29 novembre 2016

Il vino genuino

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di Giampiero Pulcini

Mentre una notte se n’annava a spasso, la vecchia Tartaruga fece er passo più lungo de la gamba e cascò giù co’ la casa vortata sottinsù. Un Rospo je strillò: – scema che sei! Queste so’ scappatelle che costano la pelle – – Lo so: – rispose lei – ma prima de morì, vedo le stelle.
Trilussa

Ho sempre diffidato della definizione di ‘vino naturale’, trovandola generica al limite del fumoso. Preferisco, per dirla col Cavalier Maga, quella di ‘vino genuino’: equivalente per il vocabolario, impossibile da regolamentare ma meglio aderente a un’intima sostanza che scavalchi polverosi disciplinari e attestazioni da pagare un tanto al chilo. La genuinità attinge a monte: alla storia delle persone, al loro percorso in vigna e nella vita. Continua a leggere

21 novembre 2016

Tre o quattro moschettieri

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di Snowe Villette

Se state a penza’ che questa è na sviolinata a noi stessi medesimi, Accademici Alterati, state a penza’ giusto. Ma se ve piacciamo, continuate a legge’ che ne vale aa pena. De sti tempi semibui de novembre, ce vòle quarche solicello che illumini lo spleen autunnale. Continua a leggere

15 novembre 2016

Sagre & Fiere – 8

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Rubrica di informazione convegnistica
a cura di Federico Maria Sardelli

Opre (se il pampinoso crine di rugiadosi pomi vagheggiato darà il permesso), la magnifica, cosa dico, passabile Sagra del Riporto Di Capelli Che Parte Dai Peli Dell’Orecchio Coltivati Ad Arte E Fattigli Fare Un Giro Dalla Nvca Fin Sulla Pelata E Ritorno (A Premi) Sulla Basettona Sinistra Con Ciuffetto Assassino Che Ammicca Verso Il Ciglio Unico. Va da sé che per partecipare, oltre ad esibire un riporto eccezionale, è obbligatorio essere gelosissimi e anche un po’ vendicativi. Non sono assolutamente ammessi i riporti di peli della schiena, di peli della basetta ma, forse forse, possono passare quelli di peli del cazzo, vedremo di caso in caso. Continua a leggere

14 novembre 2016

Anteprima più di prima

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A infracostale richiesta una nuova puntata del sardelliano Sagre&Fiere. Domani nelli Alterati.
E pensare che esistono autolesionisti masochisti controseisti che se la perderanno. Poveretti.

9 novembre 2016

Mikhail Tal, esplosione di luce

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di Fabio Rizzari

Appassionati di scacchi, Maestri, Grandi Maestri giocano per vincere, o per godere di una guerra simulata. Solo pochissimi hanno portato gli scacchi a un’altezza superiore, dove il risultato conta meno o non conta nulla rispetto alla bellezza delle combinazioni. Mikhail Tal, da Riga, è il primo dei pochissimi. Oggi, 9 novembre 2016, ricorrono ottant’anni dalla sua nascita. Continua a leggere

7 novembre 2016

Trattato paracul-turale di percezione del gusto in treno

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di Gae Saccoccio

Sul treno per Fxxxxx.

Sono forse maturi i tempi per la chiusura di quel cerchio che ci ricongiunge ai dinosauri?
Morte clinica dello spirito. Cadaverizzazione dei cervelli.

Nipote in età pre-adolescenziale teatralmente effeminato e nonno in fase post-tombale – fantasmi di scolastici medioevali dei nostri temibilissimi tempi – con dotta erudizione disputano circa gl’accadimenti o i fatti del giorno relativi al Grande Fratello cioè il Magnus Frater. Continua a leggere

2 novembre 2016

Santi a cavallo

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Maremma in my mind

di Raffaella Guidi Federzoni

Si tratta di estate, di vacanze in estate, di vacanze di bambini in estate.
Si tratta delle mie vacanze estive da bambina durante gli anni sessanta del secolo scorso.
Si tratta di Maremma.
Allora eravamo dei privilegiati, due mesi interi lontani da Roma, una città denudata dal caldo, tutto chiuso, i pochi residenti rimasti si accontentavano del cocomero venduto ai baracchini. Noi bambini venivamo impacchettati con le biciclette e spediti al mare. Continua a leggere

25 ottobre 2016

La Dottrina Singolare o l’Arte Antica di Cucinar Scarti Ipogei nei Sotterranei in Vaticano*

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di Gae Saccoccio

“Non c’è cucina povera, c’è povertà.” K. V. D. Strozzo

Era ora, ed è subito trionfo mondiale, da troppi anni di vane attese e dopo avventurose vicende editoriali esce finalmente l’opera del maestro intrugliatore Kazzimir Van Der Strozzo, favoloso economo di cucina allo IORS. La DS è un’opera molto più che singolare che con toni da olocausto è stata subito definita dalla signorina Vaginetta van Der Strozzo, prozia squilibrata dell’autore: “…un Taj Mahal di carta, inchiostro e obbrobrio”. Era ora dunque, ma solo a partire d’adesso possiamo affermalo con una certa veritiera approssimazione che il libro c’è ma non esiste, ed è appunto proprio questo libro qua che sto sfogliando da 76 ore filate da pag. 1 a pag. 20090.

Imprescindibile, il ricettario ritrovato del Van Der Strozzo, ritrovato da un bamboccio in fasce dentro al solito cassonetto nei pressi di Strozzacapponi alla periferia di Perugia. N.B. [Seppure lo studioso di cose ragguardevoli, il Colero Spetazzoni della Regia Università di Secondigliano sezione di Poggioreale, ritenga: “senza ombra alcuna di dubbio” il ritrovamento essere avvenuto sì in provincia di Perugia ma a Bastardo però, sotto a quel tombino sempre intasato della ridente frazione di Giano dell’Umbria].

Soltanto l’epopea editoriale del libro – libro di cui tutti parlano ma che in verità nessuno ha mai letto e tantomeno ce ne fosse più di qualcuno che sapesse con sicurezza se e chi l’ha scritto per davvero – quest’epica culinaria dei nostri tempi brutti assai, meriterebbe fosse narrata da un Omero punkabbestia dei sobborghi di Tripoli strafatto per via endovenosa di metanfetamine, latte a lunga conservazione BIO, varechina (a dosi ben miscelate).

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Il ricettario del Van Der Strozzo esce dunque per i tipi del Nibbio Sgrullo (Castelpizzuto, Molise) e proprio in quella pregevole collana “I Pappagorgi” che vanta nel suo forziere pubblicazioni oramai di diffusione planetaria – non starò certo qui a ricordarle tutte e ottocentocinquantanovemila – ma valga a titolo d’esempio uno svelto florilegio di alcuni tra i titoli più significativi, astri fulgenti nella galassia Gutenberg della carta stampata (stampata con sputazza, fiele e zampe di gnu):

–   Tiramisù di lumache non spurgate;

–  Asfaltare sogni altrui e principesse anemiche in Mozambico;

–  Mungitore di tori d’Appalachia;

–  Seminai broccoletti in tutù;

–  Panzanelle d’odio nero;

–  Puttanella, tu!;

–  Il romano osservato, l’ambrosiano calvo, il banco riciclato, il pidduista contoterzista;

–  Sgrullate sull’altopiano;

–  Pappe e pippe per papponi con pepe in grumi;

–  Glottologia romanza in Paraguay;

–  Lasagnette di marzapane. Ma la P2 è: Piscio in Due?;

–  Vincere al Gratta-Vinci nel Caucaso e crepare il giorno appresso di tosse asinina;

–  Mai più senza foie-gras, trallalero e mandolino;

–  Coktails di scampi a Addis Abeba ma soprattutto come non ricordare quel best-seller intraducibile, a parte in swahili (o kiswahili) forse, intitolato:

–  Ho Copulato un Armadillo? (di Anonimo saudita) libro fondamentale all’evoluzione subumana intellettuale che due anni e mezzo fa hanno (hanno chi?) – a ragion veduta – spedito in una sonda spaziale affianco alle Goldberg Variatinionen nell’interpretazione di Glenn Gould (versione del ’55), oltre alle Rime del Burchiello, a un uovo alla kok, un ago spezzato privo di cruna (?), una foto di Pippo Sabaudo che succhia un Labrador, un peletto pubico d’Anna Karina, 3 chiodi arrugginiti, un preservativo rotto, una penna Bic rossa senza più inchiostro, un vibratore logoro d’avorio appartenuto alla nonna materna di Sandra Venerea di Milo (starlette del muto arcinota col nome d’arte: Dip Tröt), una mollica del pandoro Baculi con larva di bacarozzo inclusa e infine l’opera omnia di Hegel riscritta nel dialetto d’Ostuni**.

Ci sarà senz’altro qualche detrattore alla macchia del libro che va subito stanato, isolato, decapitato seduta stante su pubblica piazza a colpi di lamette da barba infette di salmonella. Ma insomma, penso di non sbagliare affatto nell’affermare che siamo tutti concordi fin da subito di quanto questo aureo ricettario debba essere salutato nell’imminenza quale Inno alla Gioia (An die Freude) urlato a squarciagola profonda e accolto a furor di popolo come un eccezionale documento d’epoca che abbraccia quasi il mezzo secolo ormai, dagl’anni del Boom economico fin quasi ai nostri grami giorni prolasso-rettali. Ultima ricetta nel libro – la ricetta num. 155.000 – è datata 31 Febbraio 2001: Ghiozzi negretti in salmì dei mari sempre avvelenati di Taranto.

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La Dottrina Singolare o l’Arte Antica di Cucinar Scarti Ipogei nei Sotterranei in Vaticano si attesta dunque come illustrazione analitica teorico-pratica che va ad arricchire la bibliografia già sostanziosa di suo dell’infida storia patria – o matria? – della cucina italiana. Non soltanto trascurabile curiosità per bibliofili, cuochi mentecatti, scalchisti tronfi, sciacalli ai fornelli, trincianti futili, bruciapadelle onanisti, farabutti in parannanza avvezzi all’Opera Nova del Celebrino (Venezia 1526), ma anche soprattutto la DS vale come dossier di psicopatologia criminal-giuridica, manuale socioeconomico d’anti-zooprofilassi che andrebbe infatti studiato oggi sia come memoria lombrosiana privata dell’autore che in quanto testo pubblico da cui – anche già ad una prima sommaria leggiucchiata delle oltre ventimila paginette – se ne possono ricavare miriadi d’informazioni utilissime interpretate in controluce alla fiamma ossidrica perpetua del tenebroso IORS (Istituto d’Ottusità e Ripopolazione degli Stolti).

Il libro, che poi non è uno proprio per niente ma accorpa a sé un paio di centinaia di volumi e tomi, intesse un reticolato vitale di ragguagli e indicazioni gastro-economiche gastro-sociali gastro-politiche gastro- antropologiche gastro-enteriche gastro-architettoniche gastro-massoniche gastro-alto-basso-finanziarie gastro-etiliche gastro-monetarie e di gastro-costume… e poi gastrobasta… ecchegastro!

Per evitare l’abuso indebito di questo spaziuccio recensorio, basti qui solo ricordare che “IL PATACCONE” (questa, a parere di chi scribacchia, l’ingiusta definizione del Lammerdier Vancú-Pijancú primo ed unico lettore della recensione al libro in codice morse nel BGM^), che “il pataccone” si compone appunto di centocinquantacinquemila fittissime ricette che definiscono lo scibile enciclopedico del Van Der Strozzo a testimonianza immortale di tutto quel suo ribollente microcosmo d’appartenenza sub-vaticana notturna dedita all’impasto antropofago, al riciclo, al reimpasto e alla trasformazione degli occulti scarti alimentari in miracoloso cibo di nutraceutica-intrugliona luce filosofale.
Eccone a seguire un excerpta, un lieve amuse-bouche di ricette, una listarella minima d’illuminanti esempi con indicazione della pagina per orientarsi nel ginepraio di questo vertiginosissimo, vomitevolesco, cancerogeno, coprofagico capolavoro pre-post-infra-alimentare destinato a diventare un caposaldo indiscutibile – e chi ne discute niente? – della SIPP (Spazzaletteratura Intergalattica Postumana cioè Postuma), sigla posteriore a qualsiasi forma di vita microrganica, pure la più infima, infame, infausta vitarella che sia data anche solo d’immaginare:

– Sciroppare deiezioni e catarri (pag. 8996)

– Andar per porcini in latrina al buio (pag.12323)

– Muchi e muschi (pag. 18982)

– Pinzimonio alla chissenestrafotte (pag. 490)

– Vivisezionaggio d’ale di mosca leccamerdiera (pag. 4)

– Salsicciotti al guano dei pipistrelli macerati in polveri sottili (pag.764)

– Sputacchi fermentativi e rosolii di lacrimeamare (pag. 33)

– Catturar scuregge in frittura (pag. 9008)

– Consommè alla Cardinalizia “rottinculla” con ovetti della civetta guercia (pag. 568)

– Carbonara con lerciume sotto l’unghie e sudaticcio d’ebrea ben poco vergine (pag. 763)

– Offelle di Cacalupo a scortico in punta di mannaia (pag. 234)

– Fumetto con parassiti di colibrì e succo di zanzare belle enfie di sangue tiepido mammiferigno (pag. 15390)

– Praline deliziose di fintociocco all’uso sferoidale degli stercorari (pag. 3012)

– Zuppetta “moelleux” alla spappolaminchia (pag. 4832)

– Ravanelli e patate con l’osso autogerminati nel bidet (pag. 1192)

– Scapece d’ostie secche in aceto d’aloe vera e foglie di pannocchia (pag.17909)

– Castagnaccio con stille di caffè freddo al cianuro e leggerissimi spruzzi di smegma (pag. 88)

– Quinto quarto del chierichetto subnormale in crosta di pidocchietti confit (pag. 7894)

– Acque stagne brulè aromatizzate al cloroformio e un pizzico di depositi ombelicali in ammollo (pag.5)

La voce più intimamente sincera del Van Der Strozzo – che sembrerebbe morto ad maiorem Dei gloriam e in perpetuo appagamento di tutti i sensi a causa di certe complicazioni dovute a dissenteria profusa vibrionica acidosa sifilitico diarreesca – emerge cristallina anche se esausta in una noterella a margine solamente alla fine dell’ultimo tomo del LXXXIII vol. (siamo a pag. 20090). Quindi, a chiarimento definitivo d’una estenuante disputatio ultratrentennale su un tema inesauribile contro il suo arcinemico necroforo gastro-intestinale di sempre, il polemicissimo Cavalcazzi Pirluto Fuffio Svacca riguardo alla scottante questione dei Pasticciotti bui al niente-nulla, così sentenziava infine – significativamente in grassetto – il nostro e forse anche un po’ vostro, se permettete, Kazzimir Van Der Strozzo:

{“Ora m’hai proprio rotto il cazzo!“}

*La recensione è apparsa originariamente in codice morse nel BGM“Bulletin Gastroentérologique Merdesque” (année 2016, Vol. XCIX La Rochelle) qui per la prima volta trascritta e presentata in ADA (Accademia Degli Alterati) per gentile concessione del Nibbio Sgrullo Editore, grazie alle intercessioni surrettizie dell’insigne colitologo Amintore Eustacchio Cacchella.

**Lasciamo alla fertile fantasia del lettore d’immaginarsi lo sgomento dell’organismo vivente eventuale intercettato nello spazio profondo che s’imbatta in questa sonda volante piena di tutto quel ben di Dio in essa contenuto.