Comunità e terroir

di Giampaolo Gravina

Premessa

L’ispirato articolo che segue, firmato da Giampaolo Gravina, fa parte di un libro uscito in questi giorni, “Modigliana, Storie di gente, Appennino, vini”. Curato da Giorgio Melandri e impreziosito dalle evocative fotografie di Maurizio Gjivovic, il volume è un’ampia collezione di testi di autori diversi – più o meno specializzati nella critica enologica – su una terra del vino dagli esiti sempre più luminosi e convincenti, il distretto romagnolo di Modigliana.

Una terra duramente colpita dall’alluvione del maggio scorso: vigne franate, strade distrutte, intere porzioni del paesaggio sfigurate. E un gruppo di vignaioli chiamato a stringersi ancora di più intorno a un progetto basato non sulla ricerca del profitto – come ahinoi càpita non di rado nelle logiche consortili -, ma sulla tutela e sul rilancio delle proprie migliori qualità storiche e produttive.

Lo scritto di Giampaolo ci pare in questo senso particolarmente significativo: a una rigorosa e insieme gustosa pars destruens sul luogo comune del vino “che si fa da solo”, con il vignaiolo ridotto a spettatore “non interventista”, segue un’intensa peroratio del programma di “una comunità allenata a prefigurare scenari e a reinventarsi ogni giorno le proprie tradizioni”, che faccia vivere e tramandi “un sapere condiviso e anche continuamente ibridato e rimescolato”.
Un profilo ideale che si adatta bene alla comunità reale dei produttori di Modigliana.
Buona lettura.

Comunità e terroir

Il vino non “rispecchia” un bel niente, sarà bene intendersi subito. Perché se c’è un’affermazione fastidiosa (benché il più delle volte in buona fede) tra le tante che sentiamo continuamente pronunciate dagli artigiani del vino contemporaneo, riferita con enfasi perfino dai vignaioli più coscienziosi e accurati, è proprio questa: che il vino sia l’esito di un presunto “rispecchiamento” del territorio. Come se il sacrosanto proposito di ridimensionare gli interventi in vigna e in cantina, di bandire la chimica, di accompagnare il percorso del vino limitando al minimo sindacale coadiuvanti e manipolazioni possa assicurare, ipso facto, una specie di garanzia di trasparenza, di fedeltà alle radici, di corrispondenza identitaria.

E invece no. Le cose non stanno così. La radice è una crepa, l’identità è spesso un cocktail di baggianate buono per il Papeete. Il vino è un’altra storia. E l’idea di terroir, la prima codificazione del suo significato in relazione al vino, sono lì a ricordarcelo. Per avvicinarci a coglierne il senso, dobbiamo necessariamente transitare da un preventivo smontaggio di alcuni dei più insidiosi luoghi comuni che ne vanno distorcendo la comprensione. Primo luogo comune: l’alternativa secca tra produttore demiurgo e vignaiolo non interventista è un falso dilemma, o se preferite una fake news, una pseudo-verità. Per sradicarne l’equivocità e neutralizzarne le ripercussioni più deformanti basta tornare con un briciolo di umiltà a quella definizione, a leggerne il testo e ad ascoltarne gli argomenti.

      Il terroir è uno spazio geografico delimitato, nel quale una comunità umana costruisce nel corso della sua storia un sapere collettivo di produzione, fondato su un sistema di interazioni tra un luogo fisico e biologico e un insieme di fattori umani.

È il lavoro di una comunità a rivendicare qui un ruolo da protagonista, non le velleità creative del singolo vignaiolo, né tanto meno i suoi scrupoli di spettatore, che assiste rispettoso e inattivo al dispiegarsi degli eventi. È il processo di formazione di un sapere collettivo di produzione, inteso come un savoir faire, un saperci fare, le cui modalità e i cui strumenti vanno continuamente reinventati. La presenza del vino come fattore di civiltà nelle più evolute comunità umane va dunque iscritta sì all’interno di un orizzonte anzitutto culturale, ma nell’accezione schiettamente anti-dogmatica di una cultura materiale. Un orizzonte mobile, perciò provvisorio, dove esplorare la relazione con il genius loci alla ricerca di equilibri continuamente minacciati dall’insormontabile precarietà della condizione contadina.

E qui siamo già entrati a gamba tesa per contrastare un secondo luogo comune, a ben guardare non meno insidioso del primo. La comunità umana abita infatti una relazione talmente precaria con i luoghi del suo produrre, che quel “sistema di interazioni” che va elaborando non può permettersi il lusso compiaciuto di cristallizzarsi in un decalogo di competenze tecniche da assimilare, o di protocolli da seguire, più o meno pedissequamente. Al contrario – letteralmente al contrario: pedissequo è l’esatto contrario di originale – quel sistema di interazioni rivendica una necessaria e permanente ricerca di originalità, nell’accezione esplorativa suggerita dalla relazione con un’origine, dalle necessità dell’adattamento a un tempo e a un luogo, dalla plasticità dell’intelligenza.

Si torna così al vino: come il delirio di onnipotenza professato dall’enologia più tracotante e predatoria, così anche la retorica “non-interventista”, con tutto il portato anti-bellicista testimoniato dalle prime ricorrenze della parola, finisce spesso per essere altrettanto inadeguata e inservibile alla causa del terroir. Modigliana docet, quale esempio migliore? Se alla natura abbiamo dichiarato guerra (noi a lei, attenzione), che senso ha procedere da soli? In un mondo ideale saremmo tutti pacifisti, dediti all’osservazione partecipante, alle interpretazioni delicatamente rispettose e via così. Ma nel mondo reale, quando torniamo con i piedi per terra e con quella terra decidiamo di sporcarci le mani, se abbiamo fatto sì che il clima impazzisca, che il sole ci bruci i raccolti, che la grandine ci prenda a sassate e che l’acqua si rovesci a fiumi a inondare le nostre comunità, c’è poco da fare gli schizzinosi.

Serve per contro organizzarsi con le pratiche agricole virtuose di una comunità allenata a prefigurare scenari e a reinventarsi ogni giorno le proprie tradizioni. Serve fare argine con l’elaborazione processuale di un sapere condiviso e anche continuamente ibridato e rimescolato. Modigliana docet, nel senso che insegna a imparare insieme. Quell’“insieme di fattori umani” a cui nessun vino genuinamente territoriale potrà mai rinunciare.

Giampaolo Gravina

Foto di Maurizio Gjivovic

2 commenti to “Comunità e terroir”

  1. Avatar di Stefano Cinelli Colombini

    Lettura interessante, molto vicina a quanto dico da sempre sulla genesi del Brunello. Suggerisco però una osservazione; è vero che un vino (specificherei, un vino che si fa da molto tempo) è frutto del lavoro di una comunità, ma buona parte di quel lavoro corale è tanto reale e ben coordinato quanto inconscio. Così come gli stormi di uccelli virano per evitare il predatore senza mai urtarsi, in certe situazioni noi viticoltori lavoriamo istintivamente nella stessa direzione. Sono certo che i miei 300 colleghi produttori di Brunello sono convinti di agire solo per i propri ristretti e miopi interessi, ma so perfettamente che il Brunello che fanno è riconoscibilmente tale e di fronte a proposte di snaturarlo votano in modo bulgaro per salvarne la coerenza. Aderiscono nella quasi totalità al consorzio di tutela, fanno immensi investimenti insieme però non sono affatto cosci di lavorare insieme. E lo negheranno, se gli viene chiesto.

    • Avatar di Alessandro

      Mi permetto di darti del tu, e penso che In qualche modo il tuo contributo sublimi il concetto. Ognuno agisce personalmente ed individualmente all’interno di un contesto. E con le sue azioni contribuisce a consolidarlo, anche inconsapevolmente. Oggi più difficile parrebbe proprio l’opera di creare il contesto in un clima moderno volto all’individualismo ma poi alla fine nel mondo agricolo il concetto della non utilità di essere porsi come monadi è più chiaro che in altri. Non credo che l’identità di montalcino come la la conosciamo oggi si sia consolidata senza frizioni fratture sterzate individuali ma quel contesto una volta creato disegna un cammino . Ne rappresenta una sorta di stella cometa. Penso al melograno, che rappresenta un simbolo di unità nella diversità. Che le comunità possiedono anche quando il contributo di ciascuno è individuale ma poi arricchisce la molteplicità. Quasi per inerzia come sottolinei . Ma alla fine è li. Ed è un filo ideale potente perché personale ma in fondo condiviso.

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