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Francesco Beghi
Marco Bolasco
Giovanni Bietti
Fabio Cremonesi
Francesco Falcone
Ernesto Gentili
Giampaolo Gravina
Carlo Macchi
Alessandro Masnaghetti
Pierluca Proietti
Giampiero Pulcini
Gae Saccoccio
Marco Veneziani
L’etichetta pare del 1902, se non del 1802, ma il vino era del 2002. Con gli anni molti ricordi vengono rimpastati, smontati e rimontati, quindi non giurerei sulla nitidezza della mia memoria su certi vini.
Di bianchi di Borgogna, grazie alla divinità benigna, ne ho bevuti; e tra le bottiglie posso contare – senza scriverlo con la maniacalità del collezionista che cerca ossessivamente di arricchire il suo cursus honorum – pezzi rari e sublimi.
Alla fine di aprile di venticinque anni fa ero al Greppo. Non erano giornate normali, l’eccezionalità consisteva nei preparativi per la celebrazione del Centenario del Brunello. Le quattro bottiglie conservate in un luogo ristretto e scarsamente illuminato della cantina portavano scritta sulle etichette la data 1888. Il vino chiamato Brunello era sicuramente nato molti anni prima, ma quelle bottiglie erano la testimonianza più antica, ancora viva e presente. Per questo si preparavano ad essere ricordate.
Squaw Piedirosso, femmina con grinta
I quattro lettori che hanno colto la valenza umoristica dell’accostamento tra il nome di una squadra di basket universitario come Indiana e il vino Piedirosso mi esortano a desistere. «Lascia l’ascia e accetta l’accetta» è stato il commento più benevolo (vi risparmio gli altri). Proverò dunque ad alzare un po’ il tono.
Si cresce, enologicamente parlando, affaticati da un reticolo di norme vincolanti, dogmi, luoghi comuni. Si teme di passare per trogloditi se si sgarra dal galateo del buon bevitore e dal politicamente corretto (il territorio come nume tutelare e indiscutibile, ah quanto sono meglio i piccoli vignaioli, magari ottantenni, ah quanto è meglio il vitigno dimenticato, ah quant’è poetico bere nelle vecchie osterie di paese).
Poi ci si rompe i coglioni e si comincia a essere liberi; o almeno, un po’ più liberi.
Nei miei tempi lontani e giovanili lavoravo per un notissimo gioielliere romano, allora votato alla produzione di oggetti di altissimo artigianato e non ancora diventato un marchio internazionale del lusso. Condividevo l’ufficio con la gemmologa, cioè la persona addetta a scegliere le pietre preziose e semipreziose che sarebbero state incastonate nell’oro e nel platino per la gioia delle donne e la disperazione degli uomini e del loro portafoglio. Passavano su quel tavolo brillanti, smeraldi, rubini e zaffiri di diversa qualità.
Condivisione di un link molto interessante. Un volume che cercherò e leggerò con particolare curiosità. Sulle prime un po’ impegnativo il titolo, Servabo. Nell’ignoranza (però speranzosa e fiduciosa) dei contenuti, suggerisco i possibili volumi successivi: Lavabo (ricco di tesi per convincere gli enologi/star dei vini ipercostruiti a ripulire i loro rossi) e Placebo (sui benefici effetti psicologici dei vini dichiarati senza solforosa).
PS domani bel post della Guidi Federzoni su un tema filosoficamente complesso, a lungo dibattuto da mostri sacri quali Gino Veronelli.
Finita la settimana dei Primeurs di Bordeaux si tirano alcune precarissime somme. La prima: la vendemmia 2012 non è stata memorabile. Anzi. Sul piano climatico è stata catastrofica, né più né meno. Ma, sendo che nel bordolese si fanno vini d’assemblaggio, che le tecniche di cantina sono raffinatissime e che – in mezzo a ormai frequenti stagioni mediterranee – si tratta per molti aspetti di un’annata classica, i rossi buoni non mancano. Vanno capati dal mazzo. Per i bianchi secchi, al contrario, si tratta di una raccolta molto buona e a tratti ottima.
Non ricordo se era il 1980 o il 1981.
In famiglia mio padre era l’unico a bere vino, un bicchiere a pasto di bianco dei castelli romani, che il medico gli aveva prescritto e che lui acquistava nelle famose fraschette che si susseguivano senza soluzione di continuità lungo la strada che, attraversando Frascati e Monteporzio, si inerpicava fino a Montecompatri, dove avevamo casa. Ogni tanto provava a farmene bere, ma dopo diversi tentativi aveva rinunciato. Io preferivo la birra.
Ero astemio, di fatto, non per caso ma per scelta.