
di Fabio Rizzari
La bella stagione – che ci ricopre di doni preziosi quali zanzare, afa notturna, ciabattamenti e bermudazioni in città, volanti arroventati di auto provvisoriamente inguidabili, e simili – è appena cominciata, e non vorrei rattristare il lettore con toni crepuscolari.
Tutti sono felici, tutto è pieno di luce: è il periodo più bello per i vini rosati o effervescenti bevuti gelidi, al tramonto, in riva al mare; per i saettanti bianchi di Morgex et de La Salle; per le Schiava rinfrescanti; per i Sauvignon di metallica freddezza; per i bei Fiano, i bei Greco, i bei Verdicchio, i bei Soave, i bei Gavi, i bei eccetera.
Parlare delle “ultime volte” appare dunque fuori luogo. Eppure a quelle pensavo, mentre un cameriere* dalla giacca di ordinanza tre misure più larga della sua taglia mi versava un Fieno di Ponza, qualche sera fa. Per inciso, prima delle riflessioni sulle ultime volte: ma perché l’archetipo dell’inserviente classico dei ristoranti e degli alberghi prevede giacche oversize? perché le maniche devono arrivare a metà dorso della mano e il colletto della giacca deve staccarsi da quello della camicia di due centimetri? è una regola della categoria?
Ma dicevamo. La malinconia del pensiero dell’ultima volta è un tema antico. I poeti greci, quelli romani, e via via. Un paio di esempi illustri. Nello Zibaldone Leopardi scrive:
“Non c’è forse persona tanto indifferente per te, la quale salutandoti nel partire per qualunque luogo, o lasciarti in qualsivoglia maniera, e dicendoti, non ci rivedremo mai più, per poco d’anima che tu abbia, non ti commuova, non ti produca una sensazione più o meno trista. (…)
Vedendo partire una persona, quantunque a me indifferentissima, considerava se era possibile o probabile ch’io la rivedessi mai. Se io giudicava di no, me le poneva intorno a riguardarla, ascoltarla, e simili cose, e la seguiva o cogli occhi o cogli orecchi quanto più poteva, rivolgendo sempre fra me stesso, e addentrandomi nell’animo, e sviluppandomi alla mente questo pensiero: ecco l’ultima volta, non lo vedrò mai più, o, forse mai più.”
E Paul Bowles, ne Il tè nel deserto:
“Poiché non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile; però tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia? – un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che senza neanche riuscireste a concepire la vostra vita – forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? – forse venti – eppure tutto sembra senza limite.”
Tutto molto allegro, eh? Si vede che un bevitore anziano come me è indotto a pensieri nostalgici.
Oggi le rare volte in cui stappo una bottiglia prestigiosa penso: “è il mio ultimo Richebourg? il mio ultimo Lafite?”. Mi rispondo di solito: sì. Dati i prezzi.
* mi scuso per la terminologia polverosa, oggi cameriere non si usa più

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