Frammenti di toponomastica alterata

Lvpa

di Armando Castagno

Cari confratelli Alterati,
in data 16-11-2014 l’Ufficio Toponomastico del Comune di Roma in persona del suo Direttore Generale Dott. Benvenuto Trapazzi chiedeva l’affiliazione all’Accademia degli Alterati.
Orbene, questa Commissione esprime parere favorevole. Di seguito, la memoria a sostegno del postulante, che documenta la lunghissima attività alterata del dr. Trapazzi nel settore di sua competenza diretta, l’attribuzione di nomi alle strade del comune di Roma.

Certo con la sola ed unica intenzione di venire alfine accolto in questo prestigioso Sodalizio, il Dott. Trapazzi procurava di mettere in atto una serie di assurdità di piena dignità alterata, tanto da creare, all’interno della rete stradaria del comune di Roma, un dedalo di circostanze del tutto incomprensibili e una congerie di cantonate e strafalcioni della natura la più varia.
Questa Commissione, nell’esprimere soddisfazione all’indirizzo del Dott. Trapazzi, rimette all’attenzione dei confratelli Alterati la valutazione delle circostanze che seguono, riassunte in ordine alfabetico per intestazione stradale dalla A di Antoniotto Usodimare alla Z di Zoccolette, e resta aperta ad ulteriori eventuali contributi e dichiarazioni di voto.

in Roma, li 21 novembre 2014
La Commissione

ANTONIOTTO USODIMARE – Oscuro navigatore genovese, precisamente di Noli (Ge), nato attorno al 1416, morto nel 1467 e probabile scopritore delle Isole di Capo Verde. Citato in numerose fonti come Antonio da Noli, ha una strada dedicata (via Antoniotto Usodimare) nel quartiere Ostiense a Roma, non lontana da Via Anton da Noli, strada a sé stante e recante la stessa indicazione in calce di “navigatore genovese”. Orbene, la scoperta di Capo Verde è certamente un fatto rilevante, ma da qui a consentire una dedica al suo primo esploratore di due strade a Roma, come Dante e Michelangelo (v.), troviamo ce ne corra.

BORGOGNONA – Bellissima strada in Campo Marzio dove storicamente si sono registrati il soggiorno e l’attività di artisti borgognoni, come Giovan Francesco Cortese (vero nome Jean François Courtois, l’autore della Santa Chiara in estasi nel Convento dei Cappuccini di Via Veneto, quello della cripta decorata con ossa umane). Il toponimo è settecentesco. Nel 1848 l’ufficio toponomastico pensò bene di cambiare nome alla storica strada, battezzandola Via Vincenzo Gioberti. Vi serve un antiemetico? Eccolo. Ma tranquilli: l’abuso durò qualche mese, poi la via tornò, ed è ancora oggi, alla sua dedica originaria.

CALISTO – Inesplicabile iniziativa della Toponomastica comunale, che dedicò una via e la piazza di sbocco in Trastevere al pontefice romano e martire S. Callisto I (papa dal 217 al 222) togliendo una “elle” al nome contro ogni logica e ogni testo, compreso il Martirologio Romano, il libro liturgico che in questi casi fa testo. Chi tra i lettori si chiamasse Callisto ha l’onomastico il 14 ottobre; il Santo è il protettore di chi lavora nei cimiteri – quelli che un tempo si chiamavano “becchini” o, a Roma, “vespilloni”, e adesso, in epoca di politically correct, si chiamano, come da bandi di concorso, “operatori ecologici seppellitori”.

DANTE – Il sommo poeta. Cui la Toponomastica Romana ha reso omaggio con una trovata ad effetto: non esiste a Roma una Via Dante, ma in compenso abbiamo un Lungotevere Dante, nella zona dell’ex cinodromo, e una Piazza Dante, in tutt’altra zona della città, all’Esquilino. Trattasi di caso unico. Del cognome di Dante, Alighieri, non si fa menzione in alcun luogo, come del resto per molti altri personaggi di chiarissima fama – Manzoni, Ariosto, Foscolo, Petrarca, Alfieri; ma anche, vai a capire perché, Visconti Venosta).

Piazza San Callisto

ELIO CALLISTIO – Nella zona oggi detta “quartiere africano”, a Nord di Roma, c’è una piazza con al centro un edificio dalla forma bizzarra, una specie di torre di mattoni evidentemente frantumata in più punti. È il rudere del sepolcro monumentale di Elio Callistio, liberto dell’imperatore Adriano. Questa costruzione, a causa di crolli continui della sua parete occidentale, aveva assunto nei secoli la forma di una enorme sedia: quattro gambe, l’inframmezzato ancora lì, uno schienale e due braccioli obliqui. Dal popolino detta “Sedia del Diavolo” almeno dalla metà del Settecento, la tomba aveva ovviamente finito per battezzare la piazza dove sorge, ed il nome si era, di fatto, storicizzato. Con demenziale solerzia, l’Ufficio Toponomastico del Comune ha ritenuto di cambiare nome alla piazza nel 1950, senza una ragione, e così la “Piazza della Sedia del Diavolo” è diventata “Piazza Elio Callistio”. Sempre con la Sedia in mezzo, peraltro.

FIBONACCI – Leonardo di Guglielmo de’ Bonacci, detto il Fibonacci, geniale matematico pisano nato nel 1170 circa e morto attorno al 1240, scopritore della sequenza numerica che porta il suo nome e di conseguenza della cosiddetta “sezione aurea”, è giustamente stato oggetto di una dedica stradale anche a Roma. La strada gli venne intitolata all’interno del parco del Colle Oppio, in mezzo ad altre con nomi di scienziati: via ANTONIO Fibonacci – e sotto: “matematico del XIII secolo”. Chi è adesso Antonio Fibonacci, chiederete voi? Risposta: nessuno. Intanto, il Comune pensava bene di dedicare anche una strada a Leonardo Fibonacci, il che venne puntualmente fatto in zona Casal Lumbroso; e a completare l’opera, ecco ai Parioli comparire una terza strada (!) dedicata a “Leonardo Pisano” (che è sempre lui, Fibonacci). Da qualche anno, la via sul Colle Oppio è stata reintitolata (a Eulero), ma restano le altre due. Più la via che il Comune di Vecchiano, provincia di Pisa e dunque terra nativa del matematico, gli ha dedicato: non chiedeteci perché, ma a Vecchiano c’è VIA A. FIBONACCI. A come Argh.

Giovanna  Garzoni

GAZZONI – Via Giovanna Gazzoni, zona Tor Vergata, sulla Casilina. Interessante. E chi accidenti era Giovanna GAZZONI? Non c’è maniera di saperlo; anche le targhe toponomastiche non aiutano, non contenendo indizi per l’identificazione. E allora? Facciamo i detective. Via Giovanna Gazzoni è traversa di Via Stefano della Bella (incisore, 1610-1664) e parallela di via Tommaso Piroli (incisore, 1750-1824). Dunque, si presume che anche Giovanna GAZZONI possa essere stata un incisore; e infatti è così. Solo che si chiamava, senza alcuna possibile deroga, Giovanna GARZONI, nata ad Ascoli Piceno e morta a Roma (1600-1670), buona pittrice e straordinaria miniaturista. Errore ripetuto su ciascuna delle targhe toponomastiche e che ci vorrebbe poco a correggere. Ma poco, nei meandri degli uffici comunali di Roma, è quasi sempre troppo.

ILIA – La madre dei gemelli fondatori della città, Romolo e Remo, anche nota come Rea Silvia, come ognuno sa; era una Vestale che partorì i due gemelli dopo essersi unita al dio Marte: è quindi la “nonna” di Roma, se Romolo è il Padre. La strada, Via Ilia, è al Tuscolano, giustamente parallela a via Turno e via Enea. Peccato che della dedica l’Ufficio Alterati del Comune non si sia ricordato quando venne poi “battezzata” anche via Rea Silvia, a duecento metri di distanza. Tuttavia, è stato posto rimedio grazie al trattamento di favore (grr) riservato a Romolo e Remo (vedi più avanti e tieniti forte).

LECCOSA – Via Leccosa è in centro storico, a Campo Marzio. È buffo nome che secondo parte della letteratura toponomastica deriva dal termine romanesco per “limacciosa”; del resto esistono diverse strade che hanno preso nome dalla sabbia lasciata dal Tevere nelle sue frequenti piene dei secoli XVI e XVII, (ad esempio il Rione Regola e via Arenula), ma non è questo il caso. Leccosa viene da “Leukosìa”, l’antico nome di Nicosia, capitale di Cipro; il principale possidente della zona, Aldobrandino Orsini, era arcivescovo di Nicosia, e la piazza, vicinissima, dove sorgeva il suo Palazzo è oggi chiamata Piazza Nicosia.

MAGNAGRECIA – Via e Largo, lungo la direttrice della Tangenziale Est di Roma, dedicati alle antiche colonie greche dell’Italia meridionale. E in entrambi i casi, lungo la via (4 targhe) e nel largo (2 targhe) è scritto così, “Magnagrecia”; per quale ragione non si sia utilizzata l’ovvia e corretta grafia “Magna Grecia” non è dato comprendere.

MARCHESA DI BAROLO – Strada di rara mestizia, con l’asfalto fratturato più o meno quanto la superficie della Luna, senza uscita sul lato occidentale, con un fianco in comune con il carcere di Rebibbia, il suono del cui altoparlante si percepisce distintamente, e segnata da due paline toponomastiche a bandiera senza che del nome della Marchesa di Barolo si abbia il minimo indizio. La strada è dedicata a una splendida figura, in odore tra l’altro di beatificazione, quella di Giulia Colbert, nome italianizzato di Juliette Colbert de Maulévrier, l’ultima Marchesa di Barolo (1785-1864), i cui lasciti e le cui opere di beneficenza, dedicate soprattutto alle ragazze più povere e sfortunate, sono innumerevoli. Dal punto di vista toponomastico, il suo è tra i destini più singolari d’Italia: tre comuni le hanno dedicato una strada, ognuno con un nome differente: oltre a Roma (Via Marchesa di Barolo), anche Mirandola, prov. di Modena (via Giulia Colbert) e Torino (Via Giulia di Barolo).

NAZARENO – A chi è dedicata la centralissima Via del Nazareno, a 150 metri dalla Fontana di Trevi? Non a Gesù, come si potrebbe pensare, né al comitato dirigente del PD. Il “Nazareno” era ed è uno storico Collegio, lasciato in eredità ai Padri Scolopi nel 1622 dal suo ideatore, il cardinale riminese Michelangelo Tonti, segretario di Stato di papa Paolo V Borghese (1605-1621), cui il pontefice aveva conferito il titolo di Arcivescovo di Nazareth. Per tutti, Tonti era quindi diventato il “Cardinal Nazareno”, e a lui la strada è intitolata.

ORTACCIO – Nome che oggi non significa più nulla ma che racconta di due storie diverse ed egualmente tristi. Via dell’Ortaccio propriamente detta era un percorso emicircolare in Campo Marzio, in cui il lato dalla parte del Tevere era un alto muro con due sole grandi porte, che si aprivano a ore fisse. E dentro non c’era un “orto”, ma ciò che vi aveva fatto confinare papa Pio V Ghislieri (1566-1572): le prostitute di Roma. Le meretrici vennero fatte sloggiare a metà Settecento e trasferite a “lavorare” fuori Porta del Popolo. E la strada finì riassorbita dalle grandi trasformazioni urbanistiche di fine Settecento dell’intero rione. Per la verità, di vie “dell’Ortaccio” al centro ce n’erano due; l’altra, via dell’Ortaccio degli Ebrei, recava il nome, inqualificabilmente dispregiativo, del primo cimitero israelitico di Roma, proprio di fronte al Circo Massimo, accanto a quello che è oggi il Roseto comunale. Lo aveva concesso un papa, Innocenzo X Pamphilj, nel 1645; ma un suo successore, Pio VI Braschi, aveva poi nel 1775 emanato un editto che proibiva agli ebrei di apporre iscrizioni ad memoriam o anche semplici lapidi nell’Ortaccio: quelle esistenti, vecchie ormai di 130 anni, furono distrutte; qualcuna venne salvata dai familiari dei defunti e murata all’interno del Ghetto.

Pie' di marmo

PIE’ DI MARMO – Via del Piè di Marmo è strada abbastanza conosciuta dai romani: è nella splendida zona posta tra Piazza Venezia e il Pantheon, e prende il nome dal grande resto scultoreo di un piede di marmo indossante un sandalo. Una prima anomalia è che il piede non è in Via del Piè di Marmo, ma nella vicina via di Santo Stefano del Cacco. Vi venne spostata – pensa te – nel 1878 perché avrebbe potuto intralciare l’andamento del corteo funebre di re Vittorio Emanuele II, che procedeva verso il luogo di sepoltura del sovrano, il Pantheon; il piede di marmo non venne poi mai più riportato indietro.
È certo che il piedone appartenesse a un’enorme statua facente parte del cosiddetto “Iseo Campense”, cioè il tempio di Iside in Campo Marzio. Iside? A Roma? Già, perché al centro dell’Urbe, nel corso dei secoli, si sono affastellati templi delle più diverse religioni, comprese quelle orientali, la mitraica e l’egizia; esisteva anche il Serapeo Campense, dedicato a Serapide. Ed ecco spiegato anche il “Cacco”, come attributo di Santo Stefano: “Cacco” sta per “Macacco”, cioè scimmia, il soprannome popolaresco di una statua del dio egiziano Anubi – divinità dalla testa di cane – ritrovata in zona nel Cinquecento. Niente resta più dei grandi templi egizi di Roma, salvo qualche lacerto sparso: il più celebre di questi avanzi è l’obelisco detto “della Minerva”, davanti alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva; l’elefantino che lo sorregge è opera di Gian Lorenzo Bernini. E sull’iscrizione si legge: “Sapientis Aegypti/ insculptas obelisco figuras/ ab elephanto/ belluarum fortissima/ gestari quisquis hic vides/ documentum intellige/ robustae mentis esse/ solidam sapientiam sustinere”; che significa: “Chi veda qui il ricordo dei Sapienti d’Egitto scolpiti sull’obelisco, sostenuto dall’elefante, fortissima tra le bestie, intenda questo come documento del fatto che serve una mente forte per sostenere una solida sapienza”.

QUATTRO NOVEMBRE – Data dell’armistizio del 4 novembre 1918 che pose fine al conflitto italo-austriaco della I guerra mondiale. Correttamente, le targhe marmoree della Toponomastica d’inizio Novecento riportano la scritta “Via Quattro Novembre” in lettere estese, così come nella strada che da qui porta al Quirinale, “Via Ventiquattro Maggio”. Negli anni Sessanta e Settanta, lungo queste strade il Comune ha piazzato paline pubblicitarie nere, brutte come il peccato, e non ha perso l’occasione di correggere una notazione giusta sostituendola con una sbagliata. C’è scritto qui “Via IV Novembre”, di là “Via XXIV Maggio”, e ancora “Viale XXI Aprile”, “Via XX Settembre” eccetera. È un errore molto grave, trattandosi di strade romane: scritto così, IV non può che leggersi “quarto”. I numeri romani sono infatti numeri ordinali (esempi di uso corretto: secolo XVII; papa Bonifacio VIII, Divina Commedia Canto XXXI; ecc.). Delle tre possibilità di scrittura di una data (Via 4 Novembre; Via Quattro Novembre; Via IV Novembre) si è scelto il solo che è certamente sbagliato. Non era facile.

ROMOLO E REMO – È la storia di uno scempio. Torino, Napoli, Mondragone (CE), Rosarno (RC), eccetera, hanno dedicato strade ai gemelli fondatori dell’Urbe. Roma no. O meglio, non più. La maledizione degli Arvali, potenziata da quella di Tutankhamen al cubo recitata da Milingo, moltiplicata per l’anatema di Guttman elevato alla potenza del malaugurio di Montezuma messo in musica da Elton John ricada sul funzionario che si è permesso di cambiare nome a Piazzale Romolo e Remo, stupendo balcone affacciato sul Circo Massimo, il Palazzo di Augusto, le cupole, i palazzi e le torri di Roma, sostituendo la relativa targa con quella che c’è ancora oggi: PIAZZALE UGO LA MALFA. Poi, avvedutisi della blasfemia, in Comune si è corsi ai ripari con l’intitolazione recente di un “Largo Romolo e Remo”, ridicolo spazio ricavato alla bell’e meglio nel foro di Nerva, lungo via dei Fori Imperiali. Non dico altro. Anzi: tre parole le dico. Montezuma. Tutankhamen. Guttman.

SANTA MARIA IN CÒSMEDIN – Con tanto di accento sulla “o” nella targa toponomastica. Còsmedin. Come a dire: “nun te sbajà: Còsmedin, non Cosmèdin, o Cosmedìn. Damme retta, che io cio’o so. Fìdate. Còsmedin. Ce metto l’accento”. Bene. Stimati dirigenti della toponomastica comunale, avrei una notizia, ma non so come darvela. Si dice “Cosmèdin”, non “Còsmedin”. Il nome dell’antica e splendida chiesa, tuttora di rito greco-melchita e retta non già da un Parroco, ma da un Archimandrita, deriva o dal greco “Kosmìdion”, arcaico nome dell’attuale frazione di Istanbul chiamata Eyüp, che lo aveva preso dal grande e vicino monastero dedicato ai Santi medici Cosma e Damiano, oppure dal verbo “Kosmèo”, “io decoro”, “io abbellisco”, da cui i termini italiani “cosmèsi” e “cosmètico”. Santa Maria in Kosmìdion può diventare Santa Maria in Cosmèdin, ma mai “in Còsmedin”. Cancello io l’accento o ci pensate voi? Ah, già che ci siete: c’è l’accento anche in Piazza “Vescòvio”. Grazie del consiglio. Ma spostate anche questo. Si dice “Vescovìo”, che significa “vescovado” (cfr. la chiesa di Santa Maria della Lode in Vescovìo, l’antichissima cattedrale romanica di Torri in Sabina).

TARCISIO – Strada (Via di San Tarcisio) dedicata al martire romano intestatario della vicina chiesa. Nel 1949, quando questa targa venne issata, c’era correttamente scritto “Via di S. Tarsicio”, non Tarcisio; Tarsicio è infatti il nome esatto del martire (Tarsicius = ”originario della città di Tarso”), mentre Tarcisio ne è corruzione linguistica di matrice tipicamente romanesca, così come “cerqua” a Roma sta per “quercia” e “sparambio” per “risparmio”. Con una deliberazione comunale datata 1957, la targa originaria, corretta, venne abbattuta, ed ecco a sostituirla quella, sbagliata, di “via di S. Tarcisio” che trovate ancora oggi.

Via Val d'Aosta

VAL D’AOSTA – Splendido, commovente anacronismo tuttora evidente sulla targa toponomastica della strada intitolata a Roma alla regione alpina italiana di nordovest. La via è una traversa della Nomentana in zona Piazza Sempione, e sotto la dicitura “Via Val d’Aosta” compare l’ineffabile chiarimento: “regione alpina del Piemonte”. Se se ne accorge l’Union Valdotaine, credo ci muova guerra; non avrebbe torto.

ZOCCOLETTE – Via delle Zoccolette racconta una storia popolare, anzi, popolana, molto dolce e molto romana, con quel po’ di sarcasmo e quel qualcosa a metà strada tra l’amorevole, il disincantato e il perfido che è sempre stato patrimonio del dialetto di Roma e persino della sua lirica. Chi erano le “zoccolette”? Erano le orfanelle del Conservatorio Clementino-Crescentino, grande orfanotrofio fondato da papa Clemente XI nel 1715. La “zoccola” a Roma è la prostituta, come forse noto a tutti; e la strada ricorda la sorte di tante ragazze che, congedate dall’istituto in età da marito, ma trovatesi sole al mondo nel ventre della città, non trovavano alternative al mestiere del marciapiede. E che spesso, marcate nel profondo dall’esperienza dura dell’orfanotrofio, non trovavano la forza di staccarsene, restando nella stessa zona a battere la strada. Se pentite, le “zoccolette” avrebbero avuto in seguito una protettrice d’eccezione, e a vita: Santa Maria Egiziaca, la cui chiesa, al Foro Boario, è però oggi sconsacrata e del tutto spoglia. Peccato: finita l’epoca delle “zoccolette” romane, ci sono tante ragazze di altre origini che finiscono nelle nostre città a “fare la vita” loro malgrado, tra botte e ricatti, e di una protettrice avrebbero proprio bisogno.

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5 commenti to “Frammenti di toponomastica alterata”

  1. Io direi senz’altro di concedere al Dott. Trapazzi un visto temporaneo per l’Accademia degli Alterati, così forse si potrà adoprare per una spiegazione convincente riguardo alla toponomastica senese, in particolare a Via Folcacchiero Folcacchieri.

  2. Con un grazie sentito e affettuoso al caro Willy Pocino e ai tanti che come lui hanno studiato il fondamentale e basilare argomento. LOL.

    • Purtroppo è solo una piccola parte degli strafalcioni presenti nella toponomastica romana.Ad esempio ,io abito in via Sesto Rufo alla Balduina e mentre la targa recita “poeta latino”nessuna ricerca in tal senso ha dato mai esito positivo:un perfetto sconosciuto.Ad maiora.Francesco Mondelli.

  3. Peccato che nel 1940, anno di istituzione di via Val D’Aosta, le regioni italiane, intese in senso istituzionale, ancora non esistevano, dovendosi aspettare, per ciò, il 1948. Regione è, pertanto, intesa nel suo senso letterale, e non si può parlare di errore. Per quello che riguarda via Sesto Rufo, sita nel quartiere XIV Trionfale, si tratta di “Scrittore latino del sec.IV”.

    • Ah, ok, e questo significa che le targhe non possano essere aggiornate dopo un evento come la creazione delle regioni autonome? Lei lascerebbe una targa del 1936 con scritto “Viale Eritrea – regione dell’impero italiano”?

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