
di Fabio Rizzari
Una frase di Rabelais apriva ogni edizione della guida I Vini dell’Espresso nel periodo in cui la curavo con Ernesto Gentili: “bere senza pensarci è come non bere” (Gargantua e Pantagruel, 1532).
Era stata scelta per esprimere in estrema sintesi l’idea che un vino – ogni vino, o quasi – meriti di essere pensato. E meglio: meriti di essere assaggiato pensandoci. Non mi pento di quella scelta, per una guida dei vini è un’esposizione programmatica coerente, e anche ovvia.
Oggi la vedo diversamente. Sempre più spesso, quando bevo un vino, ho voglia di berlo e basta.
Senza svolazzi enomaniacali, per cominciare. “Mi sarei aspettato una grana tannica più fine”, “il cru dà di solito rossi più complessi”, “con l’ossigenazione il sauvignon tende a scindersi dal taglio finale e a galleggiare per conto suo”.
Senza che arrivi in automatico l’apertura dell’archivio mnemonico delle bevute precedenti, con relativi paragoni, rimandi analogici, differenziazioni.
Senza immergermi in un palleggiamento di sentenze dotte o pseudo dotte con l’impallinato di turno, in una sorta di competizione tra galletti (“Reignots può soffrire di clorosi, tanto è alta la percentuale di calcare attivo”, “maddai, da quando è stato ripiantato nel 1968 il portainnesto scelto ha ridotto quei rischi, casomai il cru può soffrire per la densità di impianto troppo elevata, 17mila ceppi per ettaro”).
Senza affliggere gli altri commensali, a cena da amici, con un ampia dissertazione sulle vigne chiantigiane.
Quando ho intervistato Nigella Lawson, un quarto di secolo fa, lei mi disse con saggezza: “noi inglesi non parliamo mai di vino a tavola, ci sembra una cosa da francesi”.
Bere dunque come pausa di felicità semplice e magari silenziosa, come diritto all’oblio, e non necessariamente per rimuovere pensieri, accadimenti, circostanze deprimenti.
Oggi vorrei che Rabelais, un Rabelais contemporaneo (che so, un Rino Rabelais, un Giuseppe Rabelais) sentenziasse: “bere senza pensarci è tecnicamente possibile, per certi versi raccomandabile, in ogni caso non condannabile”.
Sarebbe un aforisma molto meno poetico, ma io lo sottoscriverei.

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