
di Raffaella Guidi Federzoni
Per entrare in quello che sto scrivendo c’è bisogno di un antefatto, che è il seguente: circa un paio di decenni fa ero seduta su di una panchina, ferma a guardare un mare liscio e pigro, in attesa di una barchetta che ci avrebbe traghettato fino all’isola di Mozia, la quale sembrava vicinissima come spazio e molto lontana come tempo.
