Oltre l’Appenino

Paolo e Francesca

“Tra ‘l Po e ‘l ponte e la marina e ‘l Reno”*

di Raffaella Guidi Federzoni

Poco più di dieci anni fa per la prima volta entrai nel Padiglione Romagna, uno dei tanti gironi infernali di quello spazio adrenalinico e assassino chiamato Vinitaly. Ero lì per incontrarmi con qualcuno che aveva dimostrato interesse per la sottoscritta e che avevo già avvicinato virtualmente. Fu un bell’incontro, il secondo con un autentico Romagnolo, il primo era avvenuto il giorno prima in modo più disteso al bancone dello stand C 16 – Padiglione 9 – cioè Toscana -.

Negli anni successivi solo occasionalmente mi confrontai con romagnoli, intesi come esseri umani, ambosex e con storie diverse alle spalle ma con una comune passionalità sanguigna e umile, la stessa che ritrovavo nei loro vini rossi le scarse volte che li assaggiavo.

Poi è si è presentato il tempo di iniziare ad occuparmene, un tempo urgente all’improvviso come mi capita sempre più spesso. A lungo ignoro il prossimo mio, anche se passa sfiorandomi, e poi…zac!

Una combinazione di stimoli, voci, conoscenze, mi ha portato dove sono adesso e cioè metaforicamente di fronte a due vini figli della stessa azienda e con lo stesso sangue, quello del Sangiovese. Metaforicamente perché entrambi i vini sono stati assaggiati e riassaggiati in momenti separati. Adesso le bottiglie sono state svuotate ed è il momento di scrivere.
Prima ci vuole una cornice, sicuramente splendida.

La Romagna ha una storia importante, nobile e aristocratica, non solo dal punto enologico. Una regione a cui non manca nulla: mare, collina, montagna, boschi, castelli, biblioteche e chiese rinascimentali, briganti, condottieri, il Rubicone, l’Esarcato, I Montefeltro, i Malatesta, Cesare Borgia, il Papa, Mussolini, Fellini, il liscio, la piadina.
In verità, qualcosa le manca.

La Romagna sarebbe perfetta se fosse la Toscana, ma non lo è. Lo sapeva bene Dante Alighieri e lo dovremmo sapere anche noi se avessimo studiato invece di sbadigliare durante l’ora di italiano in attesa della campanella. La Romagna accolse il poeta esiliato e lo ospitò fino alla sua morte, egli fu grato di questo e per Ravenna ebbe sì riconoscenza e affetto, ma non è lo stesso sentimento feroce di amore e odio che conservò per Firenze.

Peraltro la figura femminile più marcata presente nella Divina Commedia, un’anima terrena e vicina a noi poco portati al divino e assai più protesi verso la pulsione della carne, è Francesca da Rimini, una romagnola purosangue.

“Siede la terra dove nata fui
Su la marina dove ‘l Po discende
Per aver pace co’ seguaci sui”*

Ella si presenta con questi versi precisi e perfetti, da noi ignorati perché oscurati da quelli che seguono, così potenti da penetrare anche nelle menti brufolose di adolescenti cazzoni. Presumo quindi che ciascuno dei miei lettori li conosca a memoria e non li scrivo perché è tempo di passare al minimo dopo aver citato il massimo, premettendo come io ne parli da studentella, non da professoressa – sebbene collabori con questa prestigiosa Accademia -.

Il minimo è rappresentato da un’azienda di piccole dimensioni, situata nel territorio del Comune di Modigliana, a mezza costa dell’Appennino Romagnolo e a ridosso della Foresta del Casentino. Le vigne sono circondate dal bosco, il suolo è povero, la produzione limitata.
Il loro vino ha carattere, un carattere del Sangiovese che non appartiene al frutto gioioso e succulento di gioventù di certi Chianti giovani o del Rosso di Montalcino. Non c’è nemmeno la terrosità e il calore mediterraneo del sangiovese maremmano. C’è sì un’eleganza scontrosa come in certi Brunello o Chianti Riserva-Gran Selezione, ma più selvatica e meno complessa.
Due soli esempi non possono certo fornire indicazioni ampie ed esatte di quello che rappresenta oggi l’offerta enoica di un’intera regione assai complicata nelle sue sottozone, ma almeno è un inizio.
I due vini provengono da vigne diverse, sono di annate differenti e la mano umana li ha seguiti interpretandoli con sensibilità, senza manipolazioni ipertrofiche.

Un vino l’ho assaggiato in due momenti diversi, a distanza di due settimane. La prima bottiglia è stata stappata e il suo contenuto assaggiato nell’arco di quasi ventiquattro ore. La seconda bottiglia è stata stappata e metà del suo contenuto versato con delicatezza in un decanter, per vedere se questa pratica potesse aiutare l’evoluzione di un vino ancora molto giovane. Anche in questo caso l’assaggio si è svolto a tappe e si è concluso il giorno dopo.
Cosa ho imparato?

Si tratta di un vino dalla personalità precisa, dal colore rosso tendente al rosaceo con una trasparenza ed una brillantezza seducente.
Il bouquet è subito piuttosto concedente in termini di frutto rosso boschivo, speziatura delicata, erbe aromatiche, mentuccia, salvia. Dopo il primo impatto olfattivo, arrivano note più importanti di rosa bulgara, garofano e geranio. Decisamente un naso da ricordare per la sua offerta.

In bocca è timido al limite della maleducazione, ci vuole tempo a convincerlo – nemmeno il decanter aiuta più di tanto – e rimane sulle sue. La promessa esiste, ma che fatica. Non è un vino di grande struttura, i muscoli si avvertono appena, ma guizzano tonici nel palato. Ci vuole una certa pratica per apprezzarlo in questo momento della sua evoluzione, va lasciato stare fino a quando deciderà di buttarsi nella pista da ballo, ma la musica l’ha nel sangue. Se vi piacciono le ninfette acerbe accomodatevi, sarete ricompensati. Altrimenti pazientate.
Papesse Romagna DOC Sangiovese Modigliana 2019 – Villa Papiano

L’altro vino è stato assaggiato una volta sola, nell’arco di dieci ore, nessun decanter è stato utilizzato.
Il colore è rosso rubino scuro e brillante. L’unghia ha una sfumatura rosacea che col tempo si trasforma in cremisi.

Al naso si apre subito con sentori di ciliegia matura e prugna, spezie semi-dolci, pepe nero, cioccolata al latte, caffè. Poi vengono fuori erbe aromatiche e mora. Dopo qualche ora la nota di ciliegia diventa più alcolica e il bouquet di erbe aromatiche si arricchisce di mirto e lentisco, con un vago accenno marino.

In bocca è inizialmente riservato anche se il sorso è subito scorrevole, lungo e setoso. Nel finale è presente una lieve chiusura verde che mi piace perché evidenzia la pungenza selvatica del sangiovese di bosco. Dopo un paio di ore il vino è più aperto e disteso, ma ha perso un poco di mordente, presenta tannini ammorbiditi e una certa mollezza a metà palato. Bella struttura piena senza essere pesante.

Rispetto al precedente questo vino è più comprensibile, facile e disponibile ad abbinamenti diversi. Non ha lo stesso carattere angoloso e verticale del primo, ma ha più profondità.
Probi Sangiovese Modigliana Riserva 2016 – Villa Papiano

“…dimmi se Romagnuoli han pace o guerra…”* chiede a Dante Guido da Montefeltro.
“… Romagna tua non è, e non fu mai
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni”* questa è la risposta.

Pare che i Romagnoli siano litigiosi, nel senso che ognuno fa per se’ e per la sua zona. Questo mi ricorda qualcuno di casa mia. Inoltre mi si dice che siano anche orgogliosi, permalosi e mai contenti. Anche questo non mi è nuovo.

Mah, io li trovo estremamente affascinanti a partire da quell’accento così- vabbé, lo scrivo – attizzante. Lo stesso posso dire dei vini che hanno un fascino seduttivo a modo loro. L’orgoglio della provenienza è un bello sprone, anche la propensione all’edonismo estetico più rilassato e meno contenuto dei parenti toschi.

Tornando dal minimo al massimo, ho l’impressione che in dieci anni una buona parte di produttori romagnoli abbia percorso molta strada in salita. Nel 2011 è stata creata la Denominazione Romagna DOC, un grande ombrello che comprende parecchie sottozone sia per i vini rossi a base Sangiovese che per i vini bianchi fra cui spicca principalmente come vitigno l’Albana.

Non è certo una soluzione perfetta ma è un inizio. Grazie al lavoro di vignaioli ambosex, testardi nel ricercare la qualità, è scomparso in gran parte quell’aspetto dozzinale e anonimo che caratterizzava vini poco costosi ed accattivanti, subito dimenticati. In compenso si è consolidata la consapevolezza di un’identità più centrata sulla schiettezza spontanea e non banale. I vini sanno mostrare finezza e complessità. Le eccellenze esistevano anche prima in qualche nicchia, ma erano talmente piccole e nascoste da restare semisconosciute. Ora si sono moltiplicate.

Credo che a questo punto non sia più necessario, né generoso, né auspicabile considerare il sangiovese romagnolo con parametri formatisi al di qua dell’Appennino. Credo che il tempo sia maturo per inserire la Romagna e i suoi vini nella Premier League della produzione enoica, non solo italiana.
E fatelo ‘sto sforzo!

*chiedo venia della strumentalizzazione di tali versi poetici eccelsi per spolverare la mia prosa alterata.

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