Annata e ritorno

Almanacco di Borgogna

O “del momento giusto”

di Giancarlo Marino 

Prima ancora di mettermi a scrivere questo articoletto sapevo già come lo avrei concluso: non dobbiamo aspettare il momento giusto per fare qualcosa; facciamolo ora, subito, perché il momento giusto non esiste. Sono infatti convinto che rimuginare troppo a lungo su una decisione da prendere spesso non aiuta a prendere quella giusta al momento giusto.

Dopo aver letto quanto ho scritto, probabilmente avrete qualche elemento in più per fare la cosa giusta. Ma resto convinto che sia meglio sbagliare seguendo il proprio istinto che fare la cosa giusta solo perché lo abbiamo letto da qualche parte.

Le righe che seguono sono quindi dedicate a quei due o tre lettori che non si sono lasciati convincere dalla premessa.

Il tema è quello della scelta della annata di un vino, dal momento che avete deciso che questa sera si beve Borgogna *.

Potrebbe essere utile, per cominciare, ricordare la nota regoletta borgognona secondo cui si può aprire un rosso di Borgogna nei suoi primi tre o quattro anni di vita**, di lasciarlo tranquillo tra il quarto e l’ottavo anno, per tornare quindi ad aprirlo dal nono anno in poi. Potrebbe, dicevo, ma le cose non sono mai semplici come sembrano, e lo sono ancora meno in Borgogna, dove la regola è l’eccezione. Niente regolette, quindi, ma solo qualche impressione ricavata dalle prove sul campo sulle ultime quindici annate in commercio.

1998
Probabilmente un appassionato di scuola anglosassone consiglierebbe di attenderne ancora l’apertura. Non avendo la medesima passione per tutto ciò che è decadente, il mio consiglio è invece quello di non indugiare, village o grand cru che sia. Soprattutto i vini di rango superiore (grand cru e 1er cru di nobile origine) e dei migliori produttori, continueranno a vivere gloriosamente negli anni a venire, avendo ormai raggiunto, dopo aver superato tutte le salite, le discese e gli ostacoli disseminati lungo il percorso, una tranquilla velocità di crociera. Non penso però che miglioreranno; modificheranno semmai il loro profilo accentuando, presumo, quel carattere autunnale che è proprio dell’annata. Attenda, se vuole, chi ha amato Les Feuilles Mortes di Prevert e non teme il rischio che i ricordi si trasformino in rimpianti.

1999
Solo un anno in più, ma una storia completamente diversa. Le denominazioni regionali e comunali vivono oggi una fase di splendore, integro e vitale, compiuto e consapevole. Per grand cru e 1er cru la faccenda si complica. Vini come Chambertin di Rousseau, Bonnes Mares di Roumier, Musigny di Comte De Vogue, Nuits St. Georges 1er cru Les St. Georges di Gouges, chiedono di poter riposare in cantina ancora qualche anno per liberarsi dell’ingessatura di una annata “grande e grossa”. Vini come DRC Romanée Conti e Romanée St. Vivant, Grands Echezeaux di Engel, Chambolle Musigny 1er cru Les Amoureuses di Roumier o, per tornare a i vini dal prezzo umano, i Volnay e Pommard 1er cru di Voillot, già da qualche anno brillano come i fuochi di artificio di fine anno e non c’è motivo di attendere oltre.

2000
Annata “tenera”, una di quelle per le quali la regoletta della fase di chiusura tra il quinto e l’ottavo anno avrebbe ancora meno senso, dato che non ricordo di aver mai trovato un vino che abbia attraversato un periodo di chiusura. Perfino uno degli esemplari di maggiore struttura e normalmente bisognoso di lunga attesa, DRC La Tâche, è rimasto sempre in servizio permanente effettivo, non avendo ma smesso di diffondere effluvi oppiacei come neanche nella fumeria cinese di C’era una volta in America. Tranne poche eccezioni (tra cui il citato La Tâche), i rossi del 2000 sono acquerelli di fine ’800: pochi, sapienti tratti che stimolano l’immaginazione piuttosto che indurre alla contemplazione del dettaglio. Da stappare senza remore e ritegno, con animo sereno e rilassato, nessun vino escluso.

2001
Annata eterogenea come poche altre. I miei assaggi hanno alternato grandi vini (concentrati per lo più in Côte de Nuits) a vini deludenti (per lo più in Côte de Beaune). Ma è annata tipicamente “didattica”, per gli amanti del terroir: l’aderenza territoriale è in questo caso così evidente che più di qualche appassionato (tra cui il sottoscritto) ha lungamente preferito questa annata alla successiva, oggi posso dire sbagliando. I vini sono arrivati pressoché tutti all’apice dell’evoluzione e le rare eccezioni (alcuni vini vinificati a grappolo intero, tra cui ne ricordo alcuni di Dujac e Leroy) non giustificano una attesa ulteriore anche se probabilmente avranno lunga, se non lunghissima, vita.

2002
La differenza con il 2001 la sta facendo, dopo oltre dieci anni di bottiglia, la maggiore purezza e integrità del frutto. Se la potenzialità dei vini del 2001 è ormai abbastanza chiara, quella dei vini del 2002 non lo è ancora, almeno secondo me, anche se è ormai evidente che si tratta di annata superiore. Ricordo diverse bottiglie di Clos des Lambrays, affascinante e fruibile fin da subito ma in continua, splendida evoluzione, e ugualmente i grand cru di Gevrey-Chambertin di Rossignol-Trapet. Ma anche vini come La Romanée di Comte Liger-Belair o come il Clos Vougeot v.v. di Château de la Tour, che hanno richiesto qualche anno di attesa e che stanno ora entrando in età matura. Per finire con vini come lo Chambertin di Rousseau, con margini impronosticabili di ulteriore progresso. Propendo per stappare di tutto, anche se potrebbe capitare di trovare qualche vino ancora non all’apice dell’evoluzione e ce ne faremmo, nel caso, una ragione.

2003
È probabilmente l’annata di cui mi riesce più difficile parlare, per il timore di dire fesserie. Nei primi anni la maggior parte dei vini mi hanno ricordato più il Rodano che la Borgogna, e ho smesso quasi subito di berne. Più recentemente mi è capitato di provare qualcosa (da ultimo un Echezeaux di Confuron-Cotetidot) e, pur trovando mitigati gli eccessi di gioventù e il timbro dell’annata, è stata rinforzata in me la convinzione che si tratti della annata meno “borgognona” tra quelle considerate. Però (c’è sempre un però in Borgogna), molti produttori in là con gli anni, di cui mi fido ciecamente, mi hanno detto che il profilo dell’annata 2003 assomiglia molto a quello della mitica 1959. Chi, tra i più giovani e i più ottimisti, ha avuto la fortuna e il privilegio di bere recentemente qualcosa di quella annata, avrà già deciso di conservare in cantina qualcosa del 2003. A parte le aperture per “scienza e conoscenza”, personalmente non aprirei nulla.

2004
Stappare, stappare, stappare. Mi è capitato, assai raramente, di trovare qualche 2004 ancora non completamente espresso, ma c’è più di un buon motivo per non attendere ancora. Il problematico andamento climatico ha portato in dote una scarsa maturità dell’uva e ha così “timbrato” il profilo aromatico dei vini. Tra i termini più usati per descriverne i profili aromatici, troverete quelli di cimice, di geranio, di minestrone, di cicoria (nelle versioni nature e ripassata in padella…), e via di seguito sulle ali dell’immaginazione. Il dato certo è che le note verdi hanno contraddistinto, dove di più dove di meno, tutti i vini. Questo non vuol dire che sia impossibile trovare qualcosa di degno (dovendo spendere una parola buona per un produttore, lo faccio volentieri per il Domaine Mugneret-Gibourg), ma la mia sensazione è quella che il trascorrere del tempo non potrà migliorare i vini. Di qui il mio consiglio di affrettarsi a stappare, se possibile senza grandi aspettative.

2005
Probabilmente l’annata più controversa di tutte. L’andamento climatico è stato quello che i produttori sognano in tutta la loro vita. Non un dettaglio fuori posto. Gli assaggi dalla botte li ricordo come fosse oggi, non un solo vino meno che buono, anche presso produttori solitamente non eccelsi. Il Pinot Nero, però, è vitigno esuberante e prepotente: nelle condizioni ottimali tende a esagerare e, così facendo, stende una coltre quasi impenetrabile sulla parte più intima e nascosta del DNA dei vini, quella che racchiude il legame con il pezzo di terra da cui provengono. Per descrivere sinteticamente la situazione, qualcuno ha acutamente parlato di grandissima vendemmia, di vini forse ugualmente grandi, ma di “Borgogna” non altrettanto grandi. Io sono parzialmente d’accordo, nel senso che pur davanti alla evidenza di molteplici assaggi sono ancora convinto della non “irreversibilità” della situazione. Come non ricordarsi, infatti, di alcuni vini totalmente inespressivi, magmatici e perfino scontrosi e antipatici all’apertura, che allo scoccare della mezzanotte, dopo molte ore di ossigenazione, invece di scappare come Cenerentola hanno lasciato intravedere segni incontestabili di grandezza assoluta? Qualche amico alterato ha condiviso con me lo stupore nell’ammirare l’inarrestabile cavalcata delle valchirie del Musigny di Comte de Vogüé dopo oltre sei ore dall’apertura della bottiglia, e potrà confermare. Molti altri amici, alterati e non, hanno recentemente condiviso altrettanto stupore nel godere il DRC Romanée St. Vivant, addirittura capace di iniziare il suo valzer travolgente fin dall’apertura della bottiglia. Si tratta di eccezioni? Può essere, ma io sono ancora convinto che si tratti solo di avere pazienza, tanta pazienza, un po’ con tutti i vini del 2005. Provate quindi a stappare qualche village, con l’idea di concedergli un po’ di ossigenazione se il primo assaggio lo dovesse suggerire; attendete invece qualche anno per l’apertura di bottiglie più ambiziose, perché sono ancora convinto che i 2005 che avete in cantina sono diamanti preziosi e unici. E se proprio non sapete resistere alla tentazione di farvi una idea personale dell’annata, aprite la bottiglia con largo anticipo, versate un po’ di vino in un bicchiere e seguitene l’evoluzione: non appena vi sembrerà imminente l’apertura al pubblico, riversate il vino nella bottiglia, ritappate, e attendete il momento del servizio. Se non la pensate come me, potrete comunque chiamarmi e potrei anche acquistare quello che vi rimane.

2006
Dall’esuberanza dei 2005 alla compostezza e alla aderenza territoriale dei 2006. Non mi sembra di aver mai trovato vere e proprie chiusure e ora, dopo otto anni, bere village e 1er cru non sarà mai una scelta sbagliata, anche nel caso in cui si incontrasse un vino che non ha ancora completato la sua evoluzione (specie su Pommard, Nuits St. Georges). Sui grand cru bisognerebbe valutare caso per caso ogni bottiglia, aprendo questa e conservando quell’altra. Non potendo fare un elenco completo, una buona soluzione potrebbe essere quella di attendere i vini delle zone tradizionalmente dalla evoluzione più lenta (Gevrey Chambertin, Clos Vougeot, Corton) e provare qualcosa su Chambolle Musigny, Volnay e Vosne Romanée (molti Echezeaux sono oggi pienamente godibili).

2007
Annata sulla cui grandezza è ancora viva la discussione tra gli appassionati. Chi la considera tra le più sottovalutate e chi, pur apprezzandola, non la ritiene all’altezza delle migliori (la maturità fenolica è stata, oggettivamente, appena sufficiente). Credo si possa inoltre dire che la Côte de Nuits ha dato risultato sensibilmente superiori alla Côte de Beaune. Nessuna discussione, invece, in ordine alla loro apertura. Tranne le ovvie, seppur rare, eccezioni (siamo in Borgogna, bellezza!) si tratta di vini che sono stati deliziosi da bere fin da subito, lo sono ancora e manterranno questa loro fisionomia per qualche anno ancora, almeno fino a quando il frutto manterrà la sua brillantezza. Perfino vini generalmente restii a concedersi in gioventù (leggi, ad esempio, lo Chambertin di Rousseau) si sono mostrati espressivi, gioviali, espansivi già nei primissimi anni. Altro discorso, comunque, è quello della parziale delusione, secondo me comprensibile, per chi da uno Chambertin di Rousseau si attende il rigore di una cattedrale romanica. È probabilmente una delle annate che meglio e più facilmente si bevono oggi e che assai raramente deludono.

2008
Se si continua amabilmente a discutere dei vini del 2007, per quelli del 2008 sono state segnalate addirittura baruffe tra amici di vecchia data. È annata in cui il marchio dell’acidità è impresso a fuoco. Il problema, secondo me, non è però quello della seppur viva acidità (e della conseguenti sensazioni di “durezza e ingessatura”), quanto quello della struttura dei vini. Prendete due atleti, ugualmente ben allenati: il centometrista ha una massa muscolare imponente, mentre al maratoneta potete contare una per una le fasce muscolari filiformi. Ecco, i vini del 2008 potrebbero assomigliare al fisico asciutto e nervoso del maratoneta. Tutta questo si traduce in un avvertimento: estote parati. Pur nella discussione accesa, sembra sia stato trovato un accordo sulla considerazione che, una volta tanto, i vini della Côte de Beaune (premio della giuria ai Pommard) hanno avuto una riuscita complessivamente superiore a quelli della Côte de Nuits. E proprio in Côte de Beaune andrei quindi a scegliere qualche vino da bere oggi, magari un Pommard, ben sapendo che si dovrebbe attendere per trovarlo a maturità. Lo faremmo, quindi, con il preciso intento di goderne come si godrebbe di un cielo invernale, sereno e limpido per il vento di tramontana. Il resto lasciatelo tranquillamente in cantina.

2009
Il rischio, con i vini di questa annata (che possiamo definire, generalizzando, calda), è stato quello di finire tutta la scorta, tale è stata fin da subito la loro estrema piacevolezza. Questo, però, non deve trarre in inganno: si tratta di vini di grande complessità e, questa volta, la nota regoletta potrebbe avere un senso, visto e considerato che grand cru e parte dei 1er cru stanno entrando in una fase di relativo letargo. Possiamo lasciarli cantina ancora per qualche anno, ma non subiremo cocenti delusioni se ne apriremo qualcuno, magari tra quelli meno strutturati. Ci consoleremo con le denominazioni regionali e comunali, decisamente sopra-performanti, nel senso che frequentemente un village vale, in questa annata, un 1er cru e quest’ultimo un grand cru.

2010
Confesso il mio amore incondizionato per la purezza di frutto dei vini di questa annata, fresca in contrapposizione a quella precedente. E quando amo davvero sono ancora più convinto che il momento giusto non esista. Quindi li bevo oggi e li berrò in continuazione, perdonando qualche rigidità e spigolosità, almeno fino a quando sentirò il rumore del chiavistello nella toppa della serratura e saprò, così, che è venuto il momento di attenderli qualche anno. Volendo bere qualcosa oggi, a quelli più saggi di me consiglio di bere preferibilmente i 1er cru, per evitare le chiusure dei grand cru e la rigidità dei village dovuta a una grana dei tannini meno fine.

2011
Una di quelle annate che venti o trenta anni fa sarebbe stata una tragedia. Le conoscenze moderne e gli strumenti a disposizione hanno consentito di produrre vini che, senza essere qualificabili “grandi”, sono comunque gradevoli e godibili nel breve-medio periodo. Non penso che seguiranno la sorte dei 2004, ma nel dubbio me li berrei subito o quasi, considerata la loro esile silouette.

2012
Risultati eterogenei. Si alternano alcune ottime riuscite e altre meno (qua e là qualche “scodata” alcolica), sempre e comunque nel rispetto cronometrico delle rispettive gerarchie. Considerata la pienezza dei vini, accade quello che non ti aspetti: diverse delle cose migliori che ho bevuto vengono da zone dove la finezza e l’eleganza del tratto non sono le caratteristiche principali (Pommard e Nuits St. Georges su tutte). Oggi non porrei limiti all’apertura, di qualsiasi vino, nell’attesa di capire se in questo anno la “regoletta” funzionerà.

E i vini bianchi? Nessun consiglio particolare, nessuna regoletta. In primo luogo perché le fasi di chiusura nei bianchi sono in genere meno nette. E poi perché ho una ampia collezione di vini ossidati annotata sul mio impolverato taccuino (su tutte, 1999, 2003, 2006, 2009). In altra occasione potremmo parlare del rebus della precoce ossidazione dei bianchi borgognoni. Sta di fatto che la mia personale tendenza è ormai quella di berli nei primi 5/6 anni, uno per l’altro, pur nella consapevolezza che potrei perderne la fase di piena maturità. Chi ha pazienza ed è disposto a correre il rischio, oppure chi come me ha troppo vino in cantina perché acquista più di quanto beve, sappia comunque che l’evoluzione e la tenuta nel tempo dei bianchi di borgogna non è molto diversa da quella dei rossi da pinot noir, e a volte occorrono 20 o 30 anni perché raggiungano l’apice.

* Pare che bere Borgogna sia considerato oggi molto snob, à la page, un po’ da fighetti insomma. Ma noi, che se ce lo avessero detto trenta anni fa avremmo ormai comprato casa con quello che abbiamo speso in vino della Borgogna, francamente ce ne freghiamo.

**Nei primi anni l’aspetto varietale tende a prevalere sulla più intima e autentica personalità del vino (così, tanto per non parlare sempre di terroir, ché altrimenti si rischia ancora una volta di passare per fighetti). Solo quando l’esuberanza congenita del pinot noir avrà lasciato spazio al resto potremo pienamente cogliere il senso del vino. Si beva quindi un vino giovane se si apprezza e si vuole godere un grande pinot noir, si attenda pazientemente qualche anno se si vuole godere un grande borgogna. Per non sbagliare, io preferisco seguire il vino durante tutto il corso della sua vita, come un figlio, perché ogni età ci dona grande bellezza.

Annunci

21 commenti to “Annata e ritorno”

  1. Stampo tutto e me lo attacco in camera!

  2. Senza contraddire il Magister provo ad allungare:

    1992
    L’annata forse peggiore del decennio in Rosso ma comqune completamente evoluta. Un mezzo disastro in Nuits una buona riuscita in CdB. Anche qui compro con cautela. Per I bianchi sicuramente l’annata migliore del decennio con tutti I 1er e GC belli densi e complessi come nella 2012

    1993
    Un’annata scintillante con I vini di De Montille assolutamente splendindi. In generale un frutto croccante e delle sensazioni terse, pure. Mancano un filo della complessita’ e del carattere della 1999 ma se quest’ultima e’ una splendida 35enne, la 1993 e’ una magnifica 25enne. Impossibili da trovare perche’ purtroppo e’ fatto noto

    1994
    Annata perfettamente matura e decadente, cosa molto rara per la Borgogna solo dopo 20 anni di bottiglia. Un magnum di Barthod Varroilles (pre Ghislaine) e’ stata una delle migliori bottiglie l’anno scorso. Quando posso li compro senza esitazione. Da evitare per i nemici della terziarieta’ e gli amanti del frutto a tutti I costi

    1995
    Annata dall’acidita’ molto spiccata in cui spiccano Roumier e Lafarge. Alcuni recent assaggi testimoniano come anche per i cultori dell’acidita’ esiste un limite oltre il quale non si puo’ andare. Veramente difficile e direi di stappare. Speriamo non emuli la 2008

    1996
    C’e’ chi dice di aspettare ancora, c’e’ chi dice che si stanno finalmente aprendo. Molti assaggi in zona Nuits (Chevillon) confermano la seconda tesi. Speriamo si aprano in fretta perche’ c’e’ il rischio che la frutta si asciughi lasciando uno scheletro severo

    1997
    I vini sono quasi tutti evoluti ma in modo non certo gradevole, spesso la frutta e’ svanita lasciando solamente alcol. C’e’ da dire pero’ che quando la materia e’ importante I vini sono spesso ricchi e generosi anche se non complete come 1992 e 1994

  3. Il tuo è’ un quadro d’autore e come tale lo appendo nella cucina, vero Andrea?

  4. Bellissima rassegna di annate, lucida e sintetica quanto basta da fungere da manuale.
    E ancor più bella perchè mi trova d’accordo (non che sia fondamentale) su alcune annate particolari. In special modo sottoscrivo con entusiasmo quanto detto su 2005 e 2010.

    Mi chiedevo solo se questa rassegna può essere applicata pari pari anche ai bianchi.
    Perchè per l’annata 2006, per esempio, ho trovato che i bianchi avessero comportamento forse più omogeneo dei rossi con vini adesso già in beva e dotati di buona complessità.
    Sicuramente i 1er cru ma mi sentirei di allargare il discorso anche ai grand cru (anche se ne ho assaggiati veramente pochi). Vini forse più vibranti a Meursault e a Chablis rispetto a quelli di Chassagne e Puligny forse un po’ più “seduti” (anche se queste potrebbero benissimo essere nient’altro che le classiche differenze “territoriali” fra le varie zone).

    I bianchi di Borgogna hanno un discreto fascino per me, forse più legato a ricordi di bottiglie di qualche anno fa che alle più recenti espressioni di quest’area che troppo spesso ho trovato deludenti… per non parlare poi dei prezzi delle ultime annate, sia per i rossi che per i bianchi.

  5. Ciao Filippo, tu puoi contraddire quando vuoi, un po’ di sale non guasta mai.

  6. Leonardo, l’annata 2006 per i bianchi è stata segnata, tra l’altro, dalla botrite. Un altro motivo per non aspettare, secondo me.

    • @Giancarlo: io sono del partito “meglio tre mesi prima che tre giorni dopo”. I bianchi 2006 della mia cantina sono ormai stati bevuti da tempo :)

  7. Stampo ed appendo tutto in casa. Commenti compresi !

  8. Prendo spunto dal quadro complessivamente positivo, mi pare, delle annate che lei ha descritto, ed in particolare dalla chiosa iniziale dell’annata 2011 (“Una di quelle annate che venti o trenta anni fa sarebbe stata una tragedia. Le conoscenze moderne e gli strumenti a disposizione hanno consentito …”), per chiederle: quanto incide, se incide, la pratica dello zuccheraggio nell'”aggiustamento” delle annate storte? E’ vero, come taluni sostengono, che in Borgogna questa pratica verrebbe applicata in maniera costante (diciamo in 3 annate su 5) e generalizzata (dai village ai grand cru)? Se così fosse, altri invece sostengono che sia il surriscaldamento globale ad aver contribuito a migliorare le annate più recenti. Ci illumini, per cortesia!

  9. Ovviamente il “Se così fosse,” del messaggio precedente mi è sfuggito per errore… sorry!

  10. @Landmax, il tema è piuttosto complicato e non bastano poche righe per fare un ragionamento compiuto. Mi limito a qualche spunto, riservandomi magari di parlarne più a fondo in altra occasione e con altri spazi.
    1) Secondo me è sbagliato affermare che lo zuccheraggio è utilizzato per “aggiustare” le annate “storte”. La prova di quanto dico sta innanzitutto nel fatto che lo zuccheraggio è operazione in uso anche in annate che storte non lo sono di certo. In secondo luogo, magari fosse sufficiente aggiungere un po’ di zucchero per riuscire a superare i limiti di alcune annate! Io, francamente, non mi sento in grado di dire se le motivazioni addotte dai produttori per l’uso dello zuccheraggio (una delle più in voga, è quella per cui lo zucchero verrebbe inserito nel mosto in fermentazione per prolungare la fermentazione stessa, con l’obbiettivo di avere estrazioni più lunghe e nel contempo più delicate) risponda a verità o sia una bufala bella e buona.
    2) Che il surriscaldamento globale abbia contribuito a migliorare le annate più recenti mi sembra affermazione sbagliata. E che sia sbagliata lo dimostra innanzitutto la constatazione che è proprio nelle annate cosi dette “fredde” che escono alcuni dei vini più grandi e più “borgognoni”. Penso che l’annata 2010 (non solo fredda ma quanto mai problematica) sia illuminante per sostenere il mio assunto. Ma illuminante è anche una annata come la 2003, molto ma molto calda, che ha prodotto vini sulla cui grandezza e tipicità deve ancora essere scritta una parola definitiva.
    3) La pratica dello zuccheraggio è piuttosto diffusa, anche se non saprei darne una indicazione numerica, sia in termini di percentuale dei produttori che di percentuale di annate. Da un punto di vista “sentimentale” e non razionale, posso capire coloro che si sentono in qualche modo “traditi” dai produttori che ne fanno uso. Preferendo un approccio razionale, credo che si dia fin troppa importanza allo zuccheraggio: come “idea” anche io preferirei vini fatti con l’uva senza aggiunte di nient’altro (tanto per fare un esempio, adoro i vini di Bizot e mi si illuminano gli occhi quanto sulle etichette dei suoi vini leggo gradi 12,5…), ma lo zucchero mi pare che non modifichi più di tanto l’impianto del vino. Assai peggio, anzi molto più che assai, è la acidificazione (ricordo ancora oggi i sacchetti di acido tartarico che riempivano le cantine di certi produttori dopo la vendemmia 2003!!!) o la deacidificazione dei vini: qui si che l’impianto del vino viene trasfigurato. Ecco, a volte mi chiedo perché ci si fissi sulla pratica dello zuccheraggio e non si prendano in considerazione, con la stessa enfasi, anche altre pratiche che, come ho accennato, sono da considerare ben più dannose per il vino.

    In conclusione (anche se mi rendo conto che la mia è tutt’altro che una conclusione) ammesso e non concesso che la pratica dello zuccheraggio sia un “peccato” (ogni opinione è lecita, secondo me), per me sarebbe comunque uno di quei peccati che tenderei a perdonare, a cuor leggero. Sempre che, ovviamente, il risultato finale sia un grande vino, come capita spesso di trovare.

  11. 1998
    Nella mia esperienza dovuta piu’ che altro che fino a 3/4 anni fa era considerata annata piuttosto infelice, ho provato parecchio e devo dire che ho sempre catalogato il millesimo come 1997 ma con piu’ spessore. L’annata e’ stata aperta a lungo ed e’ maturata in fretta anche se adesso e’ assai chiusa. Proprio perche’ aperta in precedenza e sull’esperienza della 1993 (aperta e chiusa a fasi alterne) io aspetterei ad aprirne. Mi rimane poco: Corbeaux di Bachelet, Pezerolles di De Montille e del Grands Epenots di Ganoux (che era almeno 5 anni dall’essere pronto l’anno addietro)

    1999
    Uno dei vini piu’ belli dell’anno e’ stato il Musigny di Drouhin: sferico, immenso, caleidoscopico ma assai compresso in quello che puo’ offrire. Sono vini pieni e di potenza che vanno aspettati ancora a lungo. Per paradigma anglosassone aspetterei ancora a lungo vini come il Volnay Caillerets di Potel, lo Chaignots delle Sorelle, per il Santenots di Lafon ripassare tra 15 anni cosi’ come per il Mazis di Maume e il Fuees di Jadot entrambi assaggiati l’anno scorso. In bianco mi ha emozionato molto il Luisant di Ponsot (in Magnum) ma e’ annata non felice per il colore. Sicuramente la miglior annata degli anni ’90 per quello che ho assaggiato

    2000
    Acquarelli e’ una definizione magica, aggiungerei impressionisti perche’ raramente i rossi portano una definizione spiccata del Terroir (esattamente all’opposto dell’annata successiva). Da bere assolutamente senza rimpianti anche se il Beaux Monts di Potel era piuttosto duretto. Splendido lo Chaignots delle sorelle che ha ancora almeno 5/8 anni di vita. Aggiungo che questa annata con la 1998 (e di riflesso la 1992 e 1994 che sono di parecchio inferiori) sono la testimonianza di come la Borgogna possa invecchiare gracefully anche in annate minori e calde. Soprende veramente quando si legge che la Borgogna invecchia parecchio piu’ velocemente di Bordeaux (ma non lo scrivo al corso WSET che mi toglie punti)

    2001
    Aderente territorialmente come poche annate ma nel contempo per me molto difficile da leggere. E’ un’annata assai eterogenea che nelle mani sbagliate porta a una spiccata mancanza di equilibrio tra frutta e acidita’. In cantina da Dujac ho provato Combottes che era bello pieno ma forse perche’ aveva abbastanza matiere da contrapporre vista la felice posizione del cru. Sono meno ottimista del Magister sull’annata ma i Grandi Soloni Albionici sono d’accordo con Giancarlo. Anche Combe di Fourrier sebbene un filo sabbioso e non trasparente come al solito ha dato soddisfazione, meno lo Chambertin di Jadot. Ho a casa un Beaune Greves di Lafarge comprato a un prezzo demenziale poche settimane fa e vediamo stasera come si comporta.

    2002
    Annata che personalmente adoro proprio perche’ non si presta alla classica manfrina anglosassone che piu’ aspetti meglio e’ (in genere hanno ragione). Purezza di frutto molto elevata che compensa una minore definizione del terroir ma sono quisquilie perche’ se questioniamo la 2002 allora bisogna riscalare indietro e di parecchio tutte le annate post 2010. Lambrays e’ sempre stato splendido anche l’anno scorso peccato che in Mosella lo abbiano finito, il Taillepieds di De Montille e’ soave e piu’ completo del solto, Grivot e’ meno insopportabile del solito e ho parecchie bottiglie di Lafarge 1er che attendono senza fretta. Credo la vera difficolta’ sia prevedere quando terziarizzeranno completamente e si rischia di berli troppo in fretta. Si chiama longevita’

    2003/2004
    Non ho assaggi anche se in canna un po’ di VR delle Sorelle da provare. Tendo a passare

    2005
    Nell’orizzontale di quest’anno a livello piu’ che altro 1er (esclusi due Echezaux e Grands di Bisseay), e’ emersa l’assenza assoluta di difetti dell’annata. Il tannino cosi’ feroce sembra essersi ammorbito MA trovo i vini ancora parecchio privi di una direzione, con accenni minimi di terziarieta’. Sono ancora “developing” ma il Rugiens di Voillot veleggiava a livelli assai alti a Novembre, Drouhin Feusselottes, Chevillon Chaignots erano molto godibili ma credo che il meglio per quest’annata debba ancora venire. Da circa 6/7 anni prevedo che la gente si possa stufare di aspettare e iniziera’ a vendere l’annata. Speriamo

    2006
    Annata che sul mio taccuino e’ piu’ completa perche’ meno severa sul tannino a NSG e VR rispetto alla 2005. Superiore alla 2005 certamente in CdB. L’approccio che suggerisce il Magister e’ condivisibile confermato da un Aux Reignots di Grivot chiusissimo e da un Les Cras della Barthod altrettanto austero (in my opinion il produttore piu’ duro di Chambolle che sembra vinifichi uve provenienti da Gevrey). Nutro grandi speranze sull’annata e sono incerto se dara’ piacere prima della 2005 come molti dicono oppure dopo (almeno a livelli alti). Sicuramente da comprare se si trovano bottiglie decenti

    2007
    Da Cenerentola a Principessa nello spazio di due anni… Ovvero da ragazzina castigata a quella con vestiti corti. Purtroppo adesso tutti lo sanno e come prezzi siamo li’ li’ con tutte le altre annate. Molto vivace ed esuberante e di sicura beva fino a meta’ anno, ho riscontrato una netta chiusura verso la fine soprattutto a livelli medioalti (Malconsorts di Dujac, Lafarge VS e Chambertin di Rossignol Trapet), appena sotto nulla di nuovo ma le ultime bottiglie di Fourrier GC/Aux Echezaux erano un filo piu’ retratte del solito. Spero in un’ibernazione breve perche’ nonostante tutto non c’e’ molta struttura e matiere oltre alla frutta iniziale (la vendemmia e’ stata quello che e’ stata). Comprare con cautela visto che si paga la bevibilita’ non il vino in se’.

    2008
    L’annata che costa meno tra le ultime 10 al momento qui a Londra: acidita’ importanti (a livello 2013), poco piacere, severita’ a go-go. Speriamo non diventi una 1995. I talebani del Terroir giurano che bisogna aspettare ma vedono la frutta asciguarsi su uno scheletro severo. Un’annata taglia zero come direbbe Dolce & Gabbana. Ho toccato solo due village di Fourrier e nessun 1er ma per dare un’idea qui nessuno si sogna di organizzare un off-line con la 2008 se non in bianco. Devo dire che Roumier Bussiere era splendido a Settembre ma e’ Roumier non e’ Borgogna. Sicuramente CdB ha fatto meglio se non altro per quei 2/3 giorni di anticipo sulla vendemmia (il clima e’ appena piu’ caldo). Ripeto rimango piuttosto scettico sull’operazione

    2009
    Se la 2008 e’ taglia zero, la 2009 e’ Scarlett Johansson: piena, bella, solare, a volte esagerata ma sempre con grande classe. Annata gourmand per eccellenza in cui raramente ho visto gradi alcolici importanti o alcol non ben interlacciato con le altre componenti. Sicuramente da cacciare a livello Bourgogne e affini ma della serie “back up the truck” come direbbero in Arizona. Apprezzo molto la iperdefinizione stilistica della 2001/2008/2010/2013 ma parlando con i vigneron la 2009 ha avuto pochissimo triage e una grande uniformita’ nella maturazione dell’uva come 1999 e 2005. Sono vini a lunghissimo raggio con una solarita’ ben marcata. Che possano addormentarsi e’ certamente plausibile ma come la bella addormentata potrebbe bastare il bacio del cavatappi per farle risvegliare. Lo Chambolle di Dujac ha fatto il mazzo a quello di Roumier, la linea di Amiot Servelle e’ priva di quella rusticita’ che di solito li contraddistingue (al mio palato), i magnum della Barthod sono ottimi e sicuramente scambiati per village di altre annate, anche il Bonnes Mares e il Beze di Drouhin Laroze non sono troppo pesanti mentre l’Haute Cote de Nuits di Olivier Jouan e’ piacevolissimo. Eccezione alla regola: Aux Murgers della Tremblay ma trattavasi di riduzione.

    2010
    Last but not least come si dice da queste parti. Come scrivo spesso su instagram: ne sentiremo parlare per decenni della 2010 nei due colori. Prendi la 2009 e la fai ancora piu’ precisa e intensa ma allo stesso tempo soave. Ho in mente la linea di Bertheau, uno che avrei voluto sempre seguire e quell’anno sono riuscito a comprare: tutto molto Chambollesco ma senza mollezze quasi come se un po’ di frutta provenisse da GC o NSG. Il solito Drouhin Laroze (Mares & Beze) sembrava ancora piu’ a fuoco del solito. In CdB altra fantastica riuscita con Thomas Bouley sugli scudi (Carelles/Chenes) quando ancora si poteva comprare. Anche il VR della Tremblay era in splendita forma… Credo si inabisseranno molto presto e molti lo hanno gia’ fatto, spero in un fiume carsico alla 1993 piuttosto che in un fiume sotterraneo alla 1996 (con qualche pozza in superficie)

    2011/2012
    Non ho abbastanza assaggi se non da botte e qualche bottiglia da ristorante.

  12. Landmax chioso quanto detto sul GR:
    – lo zuccheraggio coninvolge la maggior parte dei Domaine di Borgogna in tutte le annate, se leggi Wine Disorder, Sasha Katsman mi “cazzia” al riguardo
    – lo zuccheraggio prolunga la fermentazione sia nella versione singolo dosaggio all’inizio che il dosaggio graduale durante la fermentazione
    – l’estrazione fenolica aumenta del 5% per ogni 1% in piu’ di ABV (la fonte e’ of Enology, Vol. 1: The Microbiology of Wine and Vinifications [P. Ribéreau-Gayon, D. Dubourdieu, B. Donèche, A. Lonvaud] ) anche nel Jackson (2014, Wine Science, Fourth Edition: Principles and Applications) non ci sono riferimenti allo zuccheraggio come pratica per aumentare l’estrazione fenolica
    – e’ utile aggiungere che per l’uomo e’ impossibile distinguere tra alcol prodotto tramite zuccheraggio oppure tramite sintesi anerobica dello zucchero dai lieviti
    – fermentazioni piu’ lunghe e a temperature piu’ altre producono piu’ alcol ma anche sostanze piu’ volatili e meno ester non volatili (isomyl acetate)

  13. Caro Filippo, l’influenza albionica (che notoriamente è di origine virale) ti ha ormai colpito :-)
    Ma entriamo nell’ambito del gusto personale, quindi c’è poco da discutere, ognuno beve ciò che più risponde al proprio senso estetico. Nel merito, a leggere attentamente quello che scrivi, direi che tutto sommato siamo sulla stessa linea.

  14. Provo ad approfittare anch’io della sua straordinaria disponibilità a rispondere alle domande della platea.
    Qualche giorno fa sul sito Intravino è apparsa la traduzione di un articolo di Bettane dedicato alla demolizione del “mito” della riconoscibilità dei cru in Borgogna. Si tratta di un articolo apparso 7 mesi fa che, per quello che sono riuscito a trovare in rete, curiosamente non sembra aver suscitato alcun dibattito nei mesi scorsi.
    http://www.worldoffinewine.com/news/our-idea-of-terroir-4310035
    Volevo chiederle se è d’accordo con la tesi di Bettane e con la dimostrazione che ritiene di averne fornito nell’articolo, sulla base di un assaggio di 1er cru dell’annata 2001. In particolare, lei conosce certamente meglio di tutti noi il cru Beaumonts di Vosne: che ne pensa del fatto che le parole usate da Bettane per descrivere due dei tre vini secondo lui più irriconoscibili, entrambi provenienti da questo cru, paradossalmente coincidono con le caratteristiche dei vini del cru così come sintetizzate nell'”opus magnum” di Coates? Grazie.

  15. @gp, sono andato a leggermi il testo di Bettane in originale. Il tema trattato è complicato assai, dubito di riuscire in poche righe a elaborare un pensiero compiuto. Ma è anche interessante, per cui troverò il tempo e lo spazio necessario per scriverne.
    Tuttavia mi diverte raccontare un aneddoto simpatico di qualche anno fa, anzi un vero e proprio scherzo di quel genio che fu l’indimenticabile amico Bruno Rosati.
    Sede: i locali del circolo TDC (chiedere in privato per i dettagli, ove necessario), in particolare una cella assolutamente buia.
    Partecipanti: ovviamente i membri del circolo TDC, appassionati e per lo più competenti (alcuni anche molto competenti)
    Bruno ci chiede di assaggiare da due bicchieri di vino e di dire cosa fossero.

    Uscì fuori di tutto. Bianco + bianco. Rosso + rosso. Bianco + rosso. Rosso + bianco
    E ancora, Francia + Francia, Italia + Italia, Francia + Italia, Italia + Francia. I più spavaldi si lanciarono perfino a indicare l’esatta denominazione.

    Bruno si divertì come un pazzo. Confesso di avere molta nostalgia della sua capacità di insegnare a tutti noi, con la sua inarrivabile ironia e autoironia, il valore portante dell’umiltà.

    Nei due bicchieri c’era lo stesso vino.

    Prima o poi su questi lidi.

    • Bene, attendiamo fiduciosi!
      L’aneddoto è bello ma un po’ inquietante, rischia di indurre più al nichilismo che all’umiltà. Oso pensare almeno che qualcuno di quelli che ha detto “stesso colore – stesso paese” avesse in mente due vini simili tra di loro. Per curiosità, che cos’era, se ne è rimasta memoria?

  16. Magister visto che purtroppo ci si vede sempre meno(anche se spero di fare una capatina a Roma e festeggiare con un anno di ritardo il mio quarto di…ooops, volevo dire mezzo secolo :-) :-) ) , non mi rimane che leggere queste paginette utilizzarle per rasserenare il mio spirito. Meglio di qualunque medicina.
    Detto questo, pur bevendo per adesso molto meno del solito, stranamente sto bevendo in proporzione piu’ borgogna del solito. Potrei aggiungere che stranamente sto apprezzzando tanto la 2006 rossa della quale ho letto peste e corna forse perche’ ho trovato parecchie bottiglie molto leggibili; l’ultima bevuta in ordine di tempo e’ stata un vosne romanee di Parlopin(ammetto che non conoscevo) bevuta accanto al santenots di lafon 99( quando stapperai se non lo hai gia’ fatto, mi dirai se ti e’ piaciuta); ha perfettamente ragione Filippo Mattia( grazie anche a te per l’analisi delle annate) non e’ avvicinabile, aromaticamente troppo chiusa, e tannino fin troppo scorbutico. Ma tu sai che il mio e’ un gusto fin troppo anglosassone. A questo punto proveremo a bere insieme una 96 magnum del santenots di Lafon; alzeremo il calice ricordando il Decano; il tempo, ce lo siamo detti tante volte, e’ galantuomo ma spero che ci si riveda presto. inutile dire gli amici di Bruno saranno molto piu’ che ben accetti :-)

  17. Ciao Roberto, è sempre un piacere sentirti.
    So bene che hai un gusto anglosassone :-) e non mi sorprende ciò che dici. Il Volnay Santenots du Milieu 99 di Lafon l’ho bevuto un paio di anni fa. E’ uno di quei 1999 che, anche non avendo tendenze anglosassoni, consiglio di attendere: all’epoca non ne voleva sentire di concedersi, totalmente chiuso e scontroso.
    Ti aspetto a braccia aperte, quando riuscirai a fare un salto a Roma.

  18. per Filippo, ma davvero ritieni la 2006 in CdB meglio della 2005 ?

  19. un piccolo vademecum da tenere sempre tra i preferiti, o da stampare e appendere in camera come giustamente suggerito da qualcuno…un vero piacere leggere le parole di Giancarlo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...