Vino e linguaggio

di Gae Saccoccio

C’è soltanto quel che c’è, nient’altro! Quel che dovrebbe essere è solo una sporca menzogna.
Lenny Bruce, Come parlare sporco e influenzare la gente

I nostri umori determinano ciò che siamo. Ciò che siamo tende a emergere alla superficie della nostra identità fisica e mentale sotto forma di linguaggio. Linguaggio parlato, gestuale, anche muto perché no? Il silenzio pure è una manifestazione del linguaggio, anzi, è quasi forse la sua forma più sublime che si esprime quale parola non detta, senso sospeso, fiato trattenuto.

Umori, sentimenti, impressioni che rielaboriamo sotto forma di frasi parlate. Enunciati taciuti o scritti che influenzeranno a loro volta chi ci ascolta o chi ci legge. Uditori e lettori che filtrano, interpretano, assorbono, riadattano, distorcono il messaggio di partenza. Un messaggio che giungerà alle loro antenne percettive talvolta anche del tutto scarnificato del senso originario inteso significare da colui stesso che l’ha emesso.
Se Eraclito l’Oscuro quasi duemila e seicento anni fa osservava a ragione che “il carattere di un uomo è il suo destino“, a questo noi oggi possiamo aggiungere serenamente che il destino d’ognuno è caratterizzato in gran parte nel proprio e nell’altrui linguaggio.
La conoscenza del vino in quanto segno linguistico, proprio in virtù della sua complessità richiede molta concentrazione e affina l’intelligenza. Certo bisogna innanzitutto averci un vino degno d’essere conosciuto e poi soprattutto un’intelligenza atta ad affinare. In altre parole, dedicare attenzione al vino ci invita ad avere maggior consapevolezza di noi stessi ovvero del nostro corpo, della nostra psiche, della storia, dell’evoluzione del mondo che ci circonda.
È estenuante ma molto educativo oggi osservare perciò il relativismo schizofrenico del web. La Rete facinorosa per cui puoi ritrovarti a sciroppare elenchi telefonici con le normative di cose da fare o da non fare con un vino al gusto Littorio d’olio di ricino ad esempio. Oppure penso a taluni tutorial da milioni di visualizzazioni/condivisioni su youtube. Video educational sull’apertura di una boccia di Madeira Terrantez del 1715 utilizzando un vibratore d’avorio annodato alla corda rotta di uno Stradivari mentre si deve per forza di cose calzare un tacco a spillo sul piede sinistro e uno stivale da caccia sul destro possibilmente incrostato di guazza canina facendo la spaccata sul pavimento di maioliche umbre.
A ben osservare tutto questo prolasso trionfante di propaganda online spacciata per informazione via internet, viene in mente l’Uomo col Megafono di cui parlava George Saunders*, “la sua caratteristica principale è il predominio. L’Uomo col Megafono sovrasta tutte le altre voci, e la sua retorica diventa la retorica di riferimento perché è inevitabile.”
Fatta questa necessaria premessa semiologica, prendiamo ora cinque tipi d’umori linguistici esemplari tratti dalla comunicazione del vino generalista. Aggiungo che sono solo cinque ma potrebbero tranquillamente essere cinquemila.
Tipo A
Lo scientifico o pseudo tale:
“La tannichezza ampelografica del genotipo (gènotipo? genòtipo? genotìpo? genotipò?) si traduce in un agglutinarsi a feccia del saccharomyces in fase di riduzione filamentosa; un pochinino sub-solfitica da post-follatura, zeppa d’inoculo para-lievitante pur se dealcolata alquanto in contro-acidificazione basica…”
Tipo B
Il liturgico-mondano-autocompiaciuto-decadente:
“Questo ecclesiastico Merlottone dal retrogusto papalino sere fa l’abbiamo decantato assieme al produttore eucarismatico Gian De’ Scroccon che ha sposato la sua stessa madre che a sua volta se la faceva con il bisnonno della figlia di lui fin da quando giocherellavano zozzamente a chierichetto e suor Gervasia…”
Tipo C
Il frivolo provincialotto con velleità antroposofiche:
“Abbiamo appena controllato l’app di ionizzazione emotiva che indica quando l’energia vitale d’un calice di Bardolino dei Colli Croatini si cristallizza al momento giusto in perfetta, concomitante sintonia cornoletamica con:
1) la musica delle sfere testicolari qualunque esse siano;
2) la convergenza di Venere su Isernia e Marte;
3) lo scarico dello sciacquone di nonno Amilcare per gli amici Uallera.”
Tipo D 
Il pettegolo-servile-subdolo-compiacente-interessato (in poca teoria e tanta pratica trattasi dell’umore linguistico falsacchione più diffuso, noto anche come lo stile Iago o Gattovolpino): “Eppure avrei sinceramente detto che il vin santo del suo vicino fosse più Vin Santo del suo e invece… e invece il vicino aggiunge valanghe di zucchero, compra le uve a Tizio, intrallazza con Caio, briga con Sempronio, avvelena le vigne notte e giorno ma dice che è Bio e Dinamico mentre lei, invece lei… e invece Lei si che è un bravo contadino, un autentico coltivatore, un sincero vignaiolo, stravedo, amo, adoro il Suo Vino Santo subito…”
Tipo E
Il poetico in pubblico, zoticone in privato: “A stronzacci maledetti! Quante volte vi devo ricordà che non m’avete da triturà ‘l cazzo quand’è che scrivo?” e intanto che rutta, scoreggia, si scaccola, sgrufola e spippa, scrive rapito di vigne, di vini, di sottosuoli, d’apparati radicali, di fermentazioni spontanee con rimandi ariosteschi e afflati leopardiani: “Venature melliflue tralucenti qui… toni bramosi adamantini lì… frastagliature d’acidità di dentro… trasparenze serene azzurrine di fuori… rimembrante fluorescenza beverina di sopra… allegrezze di trame rocciose di sotto…”
*George Saunders, Il megafono spento. Storie da un mondo troppo rumoroso, Minimum Fax, Roma 2009
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4 commenti to “Vino e linguaggio”

  1. Mi piacciono le voci del silenzio. Mi confermi che tizio e caio fanno” scusa” assemblano vino con sempronio. Del Tipo E invece, ne ho letto un esempio giusto ieri su ? Eh no., questo te lo vai a cercare.

  2. Complimenti all’autore di questo articolo e a tutta la redazione di questo fantastico blog! Aggiunto ai preferiti!

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