Uomo libero, tu amerai sempre il mare!*

di Raffaella Guidi Federzoni

Per entrare in quello che sto scrivendo c’è bisogno di un antefatto, che è il seguente: circa un paio di decenni fa ero seduta su di una panchina, ferma a guardare un mare liscio e pigro, in attesa di una barchetta che ci avrebbe traghettato fino all’isola di Mozia, la quale sembrava vicinissima come spazio e molto lontana come tempo. Un poco a destra, disegnata da Van Gogh si stagliava la sagoma di un mulino a vento, imperturbabile nel sole mediterraneo di un mezzogiorno estivo.

Rimasi stupita che intorno non ci fosse nessuno, a parte i miei familiari. Folle, orde, greggi in quel momento affollavano gli Uffizi, il Louvre, Disneyland Paris, mentre nel luogo più metafisico del globo terraqueo, non si avvertiva alcuna presenza umana. Poi arrivò l’omino, ci caricò e la barca partì. Il resto della giornata rimane sfocato nella memoria, ma non l’immagine vivida di quel paesaggio trascendentale eppure fortemente materico.

Torno presente sulla terra e inizio ad assaggiare un vino che ha sull’etichetta il disegno di quello stesso mulino a vento.

L’assaggio durerà circa ventiquattro ore, operazione necessaria per capirlo, trattandosi di un vino giovane da poco imbottigliato. Ad accompagnarmi il mio coinquilino da decenni, il quale a differenza di me ha un palato privo di pregiudizi vinosi, che ha sentenziato da subito “Questo è un vino siciliano.”

Direi di partire da qui: cosa diavolo vuol dire “un vino siciliano”? La Sicilia non è solo l’isola più grande del Mediterraneo, è anche un continente variegato dal punto di vista dei suoli, del clima, dell’altitudine, dei vitigni, della cultura, eccetera eccetera.

Quello che è onnipresente è il sole, cioè calore e asciuttezza. A seguire c’è il mare – seppure a volte lontano ma mai del tutto distante -. Il mare, cioè sale e vento.
Nel vino assaggiato c’è tutto questo: calore, asciuttezza, salinità, freschezza. Più un’aromaticità tutta particolare in cui le zagare legano insieme altri fiori e frutti.

Colore giallo paglierino carico, un poco attenuato dopo qualche ora.
Naso: zagare, bergamotto, fico bianco dolce e delicato, albicocca; come sfondo rosmarino e salvia. Leggere e gradevoli note simil-ossidative che nel corso delle ore scompaiono.
Bocca: sapidità spinta ma non preponderante, bell’equilibrio senza alcuna cessione nel medio palato, alcol sotto controllo, sorso slanciato, pieno e lungo.

Un vino giovane nel suo sviluppo, ma proveniente da vigne che hanno dai cinquanta agli ottanta anni. Quindi un vino adolescente, ma con tutti i geni derivanti da una completa maturità: complessità, pienezza e permanenza.

Un vino a mio giudizio molto buono tendente col tempo a diventare squisito, pieno di carattere ma senza spigoli, con una leggera presenza di legno non invasiva che lo incornicia con una struttura necessaria per completare l’aromaticità. Sicuramente è meglio berlo con cibo – a scelta fra quasi tutto, meno i cereali o il muesli -. Beneficerà di altri sei, otto, ventiquattro mesi in bottiglia.

Il vitigno è grillo “original” – figlio di cataratto e zibibbo -.
L’annata è la prima prodotta, la 2023.
La vigna al momento copre una superficie di circa 2 ha.
Le bottiglie prodotte sono poco più di 4.000.
Il prezzo su scaffale è all’incirca di 55-60 euro.

La zona, udite, udite, è la Riserva dello Stagnone a qualche decina di metri dal mare.
Chi fu quel folle che tanti anni fa piantò vigne nella sabbia, in uno stagno?

E chi sono quei folli che hanno deciso di provarci di nuovo?

Liberiamoci dai pregiudizi superficiali e guardiamo alla storia di almeno un paio di secoli, perché in questa zona – Lo Stagnone – le viti di grillo erano piantate per utilizzare l’uva nel Marsala pre-british. Il motivo della loro longevità e qualità sta nella posizione con alle spalle colline contenenti una vena di acqua dolce che si incontra col mare proprio lì, dove solo a due metri di profondità esiste una stratificazione calcarea che fa da schermo al sale ma conserva la giusta umidità. L’escursione termica fra giorno e notte deriva anche da questo, cosicché le uve si abbronzano ma non si bruciano.

Il fattore umano fa il resto e qui mi permetto una digressione.
In anni recenti nel campicello italico vinoso sono accaduti tre eventi al di fuori dell’ordinario: tre italiani hanno ottenuto il prestigioso titolo di Master of Wine. Lo hanno ottenuto sputando sangue e soldi, testardi e tenaci hanno studiato e lavorato sodo per anni, rubando tempo ad affetti e tempo libero.

Tutto ciò da alcuni viene guardato con sufficienza, si sa “in Italia si perdona tutto tranne che il successo”**; l’aggiunta di MW dopo il nome e cognome puzza di mercato, addirittura di marchetta, persino di incompetenza e superficialità nell’assaggio. Ci si dimentica che questa istituzione è nata in terra britannica – cioè in terra di mercanti -proprio per favorire e incrementare non solo la conoscenza del mondo del vino, anche il giro di soldi che esso produce.

Troppo a lungo è mancata l’Italia, con la conseguenza che i nostri vini sono stati trascurati dal club degli happy few. Ora da zero ci sono ben tre MW nostrali e altri ne arriveranno perché il soffitto di cristallo si è finalmente infranto.
Si dà il caso che i tre valorosi siano anche molto amici, lo sono diventati studiando e preparando gli esami insieme, incoraggiandosi e aiutandosi. Hanno continuato a esserlo a tal punto da unirsi per un progetto che li ha portati – dopo varie ricerche altrove – a comprare piccoli appezzamenti di vigna all’interno della Riserva dello Stagnone. Adesso è uscita la prima annata della loro creatura, il vino che ho descritto e assaggiato.

Accanto a questo si è formato un altro progetto complementare: un’associazione che si chiama Salt West e raggruppa alcuni piccoli vignaioli della stessa zona. A questi tre va aggiunto un quarto valoroso, il quale si muove da tempo dietro le quinte ma la cui presenza è essenziale, una sorta di Richelieu in senso positivo. I nomi li trovate in fondo, due sono di nativi montalcinesi e viene da chiedersi ”Ma non potevano fare lo stesso a casa loro, invece di andare a infognarsi in un’avventura rischiosamente ambiziosa?”
No, non potevano, perché agli audaci non piace vincere facile.

Mi siedo di nuovo sulla panchina, augurandomi di essere raggiunta da altri curiosi sognatori, amanti del vino, della storia e di quel certo nonsoché quasi immateriale che rende l’esistenza ancora valevole di essere vissuta.

Officina del Vento 2023
Gabriele Gorelli MW, Andrea Lonardi MW, Pietro Russo MW, Michele Machetti (Richelieu)
info@officinadelvento.it

*Charles Baudelaire

**Enzo Ferrari

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