
Introduzione all’introduzione
(alterata, speculare e simmetrica)
(cfr qui)
Ben prima che ne scrivesse Elena Ferrante, ho da molti decenni – dai primi anni Settanta – la fortuna di avere un’amica geniale, Floriana d’Amely.
Critica letteraria per anni, docente di Italiano e Storia (non necessariamente in questo ordine), coltiva la passione del canto popolare e politico e dello yoga. Nel novembre scorso pubblica Egopuntura, sua prima opera in forma di volume stampato.
Il giorno 27 febbraio 2026 (dopodomani, per chi legge oggi; oggi, per chi leggerà dopodomani; ieri, per chi leggerà sabato; eccetera) il libro sarà presentato presso il Clivo Bistrot, Via del Clivo Rutario 63, Roma.
Arricchiscono Egopuntura le elaborazioni grafiche della sorella Daniela, a sua volta dotata di eccezionale brillantezza, ma in campo visivale/pittorico/ottico.
Qui si riporta un ampio estratto di Egopuntura, preceduto dalla relativa introduzione. Buona lettura.
F.R.

di Floriana d’Amely
Introduzione
Egopuntura è la storia di un prima e di un dopo, di un benessere perduto e poi faticosamente ritrovato. È il racconto della cura di una patologia non grave, anzi assai comune, che è passata tuttavia attraverso le sabbie mobili del dolore, della difficoltà a camminare, di terapie lunghe e invasive; e, presto, dello sconforto: almeno fino all’incontro con l’agopuntura e alla rapida soluzione del problema, se non altro in termini sintomatici. Ed è quindi in controluce anche il racconto di due diversi modi di intendere la cura e di interpretare la medicina.
Ma Egopuntura è anche il racconto per sovrapposizioni emotive del dialogo fra differenti luoghi di cura, in particolare tre ‘lettini’ terapeutici: quello dell’agopuntura, quello analitico e quello dello yoga, il tatami: un dialogo tra corpo e mente intessuto di epifanie, intersezioni e cortocircuiti sensoriali cui la scrittura ha cercato di dare voce, pur essendo consapevole di non poter ‘squadrare da ogni lato’ ciò che vive solo nelle smarginature dell’esperienza. Il testo è accompagnato da alcune immagini che appartengono intimamente alla narrazione, poiché ne approfondiscono in chiave figurativa e cromatica gli stessi sconfinamenti sinestetici.
***
“Allor si mosse, ed io li tenni dietro”
(Dante, Inferno, I)
Dunque è la stessa varietà cangiante degli oggetti e degli arredi presenti in ogni angolo di quel singolare studio fiorentino a suggerire al paziente in forma subliminale, ovvero in una sorta di costante sottotesto iscritto nell’assoluta assenza di elementi seriali o standardizzati, di non anchilosarsi nella postura del dolore, di non farne la propria identità, ma di confrontarsi con le infinite possibilità di esistere cui quella varietà di oggetti rimanda. Questa percezione, latente fin dalle prime sedute, mi apparve chiarissima entrando per la prima volta nella stanza di poppa, la cabina armatoriale del vascello di Cracolici, quando, a un certo punto della cura, mi aveva proposto di riallinearmi i chakra.
Seduta a gambe finalmente e nuovamente accavallate nella stanza Nera, dove avevo aspettato che iniziasse l’agopuntura, lo ascoltai inevitabilmente perplessa all’idea di lavorare sui chakra anziché sulla gamba, data la mia storica ritrosia razionale, al di là dell’istintiva fascinazione, a fare i conti con il concetto di ‘energia’, ma risposi subito di sì: il suo sguardo limpido mi chiedeva di affidarmi. “Però dobbiamo spostarci nel mio studio”, mi disse alzandosi. “Seguimi”.
Ed io lo seguii, superando quella ritrosia, senza tuttavia nascondere a me stessa l’impressione infantile di essere stata in qualche modo promossa, cioè ‘eletta’ a un grado superiore di conoscenza, come quando il Maestro mi aveva scelto per mostrare al gruppo la sequenza di un esercizio finalizzato ad abbandonarsi con fiducia alle mani del compagno con cui si sarebbe lavorato quel giorno. L’una dietro l’altro percorremmo il lungo corridoio a me già noto, ma ben oltre le colonne d’Ercole della porta d’ingresso, che avevano segnato fino a quel momento l’inizio di una zona a me ignota e perciò piena di mistero.
Quando entrammo in quello studio oltre la soglia del mondo conosciuto, entrai in effetti in un mondo altro: la stanza era molto ampia, ma pareva addirittura illimitata, come se le pareti fossero in realtà degli assi cartesiani potenzialmente infiniti per profondità e altezza. Lungo l’ascissa si affastellavano oggetti di diversa natura senza alcuna gerarchia nella disposizione: un tavolino basso, un tavolo grande ingombro di piccole statue e vasi bianchi e blu di diversa grandezza, un baule in tutto simile alla cassa di un tesoro, un lettino, alcune sedie, piante rigogliose e altre sopravvissute alla meglio; lungo l’ordinata, invece, oltre a due o forse tre librerie alte e chiuse da ante a vetri e ad alcune divinità dai corpi a grandezza quasi umana, campeggiava al centro della stanza una sedia dalla seduta molto bassa e dallo schienale alto fin quasi al soffitto: dov’ero capitata? mi sembrava di essere Riccidoro nella casetta degli orsi, dove tutto era o grande grande o piccolo piccolo, oppure Alice in una versione asiatica del paese delle Meraviglie; ma anche Mowgli tra le rovine del tempio induista invaso dalla vegetazione della giungla.
Non sapevo davvero dove posare lo sguardo, anche se il quadro di un deserto, assai più addomesticato di quello appeso in sala d’attesa, mi attirava verso la parete di fondo, verso i colori pallidi di quest’altro deserto. E però la sedia, quella insieme altissima e bassissima, mi catturava costantemente lo sguardo: mi ci volevo sedere o volevo arrampicarmici? Non lo so. So solo che volevo in qualche modo spostarla dentro di me, lasciarla entrare e indossarla per sempre, come una nuova colonna vertebrale finalmente dritta.
Mi sdraiai intimidita sul lettino, come se fossi un corpo estraneo, e non del tutto sicura di potermi comportare come sui lettini delle altre stanze; così iniziai lentamente e quasi con circospezione a guardare la stanza dalla posizione supina, quindi da un’altezza diversa da quella con cui il colpo d’occhio l’aveva vista all’inizio: un’infinita teoria di statue dai volti ora impenetrabili ora accoglienti si sporgeva dall’alto delle librerie e mi guardava, non certo incuriosita ma nemmeno giudicante.
Chi sono costoro? Numi tutelari? Geni, Lari, Penati? O piuttosto Budda, Kali o altre ambigue figure di quel pantheon tanto remoto, ma di cui in qualche modo riconoscevo la voce, se non le parole? In un angolo, accanto alla porta di ingresso, un piccolo crocifisso mi ancorava a qualcosa di noto mentre il lettino, abbandonato alla corrente della stanza, mi lasciava scorrere con lui da un volto all’altro.
Cracolici entrò sorridente e mi sistemò gli aghi nei punti corrispondenti ai chakra, oltre che su gamba e piede sinistro, che come il crocifisso nell’angolo costituivano per me una sorta di corpo morto a cui affidare di volta in volta, nella sempre diversa geografia degli aghi, la garanzia di un corpo vivo; quindi mi invitò a godere di quell’ambiente tanto ricco di energie e di risonanze e mi lasciò sola. La parola ‘energie’ mi provocò immediatamente la consueta vampata di scetticismo, ma ‘risonanze’ la temperò subito di un refolo fresco: se non avevo ancora imparato a confrontarmi con il concetto di energia, in quei mesi – e fin dalla prima seduta – avevo però sicuramente imparato a captare e a decifrare le risonanze diverse che da quel luogo ogni volta mi arrivavano.
Mi abbandonai agli aghi e agli echi. Accanto al lettino, alla mia sinistra, un foglietto attaccato chissà quando sul vetro della libreria invitava all’ascolto, mentre a destra si apriva allo sguardo l’intrico di piante e oggetti di quella anomala giungla: provai a chiudere gli occhi nel tentativo di tenere insieme quell’invito a percepire energia e risonanze con l’esuberanza degli oggetti che sembravano invece impedirlo.
Ascoltavo i diversi volti che in forme ora umane, ora divine o animali parlavano tra loro dall’alto delle librerie, in dialogo con le voci che uscivano da ognuno dei libri stipati quasi a forza dietro i vetri: voci vicine, lontane o addirittura remote, che in un coro appena percettibile restituivano l’interezza della complessità diacronica e sincronica dell’esistenza, l’incrocio tra l’ascissa dell’umano e l’ordinata del divino, dove riuscivo a sentire lo snodo della mia stessa esistenza. E tuttavia quella polifonia, tanto diversa dall’asettica monodia degli studi medici che avevano indagato le mie vertebre a una distanza tanto ravvicinata da non vederle più, o comunque da non vedere me, mi diceva che quello snodo non era collocato necessariamente in un luogo definito una volta per sempre, ma che poteva scorrere lungo quegli assi e creare funzioni diverse.
Quella stanza, la sua stessa natura oniricamente eterogenea, mi offriva – a sentirla – la possibilità di esistere in una dimensione non fissata una volta per sempre: a non essere solo la mia gamba o un’ernia tra L5 e S1, e nemmeno soltanto la mia storia (la mia famiglia romana, poi quella senese, e poi ancora la fine dell’una e dell’altra), ma anche una figura intera e ulteriormente plasmabile; non sentirsi considerati solo una vertebra o una spalla consente infatti di non imbrigliarsi nella sola dimensione della malattia e nel ruolo del paziente, ma anzi di tentare passi benché sghembi sulla strada accidentata della normalità.
Se il paziente qui si interpreta come si interpreta un quadro di Picasso, pensai, cioè in maniera non solo frontale ma anche poliprospettica, allora le stanze che in via F. Crispi 14 si aprono lungo il corridoio, col nome di un colore indicato sulla porta, rappresentano forse, da un lato, le diverse possibilità di essere di chi lì dentro via via si sdraia per ricevere la cura e, dall’altro, le diverse fasi del percorso terapeutico, come i periodi blu o verdi di Picasso…
Quando Cracolici rientrò nello studio per sapere com’era andata, io gli risposi che avevo avuto l’impressione di viaggiare; e benché non gli avessi detto che avevo esplorato una nuova dimensione sugli assi cartesiani del tempo e dello spazio, lui mi disse che viaggiare in quella stanza era “naturale, perché quella stanza è un’astronave”. L’energia non so, ma le risonanze erano evidentemente arrivate; per cui, ricevuta in quello studio anche all’incontro successivo, vi entrai forse con meno soggezione, ma certo con l’identica emozione. Dove mi avrebbe portato questa volta l’astronave?
Entrai dunque di nuovo in quello studio ma con cautela, come se non volessi disturbare il mistero della sedia dalla seduta bassa bassa e dallo schienale alto alto che mi aspettava al centro della stanza, maestosa e infantile a un tempo. Erano stati per me giorni difficili, di dolore e di rassegnazione: il divorzio era ormai alle porte ed io – come la sedia – mi sentivo improvvisamente alta e adulta, ma anche bassa come una bambina, e dimenticata; che cosa avrei dovuto fare? trovare riparo sulla seduta bassa bassa o cercare di inerpicarmi verso le altezze dello schienale?
Cracolici mi chiese come stavo: gli risposi che la gamba aveva avuto qualche allarmante forma di presenza, che tuttavia era rientrata: “bene”, disse lui, “vuol dire che il corpo ha imparato a difendersi”. Anch’io avrei allora imparato a difendermi dal divorzio? Sarebbe stato ostico come sentire in Tribunale, all’atto della separazione, la lettura dei nostri nomi, anzi cognomi e nomi (come prevede la scure burocratica quando piomba sulla fragilità delle cose umane, prosciugandole della loro intensità), e le date di nascita scremate dei 34 compleanni festeggiati insieme, e l’indirizzo da due anni non più comune (Lucerena, ridotta, senza più luce, alla sola rena), oppure gli anni intercorsi, il lungo cammino della sopravvivenza e poi della vita mi avrebbero reso più forte davanti alla sentenza definitiva?
Chi lo sa, ma certo quel commento sulla mia gamba (“vuol dire che il corpo ha imparato a difendersi”) mi fece bene, come se lei si fosse finalmente ricollegata al resto del corpo ed io al mio destino. Pensai allora alla grande fatica che facevo da bambina ogni volta che dovevo rimettere a posto la gamba di una bambola quando si staccava dal buco di plastica in cui era inserita ma anche alla gioia di quando, nel tempo, ero riuscita a escogitare una tecnica per farcela rientrare senza sforzo. Sarebbe stato così anche questa volta?
Egopuntura, pp. 78-85

Lascia un commento