Clos St. Jacques, apostolo della complessità

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di Giancarlo Marino

Cenni storici
Nel tratto del muro di cinta che a sud-ovest guarda la Combe de Lavaux è incastonata una piccola cappella dove, nel medio-evo, venne trovata una statua dell’apostolo Giacomo. Gli storici ritengono che di qui passasse una delle strade che dalla Francia portavano a Compostela, luogo dove nel IX secolo era stata ritrovata la tomba con i resti dell’apostolo Giacomo (Santiago in spagnolo, St. Jacques per i francesi) e dove verranno successivamente costruiti un tempio e una cattedrale in suo onore. I pellegrini che nel loro viaggio verso la Spagna passavano per la Borgogna, verosimilmente facevano sosta in questo luogo per ristorarsi e proprio qui, in onore di St. Jacques, venne costruita la piccola cappella.

Fino al XVII secolo le vigne in St. Jacques sono appartenute al Capitolo della Cattedrale di Saint-Mammes a Langres, per poi passare nelle mani della famiglia Morizot e, nel corso del 1800, in buona parte in quelle della famiglia Serre di Meursault. La storia “moderna” del Clos St. Jacques inizia tuttavia con il Comte de Moucheron, che aveva sposato una Serre, Lucie Boussenot. Il merito del Conte, se di merito può parlarsi pensando alla stravaganza del personaggio, fu quello di portare a termine l’opera, già iniziata nel corso del 1800 dalla famiglia Serre, di riunire tutte le restanti parcelle del Clos. Nel 1949, Clos St. Jacques tornò così ad essere un Monopole.

Si racconta che il Comte de Moucheron fosse dedito più alla bella vita che alla cura del patrimonio familiare: fu così che nel 1954 Clos St. Jacques venne venduto all’asta in quattro lotti. Gli acquirenti furono Armand Rousseau (ma a nome del figlio Charles, 2,21 ha), Henri Esmonin, che già coltivava la vigna in metayage (1,6 ha), le famiglie Pernot-Fourrier (0,89 ha) e Clair-Daü (2,0 ha). Nel 1985, a causa di dispute familiari, il Domaine Clair-Daü si smembrò: la madre di Bruno Clair, M.me Geneviève Bartet, ricevette un ettaro di vigna, e il restante ettaro fu venduto al Domaine Jadot. Da allora, Clos St. Jacques è rimasto di proprietà di questi cinque domaines, che posseggono le parcelle nel seguente ordine, da ovest a est: Rousseau, Fourrier, Esmonin, Jadot e Bruno Clair (G. Bartet).

Nel 1855, pochi anni dopo che il nome del paese, Gevrey-en-Montagne, era stato mutato in Gevrey-Chambertin, il Dott. Jules Lavalle classificò Clos St. Jacques tra le Prèmieres Cuvées. A dimostrazione della grande fama che già all’epoca godeva questo lembo di terra, solo Chambertin e Chambertin-Clos de Bèze furono classificati come Tête de Cuvée. Si tramanda la storia, che fa parte ormai del folclore locale, che quando negli anni Trenta del secolo scorso il Tribunale si occupò della classificazione delle vigne di Gevrey-Chambertin, per dare così vita alla gerarchia delle AOC ancora oggi in vigore, il Comte de Moucheron si rifiutò di avere a che fare con istituzioni repubblicane, la cui autorità non intendeva riconoscere e alla quale era quindi decisamente refrattario; non sostenne quindi la causa della classificazione quale Grand Cru del Clos St. Jacques, di cui era unico proprietario e che a suo avviso non aveva bisogno di alcuna nuova classificazione per vedersi riconosciuta una reputazione antica di secoli.

Ufficialmente, la classificazione di Clos St. Jacques tra i 1er cru è legata all’introduzione, nel disciplinare, della regola per cui a Gevrey-Chambertin possono ottenere lo status di Grand Cru solo vigne che confinano con Chambertin e Chambertin-Clos de Bèze, senza minimamente tener conto di quanto la tradizione aveva tramandato sul valore del Clos St. Jacques. Se si trattò, invece, di un dispetto al reazionario, arrogante e insopportabile nobile, nessuno ce lo dirà mai.

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Il terroir
La vigna declina con esposizione sud/sud-est dai 350 metri, lambendo i boschi di abeti, ai 290 metri. Il pendio è piuttosto ripido nella parte alta, per poi divenire, gradualmente, quasi pianeggiante. La situazione geologica è particolarmente complessa, grazie alle numerose faglie trasversali che disegnano i confini delle diverse componenti rocciose: in alto una striscia sottile di marne a ostrea acuminata, cui seguono parti quasi equivalenti di calcaire à entroques, calcare di Premeaux, calcare argilloso e nuovamente (ma solo nella parte più a sud) un piccolo tratto di calcare di Premeaux.

Nella parte più alta, lo strato di terra è più sottile e molto sassoso, ma scendendo verso il basso diviene gradualmente più profondo, più fine e meno ciottoloso. E’ probabile che in passato la parte più bassa, ritenuta di qualità inferiore, non fosse regolarmente coltivata a vigna, se è vero che il Conte di Moucheron, seppur nel suo anticonformismo, vi piantava erba medica.

Un ruolo molto importante lo giocano i venti, che da ovest e nord-ovest si incanalano per la Combe di Lavaux e si gettano sulle vigne della Cote. La posizione a mezza costa, ma anche l’esistenza del muro che a sud racchiude Clos St. Jacques, mitigano l’effetto rinfrescante dei venti, o almeno lo fanno in misura maggiore rispetto a quanto accade alle vigne che lo precedono a ovest.

La diversità geologica, l’esposizione, la pendenza, i venti, in un gioco di puzzle tanto complicato quanto intrigante, contribuiscono a conferire a questo lembo di terra, e quindi ai vini che da qui provengono, una complessità pari a quella dei migliori grands crus di Gevrey-Chambertin, pur con le differenze sostanziali che connotano le due zone.

I cinque proprietari

 Domaine Armand Rousseau
Le vigne (impianti del 1935 e del 1993) sono coltivate in regime di lutte raisonnée, ma “a tendenza biologica”, e allevate a Guyot tranne i più recenti reimpianti, per i quali è utilizzato il cordon de royat per contenere l’esuberanza produttiva delle piante giovani. I reimpianti sono stati realizzati utilizzando diversi cloni.

In cantina viene effettuata una diraspatura parziale, ma mantenendo il più possibile integre le bacche. Dopo 4 o 5 giorni di macerazione prefermentativa a freddo seguono 18/20 giorni di fermentazione a temperatura controllata (max 34°), con rimontaggi all’inizio e quindi solo pigiature; 18/20 mesi di affinamento in pieces, per il Clos St. Jacques nuove tra il 70% e il 100% a seconda delle annate.

Dal 1982 Eric Rousseau ha preso il posto del padre Charles ed è a tutt’oggi il responsabile del domaine.

Domaine Fourrier
L’impianto della vigna risale al 1910, in quanto non sono stati effettuati reimpianti ma vengono esclusivamente rimpiazzate le piante morte utilizzando una selezione massale. Jean-Marie Fourrier ritiene che l’uso di cloni dia vita a piante troppo produttive che richiedono spesso vendemmie verdi, preferendo quindi la potatura corta, l’ébourgeonnage (rimozione dei germogli in eccesso) e l’effeuillage (rimozione delle foglie più vecchie) per il controllo della vigoria delle piante. Le vigne sono coltivate in regime di lutte raisonnée ma sembra vicino il passaggio al biologico. La data della vendemmia è stabilita in base alla maturità fenolica piuttosto che sul livello degli zuccheri, tra 100 e 110 giorni dalla fioritura a seconda dell’andamento stagionale.

In cantina viene effettuata una diraspatura totale ma mantenendo il più possibile integre le bacche; pigiatura a mano, nessun rimontaggio; dopo 3 o 4 giorni di macerazione prefermentativa a freddo seguono 16/19 giorni di fermentazione, 18 mesi di affinamento in pieces, per il Clos St. Jacques nuove mediamente per il 30%, senza travasi per mantenere alto il livello di anidride carbonica e contenere al minimo l’aggiunta di anidride solforosa.

Jean-Marie Fourrier iniziò a collaborare con il padre Jean-Claude nel 1989, assumendo le redini del domaine nel 1995 dopo aver fatto esperienza da Henry Jayer e al Domaine Drouhin in Oregon.

Domaine Sylvie Esmonin
Le vigne sono state reimpiantate nel 1961 e nel 1970 e coltivate con uso di prodotti biologici e biodinamici, pur in assenza di certificazioni ufficiali. Silvie Esmonin, con studi in agronomia, da alcuni anni (dal 2002 per il Clos St. Jacques) effettua una diraspatura parziale, ma mantenendo il più possibile integre le bacche per favorire la fermentazione infracellulare; nessuna macerazione prefermentativa a freddo, 16/18 giorni di fermentazione, 12 mesi di affinamento in pieces, con una generosa percentuale di legno nuovo.

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Domaine Bruno Clair
La vigna di Clos St. Jacques, ancor oggi di proprietà della madre, è stata reimpiantata dal padre Bernard nel 1957 e nel 1972 con selezione massale, è coltivata in regime di lutte raisonnée e allevata principalmente a Guyot, per il resto utilizzando il cordon de royat. Per la sostituzione dei ceppi morti si preferisce oggi l’uso di cloni alla selezione massale e, per gli appassionati del genere, è da notare che vengono usati portainnesti diversi: in genere, 161-49 (berlandieri x riparia) per terreni più calcarei, 101-14 (riparia x rupestris) per terreni più profondi e meno calcarei.

In cantina, diraspatura parziale e macerazione prefermentativa a freddo ma senza protocolli inflessibili, 14/21 giorni di fermentazione a temperatura controllata (32/34° max), pigiature frequenti, 16/22 mesi di affinamento in pieces (con una percentuale di legno nuovo mai superiore al 50%), il primo travaso normalmente dopo un anno di affinamento. In vigna e in cantina, Bruno Clair è affiancato da André Geoffroy e Philippe Brun, il suo braccio destro.

Domaine Louis Jadot
Gli ultimi reimpianti risalgono al 1957 e al 1972, ad opera di Bernard Clair, quindi prima della vendita nel 1985 da Clair-Dau a Jadot. La vigna è coltivata in regime di lutte raisonnée (ma è iniziata da qualche anno una sperimentazione in regime biodinamico su alcune vigne in Beaune) e allevata a Guyot tranne i più recenti reimpianti, per i quali è utilizzato il cordon de royat, su piante principalmente da selezione massale, per contenerne l’esuberanza produttiva.

In cantina viene effettuata una diraspatura totale (ad eccezione di alcune vigne su Chambolle Musigny). Dopo 4/7 giorni di macerazione prefermentativa a freddo, segue una fermentazione piuttosto lunga (3/4 settimane nel caso del Clos St. Jacques) con temperature che superano regolarmente i 35° e a volte arrivano a 40°; da qualche anno i travasi sono ridotti al minimo (il primo, in genere, dopo un anno di cuvaison); la fermentazione malolattica non sempre viene portata a termine, preferendo conservare una parte di acido malico soprattutto nelle annate più calde; 18/20 mesi di affinamento in pieces della Camus, azienda appositamente creata nel 1995 da Jadot.

Non è possibile parlare infine di Jadot senza citare Jacques Lardière, direttore tecnico dal 1970, mente e anima dei vini della Maison.

Le altre etichette
Oltre a qualche rarissima e vecchia bottiglia del Comte de Moucheron, e a quelle degli attuali proprietari, è possibile trovare in commercio anche altre etichette perché, si sa, in Borgogna le cose non sono mai semplici come si vorrebbe.

Negli ultimi venti anni è stato imbottigliato dalla Maison Dominique Laurent, frutto della partnership con Silvie Esmonin, che utilizza pieces forniti dallo stesso Laurent. Il primo imbottigliamento al Domaine Esmonin risale al 1989, anno in cui Silvie Esmonin affiancò il padre Henry; in precedenza l’uva veniva venduta ai negociants.

Fino al 1998, Clos St. Jacques si trovava in commercio anche con l’etichetta del Domaine Geneviéve Bartet, madre di Bruno Clair, il quale ha iniziato a imbottigliare con il nome del proprio Domaine solo dal 1999. Il Clos St. Jacques, comunque, dal 1986 in poi è sempre stato vinificato da Bruno Clair.

In commercio, ma più facilmente alle più importanti aste, è possibile trovare ancora oggi qualche vecchia o vecchissima bottiglia della Maison Arthur Barolet & Fils e della Maison Vallet Frères. La prima, fondata nel 1830 da Arthur Barolet, ha imbottigliato fino alla morte, nel 1969, dell’ultimo della dinastia, nuovamente un Arthur Barolet: alla sua scomparsa, venne venduta all’asta una collezione di 160.000 preziose bottiglie, fino alla annata 1960, tra cui anche alcune di Clos St. Jacques, verosimilmente prodotte con uve o mosto provenienti dal Comte de Moucheron.

Vallette Fréres è invece la Maison del Domaine Pierre Bourée, fondato nel 1945, nonché il nome del suo attuale proprietario. Mi è capitato di leggere su qualche catalogo bottiglie anche recenti con questa etichetta; la fonte, comunque, non può essere che uno degli attuali proprietari del Clos St. Jacques.

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LA DEGUSTAZIONE

di Armando Castagno

Domaine Fourrier
Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2012
Un aspetto mentolato, fermentativo allarga l’ampiezza di uno splendido bouquet, esuberante e d’impatto, dominato da rimandi giovanili di ciclamino e lampone in caramella; col passare dei minuti si fa strada una nota molto chiara di sale, o calcare. L’assaggio è morbido, piuttosto vigoroso nella pressione del liquido al palato, più di origine “materica” che tannica; il vino sfuma su chiare citazioni floreali. Risulterà alla fine tra quelli dall’acidità più sfumata nonostante l’età; molto goloso, piuttosto, e ben piantato sulle gambe, dovrebbe poter evolvere bene per un buon decennio.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2011
Sconcertante la differenza di espressione rispetto al 2012. Qui il profilo è quieto e classico, e nonostante il progressivo schiarimento, che si verifica in non meno di mezz’ora anche nei bicchieri più aperti e larghi, resta un’edizione un po’ tetra. Profuma di un’inconsueta prugna e di violetta, con qualche rimando alle spezie e alla polvere pirica; al palato è saporito, denso, ma irsuto nella componente tannica e di ampiezza non memorabile. Qualche ritorno come di foglia di tè conferma la sua natura umbratile.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2010
Livello lussuoso, ma chiusura pressoché radicale. Filtra qualcosa di molto bello, un tocco di mandarino, uno sbuffo di pepe rosa, un che di pietroso. L’assaggio deborda classe: l’acidità lo rende setoso come un foulard, ha ritmo, progressione e possente apertura aromatica, un tannino minuto e pieno di sapore, una chiusura ampia, corale, fresca come un altipiano antartico. Da attendere con la massima fiducia ma almeno cinque o sei anni, probabilmente; poi potrebbe rivelarsi uno dei più grandi Clos St. Jacques della storia aziendale.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2009
Colore appena velato e naso con note fermentative piuttosto sfocate per i primi minuti; col passare del tempo apre qualche nota più rassicurante, tra la peonia e il ribes bianco: il tutto restituisce un’idea di armonia più che di vitalità, come se la costruzione del bouquet fosse già compiuta. Ha più fascino al sorso, definito e articolato; le sensazioni più intense sono tuttavia quelle dell’attacco di bocca, e via via il vino sembra perdere un po’ di mordente; la scodata sapida finale lo risolleva solo in parte. Non manca di una generosa estroversione, ma difetta un po’ di vibrazione, di tensione, il che appare curioso, pensando al tipico carattere del St. Jacques di Fourrier; e sempre considerando attendibile il contenuto di questa bottiglia, forse non perfetta.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2008
Un Clos St. Jacques particolare, frutto del resto di un millesimo tribolato. Ha note scure al naso, dalla violetta al mirtillo alla noce di cola, e anche lui concede poco allo spettacolo; in una ventina di minuti il coacervo si scurisce: il frutto si fa dolce e passito. La bocca è coerente, scandita dal tannino, molto saporito ma più ruvido rispetto ai millesimi recenti; innegabile il carisma dell’uscita, in cui appaiono una mineralità tanto lancinante quanto imprevista, e un’acidità che alla fine dilaga. Di certo non è un vino tenero: la sua soda durezza e la cupa maturità del frutto – con ulteriori suggestioni finali di liquirizia e pepe – troveranno certamente fans più appassionati di noi.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2006
Grande sorpresa della verticale: è uno sfoggio di finezza e di dettaglio, con uno splendido bouquet di rose e granatina, lampone e grafite, e una bocca magnificamente congegnata in cui un tannino maturo e “puntiforme” fornisce frizione e materia senza legare il vino né la bocca. Senza effetti speciali e senza che accada nulla di strabiliante, la sua trama si svolge ordinata, in lenta ma inesorabile progressione, e alla fine la risolutezza dell’allungo, tra suggestioni agrumate e saline, regala una sensazione di tersa, consolante luminosità.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2005
Dolcezza, levigatezza, definizione. La 2005 al suo meglio: uno strabiliante naso di rosa e arancia amara, con qualche venatura ferrosa, speziata e “saponosa”, introduce un assaggio di classe superiore per coesione, stato evolutivo e qualità aromatica. Tutt’altro che serioso o irretito dalla forza latente della sua irripetibile materia, questo vino squaderna una grana favolosa nel tannino, una notevole baldanza, eppure l’immagine che comunica è quasi fragile per quanto è dettagliata. Un micromosaico, qui clamorosamente più ispirato di tante e tante bottiglie assaggiate del millesimo in cui abbiamo trovato vini genericamente ottimi ma privi di aggancio al territorio di origine, che in Borgogna significa il vigneto, non la regione. Qui, nulla da dire se non le felicitazioni del caso al firmatario, e il grato riconoscimento al conferitore della bottiglia.

Domaine Armand Rousseau
Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2010
Una delicata declinazione floreale di rose e rosolio è accompagnata nel bellissimo naso da qualcosa di linfatico, che richiama la clorofilla e la felce; poi il frutto di lampone e ribes bianco, i fiori azzurri, e sullo sfondo un rimando salino. La bocca è un capolavoro di proporzione; attacca morbida, sviluppa un tema aromatico coerente con quanto colto al naso, allunga con grinta ma senza sfrangiarsi, chiude in clamorosa estensione su ritorni divisi tra un côté fresco di cetriolo e assenzio e uno floreale più grasso e dolce. Nessuna severità nel tannino, nulla di crudo o di affilato. Un vino stupendo, sferico, che graffia per fortuna la memoria, più che la bocca.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2009
Opulento sin dal colore, compatto e luminoso, e ricco, generoso al profumo: apre un bouquet sparato sulla frutta di bosco dolce e matura – gelso, ciliegia, quasi cassis – e in cui si insinua pian piano un vapore di fiori e alcol. Tenero e sinuoso al sorso, che attacca ampio, prosegue in bell’equilibrio, e stringe solo un po’ alla fine dove la sapida persistenza lascia tuttavia un sapore molto nitido di confetto. Si direbbe ancora indietro nell’evoluzione.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2005
Una esibizione inattesa. Il naso è assai più flebile del previsto, ed è inaugurato da una strana nota vegetale, controllata ma ben presente, la quale rimane lì per oltre mezz’ora ad affiancare nuance di frutta delicata, rosa canina, gesso. Al sorso è molto asciutto, largo e balsamico, con tannini finissimi e acidità bilanciata, ma in definitiva poco espressivo e un po’ bloccato da un tannino piuttosto rigido. I ritorni non esaltanti confermano il giudizio: pare un vino in un certo senso solo abbozzato, irrisolto, un disegno non del tutto a fuoco.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2002
Un compressore. Naso straordinario di lavanda e glicine, fragolina e lampone, un olografico incenso, sale grigio, cera, il tutto scandito e netto come in un bassorilievo. Il sapore è al livello del profumo per qualità e articolazione; una sferzata acida, controcanto a un tannino di piena maturità, non fa che enfatizzare l’energia del vino, che procede sicuro e senza peso allagando il palato fino all’epilogo. Qui, come solo indizio del tempo che è passato, fa capolino una sfumatura di liquirizia.

Gevrey-Chambertin 1er cru Clos St. Jacques 2001
Unico vino della degustazione per il quale utilizzare l’aggettivo “evoluto”, peraltro in accezione positiva. Si avverte comunque nel bouquet il lavorìo dell’ossigeno, che ha tracciato una specie di silhouette che rammenta l’acqua di rose, la frutta in confettura e un sottobosco comunque abbastanza fresco (felce, champignon, muschio, carruba). Ampia e carismatica la bocca, che ha polpa, sapore e una notevole coordinazione generale; il tannino asciuga un po’ un finale in cui tuttavia le note aromatiche che tornano con maggiore convinzione sono quelle floreali.

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2 commenti to “Clos St. Jacques, apostolo della complessità”

  1. Tesi di laurea da 110 e lode.
    Da conservare e incorniciare; era da tempo che che si leggevano piu’ articoli cosi’ ben scritti,completi ed esaustivi.

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