One woman show

profumino

di Shameless

Ho bisogno di pop-corn. Un vascone di pop-corn da cui pescare a piene mani mentre godo e soffro e godo ancora guardando lo spettacolo di me stessa nel nuovo impiccio in cui mi sono ficcata.

Tutto è cominciato mesi fa, in un veloce flashback rivedo il nostro recente distributore svizzero, proprietario di numerosi ristoranti ed una manciata di alberghi, che ci chiede la disponibilità per due o tre serate a tema. Il tema è il nostro vino, l’azienda, la Toscana. L’idea non è affatto nuova, ovunque nel mondo mi sono esibita in quello che comunemente viene definito winemaker dinner.
Si tratta di presenziare una cena con ospiti paganti, offrire i vini e mettersi d’accordo con lo chef per un menu acconcio, alzarsi ogni tanto per raccontare tutto il raccontabile, assecondando l’umore degli ospiti ed il loro livello di attenzione.

Sarebbe dovuto essere così anche in terra elvetica se non si fosse presentata una congiunzione astrale sfavorevole al viaggio della cuoca promessa insieme ai salumi e al cavolo nero, ingrediente indispensabile per una zuppa come si deve in terra toscana. Sconsideratamente ci eravamo impegnati anche a tale contributo, per rendere gli eventi più appetibili.

Cosicché sono atterrata all’alba a Zurigo dopo una decina di giorni passati a scorrazzare in lungo e largo per il Canada orientale. Dire che ero già bollita è un eufemismo. Dopo tre treni ed un taxi sono giunta nell’ameno alberghetto in riva ad uno dei duecentomila laghi incorniciati da montagne arcigne e maestose che si collocano da quelle parti. La temperatura sfiorava lo zero, l’umore sfiorava il sottosuolo.

In preda ad un jet lag furibondo ho compilato insieme al gioviale agente svizzero mio complice un menu degno della migliore strategia militare, intitolato “Famo come potemo”. Poi sono crollata sul lettino anoressico messo a disposizione dall’albergatore. In Nordamerica i letti sono tutti extralarge, tornare in Europa e coricarsi provoca sempre un trauma perché basta rigirarsi che si casca per terra.

Il giorno dopo abbiamo fatto la spesa. Naturalmente il cavolo nero era introvabile, per cui ci siamo accontentati dell’anonimo cavolo verza, più tutto il resto che non sto a descrivere per motivi di spazio editoriale.
Giunti al primo ristorante siamo stati accolti dalla notizia che gli ospiti paganti da 55 erano saliti a 70. Poco male, uno più o uno meno non sarebbe importato, avremmo ridotto le porzioni.
Dopo avermi presentato lo chef che balbettava un paio di parole in inglese e che è subito scomparso, mi hanno messo di fronte ad un tagliere ed un paio di coltelli affilatissimi. A quel punto ho realizzato che non avrei dovuto semplicemente dare direttive ad una brigata di cuochi e sottocuochi e affettatori di verdure a mia disposizione, ma che mi era richiesto di CUCINARE. Io, proprio io, cominciando dal taglio sottile di cinque diversi vegetali, fra cui un paio di zucche svizzere dalla coccia durissima.

Ma io sono figlia e nipote e bisnipote di donne guerriere, io NON ho paura di niente, a parte aspidi, cobra e zanzare tigre.
Per cinque ore, sempre in piedi, ho tagliuzzato, tritato, mescolato, assaggiato. Intanto di sottecchi osservavo l’andamento di una cucina di un medio ristorante, ascoltavo, prendevo nota.
Alle 18.30, puntuali come orologi svizzeri sono arrivati tutti gli ospiti. Mi sono levata il grembiule e ho fatto gli onori di casa. Il ragù era troppo salato e la zuppa di verdure troppo densa, ma non se ne è accorto nessuno. Applausi scroscianti e neanche un pezzettino di cibo qualsiasi rimasto nei piatti od una goccia di vino nei bicchieri.

Il giorno dopo è avvenuta la replica in un ristorante diverso con solo 25 persone. Ho aggiustato il tiro e sia il sugo che la zuppa sono risultati eccellenti, oltre ai due diversi paté per i crostini. Mi sono solo stizzita quando il proprietario di entrambi i ristoranti, che aveva cenato con noi anche la sera prima ha commentato “Sì, in effetti qui il cuoco è italiano”. Sottintendendo che a lui andava il merito della miglior riuscita dei cibi.

A lui? Ad un cuoco con il passaporto italiano ma con il gesto svizzero nel propinare a tutte l’ore spaghetti e sugo precotto poi riscaldato nel forno a microonde? Ad un essere umano che mi ha subito chiesto se mi serviva un dado da brodo per il sugo e/o la zuppa? Al tenutario di una cucina in cui tutto è preparato e congelato per giorni e l’unica cosa fresca è l’acqua che mi sono bevuta mentre spignattavo con ardore? Almeno nel ristorante precedente c’erano state un poco più di cura ed attenzione nella preparazione dei piatti.

La stizza è durata poco, alla fine quella era tutta gente che lavorava duro e onestamente. Ho fumato una sigaretta fuori con il cuoco e scambiato qualche blanda opinione sul vivere e lavorare fuori dall’Italia. Non era colpa sua se si era abituato a cucinare così, questo era il cibo che il consumatore medio svizzero si aspettava da un ristorante medio italiano.

Questo è stato il secondo ed ultimo round della mia prestazione culinaria in terra straniera.
Mi rimangono come memoria un livido sul piede sinistro, a causa di un barattolo sfuggito dalle mani del goffo e maldestro, seppur gioviale, agente svizzero. Ed anche un taglietto sul palmo sinistro, causato da me medesima, troppo alacre nel tagliuzzare con gli affilatissimi coltelli di un ristorante.

Presumo che a qualcuno degli scarsi ma fedeli lettori di siffatto luogo sia rimasta la curiosità di sapere la composizione del menu. Li accontento, preavvisando che si tratta di una scarna ma veritiera rappresentazione della cucina ilcinese, veritiera perché io abito e cucino a Montalcino, il ristorante si chiama “Chez moi”.

ANTIPASTO DEL BANDITO
Due fette di prosciutto crudo, quattro fette di salame di diverse dimensioni, cubetti di mortadella, una bruschetta col pomodoro a cubetti e basilico, un crostino con il paté di fegatini al Vinsanto, un crostino di olive e capperi (olive tritate, non salsa di olive già pronta).
Vino : Brusco dei Barbi 2013

ZUPPA RUSTICA
Verdure varie di stagione cucinate con calma su di un letto di soffritto, una dopo l’altra secondo la loro tenuta di cottura. Neanche me le ricordo tutte, sicuramente c’erano il cavolo verza, la zucca ed i fagioli borlotti. Come tocco speciale un battutino di rosmarino e timo aggiunto metà cottura.
Vino : Rosso di Montalcino 2012.

PAPPARDELLE AL SUGO DELLA DOMENICA
Pasta all’uovo piatta e larga (questo passava il convento) condita con un sugo di carne fatto cuocere molto, ma molto lentamente, su di un letto di soffritto. Annaffiato di vino rosso (Brusco dei Barbi) più pomodori pelati aggiunti a metà cottura. Praticamente una “bolognese” come la chiamano al di là delle Alpi. Ma una bolognese coi controfiocchi.
Vino : Brunello di Montalcino 2008

TRIS DI FORMAGGI
Calo un velo pietoso su “quali” formaggi. Vi basti sapere che erano autenticamente italiani.
Vino : Brunello di Montalcino Riserva 2007 (quello che non hanno dato i formaggi, ha dato il vino)

CANTUCCI
Vino : Vinsanto 2008

CAFFÈ E GRAPPA DI BRUNELLO

PS La nota più positiva in assoluto è stata che in entrambe le serate sono riuscita a rientrare in albergo alle 21.30. Benedetta sia la puntualità svizzera nell’arrivare, mangiare, bere, ringraziare ed andarsene.

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