Dove eravamo rimasti?

Tuffo nel vino

di Giancarlo Marino

Sono trascorsi esattamente due anni dall’ultima spedizione in Borgogna. L’avevo lasciata dopo aver provato l’annata 2018 dalle botti e l’ho ritrovata provando l’annata 2019 ormai in bottiglia e l’annata 2020 ancora in botte.

Non vorrei che l’entusiasmo per aver ripreso una tradizione più che ventennale – interrotta per le cause ben note – abbia inciso sui miei giudizi. Sta di fatto che torno a Roma con l’idea che l’accoppiata 2019/2020 potrebbe riproporre, e perfino far brillare di luce ancora più viva, quelle del 2009/2010 e 2015/2016.

Ma a suggerirmi di contenere la tentazione di esagerare nei giudizi è anche la prudenza che deriva dai tantissimi assaggi dalla botte negli anni passati. Per pronunciarsi sulla annata 2020 occorrerà riassaggiare i vini una volta in bottiglia, e mi limito quindi, almeno per il momento, a dire che potrebbe rivelarsi una di quelle annate che renderà felici tutti gli appassionati della Borgogna, ma con l’avvertenza che non è tutto oro quello che luccica e che solo i produttori davvero bravi potranno dirsi orgogliosi dei propri vini.

Della 2019 credo invece che si possa parlare, nel bene come nel male, con sufficiente chiarezza di idee.
Si è trattato di una annata molto calda e con precipitazioni molto al di sotto delle medie, ma caratterizzata anche da notti particolarmente fresche. Ero arrivato conoscendo bene l’andamento stagionale e quindi, devo ammetterlo, forte delle esperienze di altre annate molto calde sono rimasto sorpreso dalla grande freschezza che connota la maggior parte dei vini.

Potrebbe essere interessante studiare a fondo le cause di questi risultati ma, avendo già letto numerosi interventi sul tema e avendo provato un numero sufficientemente ampio di vini, è possibile delineare uno scenario del genere: le vigne sembrano essersi meglio adattate a situazioni “estreme” legate al caldo e allo stress idrico; i produttori stanno maturando esperienze e cercano di adattare la coltivazione a situazioni sempre più frequenti senza farsi trovare impreparati – come accadde ad esempio con l’annata 2003; in cantina i produttori fanno sempre più ricorso a vinificazioni – almeno parziali – a grappolo intero, accentuando una tendenza già in atto da almeno una decina di anni; da ultimo, si deve segnalare l’ulteriore tendenza alla diminuzione, e in qualche caso alla eliminazione, dell’aggiunta di zucchero nel corso della fermentazione.

Una delle caratteristiche principali della annata è stata quella delle dimensioni ridotte dei grappoli – e degli stessi acini – anche per la maggior presenza di grappoli spargoli: pressoché inalterato il numero di grappoli per pianta, quindi, ma rese più basse. Considerando anche le gelate di aprile, si spiega facilmente perché la produzione è diminuita sensibilmente.

Date queste caratteristiche, ancora una volta – e forse ancora più del solito – le differenze sono legate alla bravura, maggiore o minore, dei produttori. O forse sarebbe meglio parlare di “sensibilità” dei produttori nella “interpretazione” dell’annata, che negli esiti più felici è servita ad evitare gli eccessi di vinificazioni troppo marcate o troppo leggere.

Nei casi peggiori, i vini del 2019 sono “marcati” dai danni provocati dal sole troppo forte – nonostante il certosino lavoro di selezione per eliminare i grappoli letteralmente bruciati dal sole – e con eccessi alcoolici qua e là; o presentano tannini verdi laddove lo stress idrico ha provocato maggiori danni – ad esempio nelle vigne più giovani ma non solo.
Nei casi migliori la faccenda si fa seria…

Pur essendo una annata di grande maturità, l’acidità è stata per lo più preservata, risultando anzi vivida e rinfrescante. Non si contano – e potrei quindi parlare della stragrande maggioranza – i vini equilibrati ma vibranti, di buona struttura e complessità ma di grande tensione e dettaglio, e con una trasparenza/aderenza territoriale assai rara in annate similari. Volendo usare un solo aggettivo, azzarderei a dire che si tratta di vini di grande seduzione.

Ma, ma… c’è sempre un ma, purtroppo.
La tendenza all’aumento vertiginoso dei prezzi è avvertibile da diversi anni. Ora però siamo giunti a livelli tali che i migliori e più famosi vini della Borgogna saranno bevuti sempre meno dal semplice appassionato e rimarranno appannaggio dei pochi che potranno permetterseli. Nel mio piccolo, non potrò più aprire un Bonnes Mares di Roumier per festeggiare il compleanno dell’Alterato Armando Castagno, o un Clos de la Roche di Leroy per festeggiare quello dell’Alterato Giampaolo Gravina o uno Chambolle Musigny Les Amoureuses per festeggiare la sempre più rara presenza a Roma dell’Alterata Raffaella nonché Guidi e finanche Federzoni.

Ce ne faremo una ragione? Ovviamente si, ma nel frattempo non smetterò di cercare alternative che, senza magari toccare i vertici eccelsi di cui sopra, rendano possibile continuare a coltivare questa passione per la Borgogna con grande soddisfazione.

Potrei parlarne oggi stesso, magari segnalando come in luoghi meno rinomati come Fixin o Santenay io abbia trovato vini splendidi, ma mi lascio lo spazio per riparlarne diffusamente un’altra volta, sempre su questi lidi. Ça va sans dire.

 

 

 

 

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