Vino, festa mobile

di Raffaella Guidi Federzoni

C’è qualcosa di hemingwayano in ciò di cui sto per scrivere. Per questo mi sono permessa di intitolare il post ispirandomi a un libro*che consiglio a chiunque voglia imparare a leggere, a scrivere e a vivere.

Desidero celebrare i miei dieci anni di permanenza all’interno del qualificatissimo sito alterato omaggiando qualcuno che di decenni ne ha passati più di otto, la maggior parte dei quali trascorsi a battere l’Italia in lungo e largo, ficcando il naso, il palato e la penna in angoli un tempo ignoti alla maggioranza degli enoappassionati. Burton Anderson.

L’uomo è alto, massiccio, fornito di barba sale e pepe. In più è americano del Minnesota – Midwest – ha vissuto a Parigi, è stato per anni un corrispondente di un giornale in lingua inglese, conosce e apprezza vino, cibo e ha un’estetica della vita raffinata; scrive in modo diretto e lo fa molto bene. Direi che le somiglianze con il premio Nobel, nativo dell’Illinois – Midwest -, siano molteplici. Soprattutto, nella sua storia c’è quel senso di avventura, di scoperta, di esplorazione che è presente anche in Ernest Hemingway. Poco importano la differenza generazionale e di campo d’azione: per uno il vino e i suoi interpreti, per l’altro la guerra, le corride, la caccia, la pesca e la movida intellettuale negli anni Venti del secolo scorso.

Quanto sopra mi è girato in testa senza mai andarsene mentre affrontavo lietamente la lettura di un memoriale da poco uscito**, per ora solo in lingua inglese; speriamo che in un futuro prossimo un editore coraggioso si impegni a pubblicarne la versione italiana. Perché questo libro che si legge come un romanzo parla del vino e del mondo italiano e a parlarne è un testimone fondamentale, uno degli artefici della comunicazione al di là delle Alpi, quando non esisteva nulla in lingua inglese che non fosse una superficialissima pagina all’interno di un’enciclopedia enoica più vasta.

Non mi risulta che Burton Anderson sia stato insignito di alcuna onorificenza ufficiale italiana, nemmeno un misero cavalierato del lavoro. In Francia avrebbe ricevuto già da tempo la Légion d’honneur, da quelle parti sanno premiare chi contribuisce alla causa nazionale.

Da noi, invece nada de nada.
Anzi, il Nostro ha subito un periodo di oblio senza tanti ringraziamenti; l’opera fondamentale e il nome dell’autore per un certo periodo di tempo sono state cancellate dal sapere enoico nostrale, proprio quando la comunicazione e la curiosità cominciavano a lambire sponde internettiane.

Mi ricordo di aver scritto circa dodici anni  fa un breve pezzo su di lui e di averlo proposto a un blog da poco costituito; un blog che adesso conta parecchio seguito, ed è bene che sia così. Allora però la conoscenza di chi scriveva lì era ferma al molto recente, cosicché l’editor che curava le pubblicazioni altrui, espresse dubbi riguardo a parlare di qualcuno praticamente sconosciuto alla massa. Alla fine il mio pezzo uscì, ci fu qualche commento ma in generale l’accoglienza fu piuttosto tiepida.

Ci sono voluti almeno altri dieci anni prima che si riparlasse di un personaggio fondamentale per il nostro e l’altrui conoscere. Intanto Mr Anderson ha continuato a scrivere, mettendo insieme ricordi e frammenti di scrittura precedenti. Il risultato è il volume che tengo in mano. Un’opera preziosissima che racconta di persone, luoghi e vini adesso molto noti, ma alla fine del secolo scorso poco conosciuti, o sconosciuti del tutto.

Non è stato facile trovare chi lo pubblicasse, nonostante l’alta qualità e importanza del contenuto. Le vicissitudini editoriali vissute dall’autore anche con i suoi testi precedenti e ben raccontate nel libro, sono un esempio amaro di come l’onestà e la profondità non paghino in termini di notorietà e riconoscimento, anche economico.

Burton Anderson non fa finta di accettare passivamente la mortificazione, anzi ne discute animatamente con il suo alter ego – Boso -. Si leva parecchi sassi nemmeno tanto -ini dagli scarponi, soprattutto riguardo a quel paio di connazionali che hanno raggiunto fama e benessere economico e che non sono degni nemmeno di allacciargli le suddette calzature. Persone che hanno fiutato aromi vinosi più commerciali e hanno messo a punto il protocollo semplice dei punteggi, relegando il racconto in un angolo. A questo proposito si veda il breve capitolo intitolato “The Rater Hater’s Revenge”, un esemplare esempio della personalità dell’autore e della sua prosa.

Chi ha voglia di leggere storie di persone e approfondimenti su luoghi ancora non del tutto scoperti? Bastano un paio di cifre per vendere bottiglie.

Beh, io penso che la voglia ci sia, basta sfrucugliarla un po’.
Penso anche che chi è nato poco prima o abbastanza dopo la pubblicazione di Vino: The Wines and Winemakers of Italy abbia una curiosità che travalica ogni scarna graduatoria.

Non tutti si accontentano di leggere in dieci minuti qualcosa che poi dimenticheranno subito. Nel caso siamo in tanti a rimanere curiosi, a desiderare di investigare o a voler ripercorrere quelle strade fuori mano di una volta che hanno portato al “sapere” odierno.

Burton Anderson è un’ottima guida, possiede un paio di occhi stranieri – ma non estranei – capaci di guardare da una diversa prospettiva quello che gli italiani avevano talmente sotto il naso da non riuscire a notarlo.

Non si tratta solo di questo però, leggerlo con calma è un invito alla buona scrittura. L’autore mette insieme dialoghi, storie già pubblicate anni fa, considerazioni retrospettive, con abilità e senza sbavature.

Eppure, c’è anche altro: per me e la mia generazione è anche una conferma di come fosse bella la scoperta del panorama agricolo, culturale ed enoico negli anni ruggenti in cui eravamo poco più di pretty little things, ignoranti di molto e curiosi di tutto. E se la devo dire tutta, svuotando la mia scarpina di cristallo dalla minuscola ghiaia accumulata negli anni, condivido l’amarezza dell’autore nel vedere come quella che era una festa mobile mai troppo seriosa sia diventata una questione di vita e di morte fra chi sentenzia in un modo e chi nell’altro, scopritori di acqua calda o appena tiepida.

Non esiste una happy end nelle parole finali del libro, ma io resto ottimista e spero che presto arrivi la continuazione, diciamo una Seconda Stagione, per Burton e anche per noi.

“Boso: Worthy of a fiasco. The story of your life.

The End.”

* Moveable Feast – Ernest Hemingway

** Vino II – Burton Anderson

One Comment to “Vino, festa mobile”

  1. Molto interessante, grazie della segnalazione. Vado a reperire il libro.

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