Che tempo fa da voi?

Rio grande do sul

di Raffaella Guidi Federzoni

Che tempo fa lì da voi? Lì da voi, che sarebbe anche da me, quando sono a casa mia e non qui. Quando sono a casa mia e mi sveglio in un letto che conosco con fuori dalla finestra un cielo che non importa come è, tanto appartiene a me e a tutte le mie mattine casalinghe.
“Qui” al momento è rappresentato da Caxias do Sul, seconda città dello stato di Rio Grande do Sul, Brasile. Ci sono arrivata passando da San Paolo, inizio e fine di tutti i viaggi brasiliani che ho fatto e che farò. Una città che pensavo di non riuscire mai a farmi piacere, invece ci sono riuscita benissimo. Una città sempre calda e tumultuosa, anche in inverno.
A Caxias do Sul invece fa freddino e piove. Qui fa freddino e piove. Lo ripeto nel caso non si capisca che agosto non è uguale dappertutto.
“Cascias do Sul” cerco di pronunciarla come fanno qui i nativi. Il brasiliano è una lingua modulata su di una nota lagnosa e cantilenante, la cantilena cambia a seconda del distretto, nel Rio Grande do Sul ha qualcosa di familiare, il perché ve lo spiego più sotto.

Qui oggi il cielo è nuvolo, lungo e grigio come in certi orizzonti del Nord Est italiano. Si potrebbe fantasticare di essere in Veneto.
In Veneto, appunto.
Caxias do Sul è stata fondata da veneti, più di un secolo fa. Ora è una citta di circa mezzo milione di abitanti, i cui cognomi finiscono spesso in –IN o in –ON.
Scappando dai loro cieli di miseria, I veneti attraversarono l’Oceano, sbarcarono in Brasile, comprarono col lavoro pezzi di terra che nessun altro voleva, risalirono un fiume lungo e largo più del Po, costruirono strade tagliando la vegetazione imperiosa, finalmente decisero di fermarsi ed il 20 giugno 1890 chiamarono un avamposto del Nordeste brasiliano “Caxias do Sul”.

Poi, piantarono le vigne. Qualcosa già c’era, grazie al solito missionario che un paio di secoli prima aveva fiutato il territorio giusto, ma furono loro, i vari Tonin e Garzon* che si misero di buzzo buono a tirar su più di qualche vite per sopravvivere alla distanza e sentirsi un poco ancora a casa. Un veneto ha bisogno di poco e quel poco si chiama vino e polenta.

A proposito di polenta, mi permetto una digressione: sono venuta in Brasile cinque volte, ho visitato cinque città e cinquecento ristoranti di vario tipo. Ristoranti italiani e churrascarias** soprattutto. Appena seduta, oltre all’acqua mi hanno sempre portato un cestino con fette di polenta fritte, sempre. La polenta come presenza invisibile, ma indispensabile, dell’alimentazione brasileira.

Fine della digressione, torniamo al perché mi trovo qui, a Caxias do Sul. Si tratta di vino, non solo il mio da vendere, anche quello altrui da scoprire.
Oggi sono a giro per cantine, situate nella zona più enologicamente importante in Brasile, l’unica denominazione vigente, Vale dos Vinhedos. Perché sia importante lo si capisce dalla conformazione dei terreni, dal clima e dalla presenza di teste dure venete.

In effetti ci sono vigneti su collinette ondulate, vigne che a me sembrano piantate un po’ così, disordinatamente, senza il rigore o la razionalità europea. Il clima piovoso può rendere difficile una maturazione ottimale. Forse per questo paesaggio simile alla zona dello Champagne, la parte migliore del mondo enoico brasiliano la occupano i vini spumantizzati. Il Prosecco per esempio. Qui per ora lo chiamano abusivamente Prosecco, credo che ci sia in corso una diatriba per l’utilizzo del nome, perdiana ma come si permettono?
Facendosi forte del DNA veneto, i produttori locali hanno trovato normale scriverlo in etichetta. Cosicché mi troverò in serata a sorseggiare un liquido chiamato Prosecco Garibaldi che sinceramente non è né migliore né peggiore di tanta roba prodotta in Italia.

In attesa della serata continuo ad andare su e giù per le collinette, accompagnata da Tonin – nome o cognome ancora non l’ho capito – che mi parla brasiliano con accento veneto, infilzando qualche parola che non stonerebbe sottoriva a Verona.Tonin è tutto eccitato, mi sta portando nella cantina Marco Luigi, una delle migliori per gli spumanti e non solo per quelli. Sono amici suoi, sono bravi e così legati all’Italia che mi commuovono. La cantina è molto bella, grande, bene organizzata, con una parte scavata sottoterra e dalle pareti foderate di quello che mi sembra porfido. Le bottiglie contenenti i futuri spumanti stanno tutte ordinatamente a capo di sotto ed io mi sento quasi a casa. Quasi.

Assaggiamo qualche esempio della produzione in una sala ampia che serve anche come ristorante.
E qui “casca l’asino” come avrebbe detto mia nonna, nel senso: ora arriva la delusione.
Come quasi sempre per i vini del Nuovo Mondo di qualità, manca il “centro”, se il contorno è impeccabile, generoso, persino eccitante, l’anima non c’è, non c’è ancora.

Forse arriverà fra qualche anno o qualche decennio. Forse i vignaioli del Rio Grande do Sul troveranno la chiave per produrre dei vini differenti da quelli nostrani, ma personali, distinguibili, vini veramente loro.
Però chi sono io per giudicare? Io con il mio palato cresciuto in Italia ed in Europa, devo rendermi conto che una buona parte di chi compra e beve vino nel mondo non è mai stato in Europa e non ha mai assaggiato un vino italiano.
Così metto da parte il mio eno-snobismo e continuo ad affiancare Tonin mostrandomi entusiasta quando mi porta a visitare l’azienda Miolo, fondata da Giuseppe Miolo nel 1897 ed ora diventata la più grande sfornatrice di bottiglie del Brasile.

Cosa posso dire? La cantina è grande, produce vini come vuole il mercato. È seria, li produce ben fatti e non contraffatti. È sempre di proprietà della famiglia, ha una storia lunga per queste parti, cominciata in Veneto.
Di tutti i vini assaggiati però non me ne ricordo uno.
Mi ricordo invece benissimo della serata che è seguita.
Mi ricordo l’ampiezza e la completezza dell’assortimento di Boccati, l’enoteca dove ho guidato nell’assaggio dei miei vini una quarantina di persone attente, così attente da farmi venire le lacrime agli occhi. Una delle persone più attente è stato il gigantesco presidente della locale Associazione Sommelier Veneti, che alla fine mi ha stritolato in un abbraccio, parlandomi in un misto brasil-veneto comprensibilissimo.

Io ho parlato in italiano, come sempre quando mi destreggio nelle serate a tema in Brasile.
Ho parlato in italiano e raccontato la storia di Montalcino e del Brunello. L’ho fatto lì e poi l’ho ripetuto a Porto Alegre e a Curitiba, prima di tornare a San Paolo e bermi l’ultimo caffè con un amico italiano ormai stanziale lì. Un amico anche lui con una storia di immigrazione moderna, non dovuta alla povertà, piuttosto alla fame professionale che tutt’ora mortifica le nostre recenti generazioni e le costringe a provare altrove che a casa.

Poi ho volato verso casa, ricordando come mia nonna chiamasse i brasiliani “americani”. Era l’unica America che avesse conosciuto, alla fine degli anni Quaranta. Per lei un paese nuovo ed ospitale, assetato di cultura ed abitato da tanti italiani.
Qualcosa lì è cambiato, qualcosa è rimasto, qualcosa me lo fa amare.

* Licenza poetica in onore del mio più affezionato commentatore.
** Ristoranti in cui si servono piatti tipici brasiliani e soprattutto tagli di carne vari, infilzati su spiedi e affettati davanti al cliente, il quale cliente finché non dice “basta” è costretto a mangiarseli.

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One Comment to “Che tempo fa da voi?”

  1. Adesso (23.02) sono sul metro quale non importa, ma è Milano, era qualche giorno che non buttavo un occhio … qui… , … con un po’ di emozione butto giù queste due righe in risposta ad una attenzione generosa. Chissà se poi ( leggendo tutto il post) riuscirò ad esprimere un commento più ragionato.

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