Quella leggera felicità

di Shameless

Ancora non so come sia successo, ma è successo. Non una, ma più volte durante tanti anni.
Per esempio a New York, un ristorante giù al Village, alla fine degli anni Novanta. Dopo cena, passata la mezzanotte, conversando con una donna riconoscibile nell’essere israeliana per l’accento gutturale che arrotava le erre. Una donna bella come lo sanno essere a Tel Aviv, un insieme di sensualità consapevole e sfrontatezza, labbra arcuate e dita lunghe. Bevvi con lei un paio di bicchieri di Champagne, avvenimento raro considerando l’intolleranza che già allora mi costringeva all’astinenza da bollicine. Stavamo parlando di tutto e di nulla quando si presentò alle mie spalle quella sensazione, o forse era più un sentimento.
Quella leggera felicità che dura al massimo un paio d’ore, ma finché c’è poco altro conta.

Di solito arriva la notte, ma non è detto. Nei miei ricordi la prima volta che avvenne avrò avuto circa dieci anni e mi trovavo a un rinfresco di un matrimonio campagnolo, in estate. La sposa era mia cugina, giovanissima, appena uscita dall’adolescenza. Mi sembrava la meno grande fra tanti adulti che ci circondavano nel chiostro, gli uomini tutti in giacca e cravatta, le donne con il cappello e i guanti. Bei signori e signore eleganti che mi sorridevano affabili e distanti, molto grandi e molto distanti. Non sapevo bene cosa fare, nel mio vestitino di lino celeste, cercando di muovermi poco per non sporcare i calzini e i sandali bianchi – la mamma poi chi la sente -. Afferrai da un vassoio una coppa di moscato, profumato d’estate, leggero nel colore e nel sapore, appena dolce.

A casa mia il vino era presente sempre a tavola, noi bambini ne avevamo costumanza, a volte anche la merenda consisteva in pane-vino-zucchero.
Quella volta però fu diverso, così diverso che ancora lo ricordo. Mezzo bicchiere di moscato di appena undici gradi non ubriaca nemmeno una bambina. Infatti non mi ubriacai, fui solo avvolta da una vaga stupefazione che mi rese capace di parlare con i grandi e di sentirmi considerata, non solo carezzata distrattamente sui capelli.

In tempi più recenti mi sono trovata all’aperto sotto un portico cittadino, in una città che non era la mia. Da poco la sera aveva oscurato il pomeriggio, la pioggia se ne era andata lasciando qualche goccia tardiva e insicura nel suo morire sul porfido. Di fronte a me qualcuno che non avrei più rivisto. Anche le parole furono tardive e insicure prima di lasciarci. In piedi sul porfido, entrambi felici dopo un bicchiere, uno solo, ci abbracciammo con cautela e quella imprevedibile sensazione avvolse entrambi. Poi tutto finì, ma fu una bella fine.

L’ultima apparizione significativa è capitata poco prima della clausura imposta dal Covid 19. In aeroporto, un luogo babelico in cui riesco a isolarmi dal mondo, dal diavolo, dalle sue pompe e opere*. Sul tagliere una selezione a suo modo italiana, nel bicchiere un vino rosso non completamente omologato all’Italian Style internazionale. Senza annunciarsi si è presentata la mia amica, conoscenza pluridecennale ormai.
La leggera, inoffensiva, vaga felicità che appartiene al paniere dei doni offerti dal vino.
Dal vino, non dall’alcol.
Si tratta di una condizione mentale che alleggerisce il corpo fino a renderlo trasparente a favore di un paio di impalpabili ali.
Non c’è mistica in tutto ciò, solo disponibilità.

Ho imparato sin da subito a fermarmi prima che la leggerezza scompaia e arrivi quella pesantezza che ottenebra e rovina l’umore, la percezione e anche la vita.
Scrivo questo completamente sobria, perché quello che conta è il ricordo, delicato come lo sfiorare con le labbra il bordo di un bicchiere contenente una promessa.

*Abrenuntio battesimale

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