Archive for maggio, 2012

31 maggio 2012

Appendice enologica a La musica e il Risorgimento: Verdi e il vino

di Giovanni Bietti

Il rapporto di Verdi con il vino è strettissimo, e non è quindi un caso che le sue opere contengano alcuni dei Brindisi più celebri di ogni tempo: il Brindisi della Traviata, ad esempio, o “Innaffia l’ugola, trinca, tracanna”, la stupenda scena di ebbrezza all’inizio dell’Otello; per non parlare poi della figura di Falstaff, che passa metà del suo tempo nell’Osteria della Giarrettiera bevendo Xeres e maledicendo “gli osti che dan la calce al vino”.

Verdi era nato in una famiglia naturalmente legata al vino: il padre Carlo gestiva nel villaggio di Roncole una piccola Osteria con rivendita di vini; e la stessa attività esercitava, in un villaggio vicino, la famiglia della madre. Il legame con le sue terre (quelle che oggi vengono chiamate proprio le “Terre Verdiane”) e con i loro prodotti era quindi profondo e viscerale; e infatti, non appena ne ebbe la possibilità economica Verdi acquistò una vasta tenuta agricola a Sant’Agata – ancora oggi visitabile – e vi impiantò una intensa attività che dirigeva egli stesso, con grande energia e passione.

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30 maggio 2012

La musica e il Risorgimento

di Giovanni Bietti

È stato scritto più volte che prima di essere unita politicamente l’Italia era già stata unita musicalmente attraverso il teatro d’opera. Nulla di più vero: basta leggere il repertorio dei principali teatri attivi nella prima metà dell’Ottocento (la Scala a Milano, la Fenice a Venezia, il San Carlo a Napoli, per menzionare solo i tre più celebri; ma si potrebbero aggiungere i teatri romani come Valle, Argentina o lo scomparso Teatro Apollo, e poi Bologna, Firenze, Genova e molti altri ancora) per rendersi conto di come le opere circolassero attraverso l’intera penisola oltrepassando continuamente i confini tra i vari stati. Il teatro d’opera è insomma un fenomeno culturale tipicamente, peculiarmente italiano; e non è certo un caso che la nascita di un’”opera nazionale” nei vari paesi d’Europa sia sempre avvenuta per opporsi all’ubiquo teatro italiano: Schumann, ad esempio, dichiarava di dedicare una quotidiana preghiera alla nascita dell’opera tedesca, e indirizzava strali velenosi alla “leggerezza” e alle fioriture belcantistiche dei musicisti italiani, contrapposte alla solidità e alla monumentalità tedesca

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28 maggio 2012

Elenco provvisorio di luoghi comuni del vino – lista in aggiornamento

di Rizzo Fabiari

“I veri grandi vini sono i Borgogna e i rossi del Piemonte,
io bevo solo quelli”

variante del precedente
“I veri grandi vini sono i Borgogna e i rossi del Piemonte,
io bevo solo quelli, sennò al massimo vado sullo Champagne”

“I Bordeaux sono vini omologati”

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27 maggio 2012

Brutti in fasce, belli in piazza

di Raffaella Guidi Federzoni

Questo pezzo non dovrei scriverlo io, ma un cantiniere. Uno di quelli che durante la vendemmia fa le nottate per seguire le prime mutazioni che porteranno il succo d’uva iniziale al vino finale. Praticamente un’ostetrica. Non solo, una balia ed un tutore. A volte un infermiere.

Il cantiniere è quella figura che fa da sfondo alle visite in cantina e agli assaggi da botte di visitatori illustri o anonimi. Anche se ad indossarne le vesti è il proprietario, in questi frangenti la sua mansione di cellar master predomina. Parlo naturalmente di persone reali e non di macchiette. La cantina non è lo spazio adatto per simulatori o primedonne. Qui l’unico interprete è il vino, la sceneggiatura l’ha scritta la vigna, il regista è l’uomo. Il red carpet è situato altrove.

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25 maggio 2012

Obeso e felice

di Rizzo Fabiari

Hai voglia a pensare, e poi a commentare tra amici beoni, e poi a dire in pubblico, e poi a scrivere nei blogghe che i vini obesi sono tramontati. Che in Sudafrica spiantano chardonnay e piantano chenin blanc. Che perfino le più celebri firme d’Oltreoceano accennano timidamente ad abbassare i punteggioni dei rossi mangiaebevi mangiaemangia (magari da 97/100 a 95/100, ma sempre ad abbassare) e a togliere dal cassonetto e ad aumentare quelli dei vini agili, freschi, gastronomici (magari da 80/100 a 85/00, ma sempre ad aumentare).

La cruda verità, o meglio una delle verità del mercato attuale, ce l’ha messa davanti agli occhi plasticamente il buon Paolo Latini, uno dei responsabili dell’enoteca regionale Palatium di Roma, dove in queste ore svolgiamo gli assaggi dei vini laziali.

Provando un rosso nero e denso come la pece, oltraggiosamente strangolato dal rovere, immobile al palato come un ippopotamo immerso in un metro d’acqua, alla domanda: “ma da voi si vendono ancora vini così?” ha replicato con amarezza: “si vendono? vanno via come l’acqua. Non faccio in tempo a comprarlo, finisce subito e devo rifare l’ordinazione”.

21 maggio 2012

Il circo itinerante del vino

di Raffaella Guidi Federzoni

Un tempo si chiamava Wine Maker Tour, ultimamente si preferisce il termine Roadshow, ma sempre di quello si tratta: un insieme di produttori transumanti per la gloria e la borsa del vino.
Può essere organizzato da, come potrei dire, una casa editrice specializzata che mette insieme la crème de la crème di quanto dalla stessa viene giudicato degno e a caro prezzo portato a giro per il mondo. In questo caso la transumanza avviene a puntate e non tutta in una volta. Quindi per me non rientra nella categoria e nello spirito dell’autentico Roadshow.

Questo per essere tale ha bisogno di alcuni elementi indispensabili che vado subito ad elencare:
− almeno una quindicina di produttori di almeno quattro nazionalità differenti
− deve toccare almeno tre città differenti, una al giorno.
− eccezionalmente le città possono ridursi a due, ma devono trovarsi ad almeno mille chilometri di distanza l’una dall’altra.
− nel programma ci deve essere almeno una levataccia per prendere un qualsiasi aereo, treno, pullman.
– deve essere organizzata dall’importatore, che paga per questo. I produttori si pagano il viaggio, l’albergo ed eventualmente i campioni. Al massimo contribuiscono per una parte minore secondo accordi personali.

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18 maggio 2012

Fondi di bottiglia


Qualche anno fa si è svolta in un noto ristorante di Roma, La Pergola, una serata stratosferica e inarrivabile, durante la quale è stata stappata più o meno la metà dell’intero patrimonio mondiale di bottiglie d’epoca: per intenderci, i vini più “scarsi” erano Cheval Blanc 1934 e Clos Fourtet 1945. Tra i partecipanti, chef tristellati, collezionisti, grandi degustatori, uomini d’affari.

Non eravamo, ahimé, tra i fortunati commensali. Abbiamo avuto però la ventura di capitare il giorno successivo nel suddetto locale, che ancora scintillava di una debole luminosità residua, come dopo un’apparizione. Con l’aiuto del sommelier Marco Reitano (che è un amico e un collaboratore), abbiamo quindi potuto mettere il naso su qualche rimanenza, vale a dire nelle bottiglie lasciate dopo il sontuoso banchetto. Era con me Francesco Falcone, giovane ma già esperto collega che non ha bisogno di presentazioni, il quale a sua volta ha approfittato della rara eventualità.

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16 maggio 2012

Affinità elettive

di Giancarlo Marino

Ad un certo punto della storia di ciascun appassionato è quasi certo che si crei una particolare passione per un vino, di una certa zona o di un certo vitigno. Potrei citare la mia passione per la Borgogna, ma non è di questo che voglio parlare, perché in realtà il fenomeno può riguardare chiunque e qualsiasi vino: quello che per me rappresenta la Borgogna, può rappresentare il sangiovese per un altro o il nebbiolo per un altro ancora e così via.

Passione, certo, che a volte però può trasformarsi in una vera e propria fissazione. Gli esperti di psicoanalisi potrebbero spiegare che la fissazione è lo “stallo di una pulsione”: eludendo la ragione, la fissazione ci trascina nell’inconscio e impedisce la normale evoluzione degli stimoli, impedendoci il distacco dall’oggetto della stessa fissazione.

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