a vedere il mondo con occhi nuovi, sarà forse occasione di progresso.

 

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